28 Luglio Lug 2018 0745 28 luglio 2018

Gli insegnanti accusano: i presidi hanno troppo potere (e lo usano per maltrattarci)

Docenti sospesi per aver detto parolacce o proposto di cambiare la destinazione di una gita. Con le ultime riforme i presidi hanno visto aumentare i loro poteri, che spesso - accusano i sindacati - sfruttano per risolvere questioni personali

Insegnante Linkiesta
Pixnio

Immaginate un docente che, con decenni di servizio e un’ottima reputazione alle spalle, si ritrovi a dover fronteggiare un procedimento disciplinare per un motivo futile come l’essersi alzato in piedi durante un collegio docenti per chiedere delucidazioni riguardo al bonus per gli insegnanti. Ecco, potete smettere di immaginare, perché questo episodio è successo davvero soltanto un mesetto fa in un liceo di Milano: per questa “insubordinazione” la preside dell’istituto era addirittura arrivata a chiamare la polizia.

Com’è possibile? Il problema è che attualmente c’è un fondamentale squilibrio nel mondo della scuola per cui ai dirigenti scolastici sono stati assegnati poteri decisionali sproporzionati rispetto a quello che sarebbe il loro ruolo (cioè quello di assicurare il buon andamento della scuola), potendo decidere a loro discrezione di sospendere un docente, spesso sulla base di elementi che sono più legati ad altri fattori che all’effettiva infrazione del codice scolastico.

A denunciarlo sono stati i sindacati della scuola in occasione dell’incontro con il neo ministro dell’istruzione Bussetti all’Aran, l’Agenzia di rappresentanza della pubblica amministrazione. Lo scontro, manco a dirlo, si è sostanziato proprio sulle sanzioni disciplinari, le misure adottate nei confronti dei docenti nel momento in cui si verifica un illecito. Di fatto, oggi questo potere è tutto nelle mani dei presidi, con limitate (se non del tutto assenti) possibilità per gli insegnanti di difendersi.

Tutto è iniziato con la riforma Brunetta del 2009, che ha attribuito ai presidi la facoltà non solo di dare rimproveri orali o avvertimenti scritti al reiterarsi di comportamenti scorretti, ma persino di sospendere i docenti dal servizio fino a 10 giorni in caso di “comportamenti non conformi alle responsabilità, ai doveri e alla correttezza inerenti alla funzione”. Una misura che peraltro è stata interpretata in più casi dai giudici del lavoro come in contrasto con la normativa vigente, il testo unico 297/1994. Il quale non soltanto prevede che queste controversie debbano essere gestite dall’ufficio scolastico regionale, ma anche che ai docenti debba essere garantita la libertà di insegnamento, intesa come autonomia didattica e libera espressione culturale. Di questi tempi, però, sembra che nel mondo della scuola ci si sia dimenticati di questo principio. «Non si può ledere né sindacare, direttamente o indirettamente, l’autonomia della funzione docente», dice a Linkiesta.it Lucia Sacco, Coordinatrice provinciale del sindacato Gilda degli Insegnanti di Milano. «È contro la Costituzione e anche contro i principi di Montesquieu che un dirigente si erga a giudice supremo e monocratico. Eppure ad oggi un preside incarna e concentra in sé il potere inquirente, requirente e giudicante».

Il problema è che attualmente c’è un fondamentale squilibrio nel mondo della scuola per cui ai dirigenti scolastici sono stati assegnati poteri decisionali sproporzionati rispetto a quello che sarebbe il loro ruolo (cioè quello di assicurare il buon andamento della scuola), potendo decidere a loro discrezione di sospendere un docente, spesso sulla base di elementi che sono più legati ad altri fattori che all’effettiva infrazione del codice scolastico

Se prima ci si poteva rivolgere all’USR per “raffreddare” la conflittualità o per contestare e mediare la sanzione, ora i dirigenti infliggono sospensioni con disinvoltura, «con ricadute non tanto sullo stipendio che viene trattenuto, quanto sulla reputazione e la carriera del docente; molto spesso si registrano anche casi di disagio psicofisico, con ripercussioni sulla salute etichettate come SLC, Stress Lavoro Correlato», spiega Sacco.

Gli strumenti a disposizione degli insegnanti per difendersi, però, sono ben pochi: quando un insegnante riceve una contestazione, può solo preparare una memoria difensiva (che peraltro il dirigente può deliberatamente prendere e buttare nel cestino, se vuole).

In più, una volta che il dirigente decide per una sanzione disciplinare, sempre secondo la legge Brunetta, il docente deve rivolgersi per forza al tribunale del lavoro, azione che comporta «spese legali da un minimo di 2000 euro, fin anche a 7-10mila se si tira in mezzo un buon avvocato», dice ancora la sindacalista. È allora normale che un docente che guadagna 1600 euro al mese, prima di sborsare cifre simili, ci pensi due volte. «Normalmente il tribunale dà ragione al docente, ma, a causa dell’aleatorietà del giudizio o di bazzecole formali potrebbe succedere anche il contrario» precisa Sacco. Con il rischio di perdere quindi anche parecchi soldi. E se a volte i sindacati decidono di finanziare i ricorsi, accollandosi le spese legali di una “causa pilota”, è normale che questa non possa essere la regola, visto che nemmeno loro navigano nell’oro. «Sembra che il diritto sia garantito, ma di fatto lo è soltanto ai ricchi, perché altrimenti ti infili in un tunnel costoso e pieno di azzardi e disagi» commenta Sacco.

Ciliegina sulla torta, la più recente riforma della Buona Scuola ha dato maggiore potere ai presidi e immesso nel mondo dell’istruzione dirigenti che erano stati bocciati nel concorso del 2011 e poi ripescati, pur non avendo le qualifiche per ricoprire quel ruolo. Presidi poco competenti, inseriti ope legis («raschiati su dal fondo del barile», nelle parole della sindacalista) che peraltro sono stati resi inamovibili (commi 87-90 della Legge 107), rendendo molto solida l’idea del dirigente che tutto può, facendo il bello e il cattivo tempo a scuola.

Tra i tanti problemi della scuola italiana, dalla questione degli insegnanti di sostegno a quella degli ingressi in ruolo, problemi atavici e aggravati dalla cronica mancanza di fondi, ora con la questione delle sanzioni disciplinari il ministero avrà un’altra bella gatta da pelare

Non a caso, negli ultimi tre anni c’è stata una crescita esponenziale di contenziosi tra dirigenti scolastici e docenti: da 1% o 2 % che erano una volta, la sindacalista riferisce che questi sono decuplicati da quando sono stati immessi in ruolo i nuovi dirigenti. Le storie sono tante, e la stessa Sacco, nel suo ruolo di dirigente sindacale, si è trovata più volte ad assistere i colleghi in contraddittorio negli uffici di molti presidi milanesi: «una docente con alle spalle una carriera irreprensibile di quarant’anni di servizio qualche tempo fa è stata punita rea di aver proposto di cambiare la destinazione di una gita scolastica perché costava un po’ meno, e un’ altra collega è stata sospesa per aver usato una parolaccia e assunto un atteggiamento colloquiale-informale davanti agli studenti». Non si riportano nomi e cognomi al fine di tutelare i docenti, perché molte di queste cause sono ancora pendenti, ma è chiaro che «Se non ci fosse dietro un risvolto drammatico, spesso al limite del mobbing o dello straining, queste cose farebbero quasi ridere, perché si capisce quanto è pretestuosa e inconsistente l’accusa e quanto sia innocente il docente, che non ha difensori e si può appoggiare solo al sindacato».

Troppo spesso, infatti, le controversie sono originate da dirigenti scolastici che prendono di mira un determinato docente per antipatie personali o semplicemente perché l’insegnante è restio a uniformarsi al processo di standardizzazione e aziendalizzazione della scuola. I sindacati hanno quindi comunicato che non firmeranno un contratto che prevede abusi di potere senza che i docenti abbiano la possibilità di difendersi, e chiedono che venga ripristinata una terzietà, ovvero la presenza di un attore terzo e imparziale, esterno all’istituto, che a un tavolo di conciliazione convochi le parti, il dirigente e il docente, per placare il conflitto, acquisire prove e valutare la situazione. Aran e Bussetti, però, per il momento hanno risposto picche, e la discussione è stata rimandata a settembre, per la gioia dei disinvolti dirigenti-sceriffi e un po’ meno per quella dei tribunali del lavoro, già ingolfati da contenziosi di ben altro spessore.

Tra i tanti problemi della scuola italiana, dalla questione degli insegnanti di sostegno a quella degli ingressi in ruolo, problemi atavici e aggravati dalla cronica mancanza di fondi, ora con la questione delle sanzioni disciplinari il ministero avrà un’altra bella gatta da pelare. Intanto, i docenti aspettano giustizia, così come di vedere sgretolarsi uno degli aspetti più incostituzionali della riforma renziana, che tanto ha contribuito a creare un clima antidemocratico. Si spera che il ministro Bussetti, insegnante egli stesso e per di più docente universitario di legislazione scolastica, sappia fare attentamente le sue valutazioni.

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