Retroscena
20 Ottobre Ott 2018 0548 20 ottobre 2018

Il sistema Sprar contro Mimmo Lucano: così il mondo dell’accoglienza ha abbandonato il modello Riace

La prima ispezione che denuncia le irregolarità nella gestione di Lucano viene fatta da un’operatrice calabrese incaricata dal sistema centrale Sprar. La spaccatura tra Riace e lo Sprar si è consumata qualche anno fa, e ora rischia di diventare il cavallo di Troia dell’intera accoglienza programmata

Mimmo Lucano Linkiesta
Mimmo Lucano, sindaco di Riace (Franck IOVENE / AFP)

Napoli, Palermo, Firenze, Lecce. La solidarietà a Mimmo Lucano, sindaco di Riace con divieto di dimora a Riace, arriva ogni giorno da ogni parte d’Italia. Poco dalla Calabria, ancora meno dalla rete dei comuni calabresi dello Sprar, il Sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Prova ne è l’ultimo documento inviato dalla rete Sprar della Calabria a Regione, Anci e parlamentari in difesa del modello di accoglienza diffusa contro i rischi del decreto Salvini, in cui Riace non viene neanche nominato. In 11 pagine neanche una citazione del comune amministrato da Lucano – come fa notare il Corriere della Calabria – proprio nei giorni più drammatici per il modello che è diventato un simbolo nel mondo. Si fanno i numeri, si elencano i progetti messi in atto, in contrasto con le baraccopoli di Rosarno e Sibari, ma non si parla mai di “modello Riace”. Un modello anomalo, pioniere nelle modalità di accoglienza e gestione, celebrato per questo nei film e nei documentari di mezzo mondo, vissuto però forse con un certo fastidio proprio in Calabria.

Non è una novità che la segnalazione che poi, a catena, ha portato alle ispezioni della Prefettura prima e alle indagini della Procura di Locri poi sia partita proprio da una ispezione dello stesso sistema centrale Sprar. Il sistema al suo interno nomina, secondo regole ancora non proprio chiare, quelli che vengono definiti comunemente come “tutor territoriali”, incaricati di monitorare giustamente il rispetto dei requisiti nei progetti in corso (come previsto da un decreto ministeriale dell’agosto 2016). Ci sono tutor che supervisionano più regioni. Ma ci sono regioni, come la Calabria, che avendo molti progetti Sprar in atto (126 in 113 comuni), contano anche più di un tutor.

La prima ispezione “problematica” su Riace, come da tempo raccontano i giornali calabresi, arriva dalla tutor calabrese Enza Papa, operante nel settore immigrazione da diverso tempo, che per prima nel 2015 contesta a Lucano la gestione anomala del progetto. La stessa Papa è stata responsabile dell’associazione “La Kasbah”, che gestisce lo Sprar di Cosenza, lasciando poi il progetto per ricoprire l’incarico affidatole dal Servizio centrale Sprar. Mentre il compagno, Alessandro Gordano, è tutt’ora portavoce degli enti gestori Sprar della provincia di Cosenza. Ecco perché su diversi giornali era stata avanzata la congettura del rischio di un conflitto d’interessi nelle ispezioni (pur non essendo Papa competente sulla provincia in cui opera il suo compagno). Pure supposizioni e frecciatine sulla stampa locale, che però restituiscono l’idea di un clima non del tutto pacifico nel mondo dell’accoglienza dei migranti calabrese. Attraversata da grandi interessi economici e vicende giudiziarie di ogni tipo.

Contro di me c’è stata una vendetta di alcuni ispettori e di alcuni pezzi grossi del servizio Sprar. Io non mi sono voluto adeguare ai loro metodi e loro hanno contraccambiato diffamando l’esperienza di Riace, buttando fango e fiele

Mimmo Lucano (Il Manifesto)

L’ultimo documento di 11 pagine degli Sprar calabresi è stato redatto dopo un incontro a Catanzaro del 12 ottobre, in cui erano presenti anche Gordano, il delegato alla presidenza regionale per le politiche sull’immigrazione Giovanni Manoccio e il responsabile regionale Anci all’Immigrazione Stefano Calabrò, sindaco del piccolo comune di Sant’Alessio d’Aspromonte, dove è stato messo in piedi un progetto Sprar studiato anche all’estero. Ma neppure nel resoconto finale dell’incontro, che pure su carta intestata della Regione Calabria parla di «battaglia di civiltà» contro il decreto Salvini, viene mai fatto il nome di Riace.

Dimenticanze che non saranno sfuggite al sindaco Mimmo Lucano, prima ai domiciliari e ora libero ma con divieto di dimora nel suo comune. Il 16 ottobre, sul Manifesto, Lucano rilascia un’intervista in cui dice: «Contro di me c’è stata una vendetta di alcuni ispettori e di alcuni pezzi grossi del servizio Sprar. Io non mi sono voluto adeguare ai loro metodi e loro hanno contraccambiato diffamando l’esperienza di Riace, buttando fango e fiele». E poi fa riferimento alle contraddittorie relazioni delle ispezioni della Prefettura reggina: la seconda, dice Lucano, «smonta punto per punto le obiezioni della prima. Nella circolare non hanno fatto altro che copiare e incollare la prima relazione».

La spaccatura tra il sistema Sprar e il modello Riace risale ormai a qualche anno fa. Basti pensare che nel 2016 i comuni della provincia di Reggio Calabria aderenti allo Sprar creano un coordinamento provinciale chiamato Agorà, ma Riace, il modello noto in tutto il mondo, non compare nell’elenco

Il sistema Sprar, con l’accoglienza programmata e gestita da comuni ed enti locali, in Italia è relativamente giovane. Viene istituito tra il 2001 e il 2002, con la ben nota legge “Bossi-Fini”, che ha affidato all’Anci la gestione. Ma è negli ultimi anni che ha preso piede. Con una crescita delle adesioni dei comuni e dei progetti messi in piedi (dal 2016 al 2017 si è passati da 26 a 35mila posti), seppure sempre minoritari rispetto all’accoglienza straordinaria dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), che coprono ancora l’80 per cento. E il sistema ha dovuto via via adeguarsi, perfezionando di continuo la formula di rendicontazione centrale, anche tramite la gestione digitale dei dati provenienti dai diversi comuni (l’ultimo aggiornamento del software per la compilazione della banca dati è di qualche mese fa). Ma uno Sprar di Milano non sarà mai uguale a uno messo in piedi in un paesino dell’Aspromonte calabrese. Ecco perché il sistema al suo interno è attraversato da diverse anime. Ogni comune, soprattutto i più piccoli, in sé è un modello. E Riace, prima ancora dell’istituto Sprar, è stato capofila di quella accoglienza diffusa poi replicata in altri borghi, calabresi e non solo.

Dopo l’ispezione Sprar del 2015, su Riace vengono fuori le prime denunce di anomalie. Il primo problema segnalato è l’uso di quella moneta locale che Lucano si è inventato per velocizzare l’acquisto dei beni da parte dei migranti nei negozi del paese, senza dover aspettare i tempi di arrivo dei fondi ministeriali. Un sistema di voucher cartacei convertibili poi in euro, che però allo Sprar non è andato giù. «Secondo la legge non si poteva fare», ha spiegato Daniela Di Capua, direttrice del sistema centrale Sprar, al Redattore Sociale. «Siamo andati 5 volte in due anni, non avevamo mai fatto tanta assistenza in loco per aiutare un progetto. Ma il Comune non si è mosso. Dopodiché il ministero (dell’Interno, quando era occupato ancora da Marco Minniti, calabrese anche lui, ndr) ha avviato la procedura: ha scritto al Comune evidenziando le penalità riscontrate, chiedendo le controdeduzioni prima di avviare la procedura di revoca. Ma niente, Mimmo Lucano ha di nuovo mandato deduzioni non risolutive alle questioni contestate. Per questo oggi la chiusura è un atto dovuto».

Il discorso, insomma, è questo: Lucano e il suo modello non possono permettersi di cambiare le regole che gli altri comuni meno noti invece rispettano. Punto. Tant’è che fu lo stesso Lucano a parlare, dopo l’avvio delle indagini della procura, di “istituzionalizzazione” degli Sprar per denunciare la presenza di regole e norme troppo rigide che, a parere suo, finivano per snaturare gli «ideali politici» che avevano guidato le prime iniziative di accoglienza dei migranti. Lucano è un battitore libero (“capatosta”, lo chiamano), e forse per questo a molti non è andato giù.

La spaccatura tra il sistema Sprar e il modello Riace risale, insomma, ormai a qualche anno fa. Basti pensare che nel 2016 i comuni della provincia di Reggio Calabria aderenti allo Sprar creano un coordinamento provinciale chiamato Agorà, ma Riace, il modello noto in tutto il mondo, non compare nell’elenco. E dopo l’arresto di Lucano i messaggi di solidarietà sono arrivati da molti comuni della provincia che hanno attivato lo Sprar, ma non da tutti. Ora, saranno i giudici a stabilire se Lucano è colpevole o no dei reati che gli vengono contestati. Ma la revoca dello Sprar a Riace è indipendente dall’inchiesta giudiziaria. Ma le contestazioni che vengono fatte alla gestione dei migranti nel paesino calabrese rischiano di diventare il cavallo di Troia per l’intero sistema Sprar. Che si trova di fronte quel Viminale guidato da Matteo Salvini, intento a smantellare per decreto l’unico sistema d’accoglienza virtuoso italiano. Non quello delle megastrutture, del business dell’immigrazione contestato da più parti, dove più ne hai più ne metti. Ma quello che vengono a studiare da ogni parte del mondo, dopo aver visto i documentari e i cortometraggi su Domenico Lucano e la sua Riace.

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