L’esercito europeo è una necessità. E l’Italia fa malissimo a restarne fuori

La Francia propone l'istituzione di un progetto di Difesa europeo, ma l'Italia è l'unico dei grandi paesi che non ha firmato la lettera di intenti. Ma ai tavoli in cui si discute, anche con posizioni critiche, è sempre meglio esserci

Governo Linkiesta

ANDREAS SOLARO / AFP

27 Giugno Giu 2018 0730 27 giugno 2018 27 Giugno 2018 - 07:30

Se la Russia attaccasse con mezzi convenzionali potrebbe conquistare le Repubbliche Baltiche in tre giorni. L’unica opzione che avrebbero gli europei per contrattaccare, sarebbe quella atomica. Lo aveva scritto due anni fa la Rand Corporation, prestigioso think tank americano. Non che questo sia oggi un rischio concreto, anche considerato appunto il ruolo della deterrenza nucleare e la presenza della Nato, ma la dice lunga sullo stato di assoluta debolezza degli eserciti convenzionali europei.

Essere stata la culla di due guerre mondiali ha reso l’Europa incredibilmente poco propensa a organizzarsi militarmente nei settant’anni successivi al 1945. La sicurezza europea è stata delegata a Washington, che durante la guerra fredda e negli anni successivi ha “pagato il conto” al posto nostro. Tuttavia, con il progressivo allontanamento degli Usa – che dipende forse più dallo spostamento del baricentro degli interessi strategici americani verso il Pacifico a discapito dell’Atlantico, che non da Donald Trump –, la risurrezione di una Russia post-sovietica che torna a proiettare con successo le proprie capacità militari in scenari internazionali, il Medio Oriente destabilizzato e l’Africa culla di problemi strategici come l’immigrazione (ma non solo), anche i recalcitranti leader dell’Europa occidentale hanno cominciato a prendere in considerazione il problema.

Dopo una lunga gestazione nel 2017 è nata la Pesco, cioè la cooperazione strutturata permanente in ambito di Difesa e Sicurezza Ue, tra 25 Stati membri. Questa possibilità, già prevista dal 2009 col Trattato di Lisbona, è stata colta solo l’anno scorso grazie all’uscita dal Regno Unito dall’Unione. Londra ha infatti fatto storicamente da freno a qualsiasi iniziativa europea, ma dopo la Brexit ha perso il suo potere di veto (una lezione, questa, che dovrebbero mandare a memoria anche a Roma, come vedremo). Il contenuto della Pesco è piuttosto vago e più che un punto di arrivo è da considerare un punto di partenza, una possibilità che toccherà agli Stati membri – considerato che la cooperazione strutturata funziona su basi intergovernative, e non comunitarie – saper sfruttare nei prossimi anni. Ma uno dei suoi limiti intrinseci è proprio la sua numerosità: è praticamente impossibile che 25 Stati nazionali (tutti tranne Malta e la Danimarca), con interessi geopolitici ben diversi e diverse politiche estere, trovino accordi significativi su questioni che non siano irrilevanti o poco più.

La decisione dell’Italia di non partecipare è grave. A parte il Lussemburgo siamo l’unico Paese fondatore che, come detto, non ne fa parte. Siamo anche l’unico dei grandi Paesi Ue che non ha aderito (la Spagna e addirittura il Regno Unito, che si appresta ad abbandonare l’Unione, ne fanno parte). Rischiamo, al di là del “danno d’immagine” che questa scelta porta al Paese, di rimanere esclusi da discussioni importanti sul futuro militare del continente

Ecco perché la proposta francese di creare un altro progetto (sempre intergovernativo) nell’ambito della Difesa europea, limitato a pochi Stati, non è da sottovalutare. Si chiama European Intervention Initiative (EI2), e le sue caratteristiche sono delineate in una lettera d’intenti firmata il 25 giugno da 9 Stati europei. Tra questi ci sono quattro dei sei Stati fondatori delle Comunità Europee: Germania, Francia, Belgio, e Olanda. Mancano, per completare il sestetto, solo il minuscolo Lussemburgo e l’Italia. Roma aveva espresso in passato interesse per l’iniziativa ma, col cambio di governo e visto il clima di tensione con Parigi, al momento non ha firmato e non è chiaro se intenda farlo in futuro. Completano l’elenco dei partecipanti, oltre ai quattro Paesi già citati, Spagna, Portogallo, Danimarca, Estonia e Regno Unito. Londra, forse preoccupata dall’isolamento in cui la sta spingendo da un lato la Brexit dall’altro la scarsa considerazione mostrata dallo storico alleato americano, ha infatti aderito con convinzione a questo progetto.

In concreto si tratta di un “cerchio” di Stati, interno all’Unione europea, che intende sviluppare un maggior coordinamento e una maggiore, e più rapida, capacità di risposta militare in caso di crisi. Si propone di non creare pregiudizio alle organizzazioni esistenti (Nato, Pesco, Onu etc.) e, anzi, di portare avanti eventuali missioni che tali organizzazioni dovessero avviare, oltre a eventuali altre decise ad hoc. La partecipazione degli Stati all’EI2 è poi descritta come flessibile e non vincolante (cioè, sembrerebbe, non tutti i partecipanti saranno sempre obbligati ad aderire a tutte le iniziative intraprese). Siamo insomma di fronte a un altro strumento “debole” ed embrionale, come già la Pesco, che diverrà tanto più forte tanto più gli Stati saranno disposti a crederci, a portarla avanti per avanzamenti successivi, a investirci risorse. Ma il minor numero di partecipanti rende più credibile un suo (certamente progressivo) funzionamento.

La decisione dell’Italia di non partecipare è grave. A parte il Lussemburgo siamo l’unico Paese fondatore che, come detto, non ne fa parte. Siamo anche l’unico dei grandi Paesi Ue che non ha aderito (la Spagna e addirittura il Regno Unito, che si appresta ad abbandonare l’Unione, ne fanno parte). Rischiamo, al di là del “danno d’immagine” che questa scelta porta al Paese, di rimanere esclusi da discussioni importanti sul futuro militare del continente, a cui converrebbe invece partecipare attivamente, portando al tavolo i nostri interessi.

Rischiamo di non poter dire la nostra in un formato che, per sua struttura, promette di essere almeno un po’ meno velleitario di molti altri di cui facciamo storicamente parte. Come ha capito perfettamente Londra, a sue spese, non sedere ai tavoli dove si discute (figuriamoci se un domani a quei tavoli si decidesse) è sempre peggio che essere presenti, anche con posizioni critiche. E il nuovo governo italiano dovrebbe almeno dare qualche spiegazione convincente, se non addirittura comunicare la propria strategia sul tema della politica estera e di difesa in Europa, sul perché abbia scelto di tenere Roma fuori da questo consesso e su quali azioni voglia intraprendere in futuro.

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