solo colpa nostra
14 Febbraio Feb 2019 0600 14 febbraio 2019

I dati non mentono: la recessione italiana è la peggiore d’Europa

Il nostro problema? La scarsa fiducia delle imprese nazionali e internazionali, le previsioni di un calo degli investimenti e gli ostacoli alle assunzioni che scaturiscono dal decreto dignità

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CREDITTIZIANA FABI / AFP

Che siamo ultimi in Europa quanto a crescita non è un fatto nuovo. Più o meno è quanto accade all’incirca da 25 anni, con poche eccezioni. Tuttavia negli ultimi mesi è intervenuta una novità. Non è tanto il fatto che le previsioni per il PIL del 2019 siano decisamente peggiorate, da un +1,2% circa a un +0,2% per la Commissione Europea o addirittura a una recessione del 0,3% per JPMorgan, ma che questo peggioramento interessi noi più di tutti. Noi che, appunto, eravamo già tra gli ultimi.

È qualcosa che, come già accaduto in passato, è stato minimizzato e coperto. Si è detto che c’è un rallentamento mondiale, che è una crisi della crescita che viene da fuori. È la solita tattica dello scarica-barile, del “mal comune mezzo gaudio”. Ma in poche occasioni come in questa la realtà si rivela diversa. Se guardiamo l’andamento delle previsioni della Commissioni Europea per l’Italia per il 2018, 2019 e il 2020 notiamo che nel caso del 2018 vi è stata una revisione al ribasso piuttosto comune. Fino alla primavera dello scorso anno si pensava che il PIL sarebbe aumentato dell’1,5%, nelle ultime stime la crescita è stata solo dell’1%. È riguardo al 2019 che è accaduto il patatrac. Da una previsione piuttosto stabile intorno al +1,1%-+1,2%, si è passati di colpo a un +0,2%.

Ebbene, la stessa cosa non è avvenuta altrove, non nella stessa misura.
Anche in Lussemburgo e Germania, è vero, c’è stato un calo del 1-1,1% delle stime tra le previsioni dell’inverno 2018 e di quello del 2019. Tuttavia si passa dal +3,6% al +2,5% nel caso del Lussemburgo, e dal +2,1% al +1,1% in quello della Germania. Quindi si tratta di un dimezzamento o della riduzione di un terzo della crescita. Nel caso italiano parliamo di una differenza in negativo dell’83,3%, perché l’aumento del PIL sarà un sesto di quello previsto, solo lo 0,2% a fronte del +1,2%.
In media in Europa la crescita si ridurrà di un quarto, dal +2% al +1,5%. In alcuni Paesi addirittura vi è un miglioramento o nessun peggioramento delle stime, soprattutto a Est e in Spagna.

Un elemento che dovrebbe metterci in allarme è il fatto che tra i Paesi più fragili, quelli che hanno subito la crisi dei primi anni 2010 più di tutti, i Paesi PIGS insomma, Italia Portogallo, Grecia, Spagna, solo il nostro Paese vede una riduzione della crescita così evidente.
In Spagna la previsione era un anno fa di un +2,1% per il 2019 ed è del +2,1% oggi. E’ semplicemente rientrata quella stima di un ulteriore miglioramento che era stata fatta in primavera ed estate.
In Grecia si passa, sempre per il 2019, dal +2,5% delle previsioni dell’inverno 2018 al +2,2% attuale. E tra l’autunno e dell’inverno 2019, nello stesso intervallo in cui noi passiamo dal +1,2% al +0,2%, nel Paese ellenico le prospettive invece migliorano di qualche decimo percentuale.
Quasi nessuna variazione neanche per il Portogallo.

Dati: Commissione Europea

Non si tratta quindi delle conseguenze dell’austerità, o presunta tale, come era stato alcuni anni fa per questi Paesi.
E non si tratta neanche solo delle conseguenze del rallentamento del commercio mondiale, messo in pericolo anche dai dazi.
Questo è un elemento, ma perfino la Germania, che è la più esposta di tutti in Europa agli ostacoli all’export, e in effetti viene colpita, subisce tuttavia un peggioramento della crescita inferiore al nostro.

Questo perchè il nostro problema è relativamente nuovo, si assomma al rallentamento mondiale, ma è una recessione made in Italy, intervenuta solo negli ultimi mesi che scaturisce dalla scarsa fiducia delle imprese nazionali e internazionali, dalle previsioni di un calo degli investimenti in seguito al rialzo dei tassi, in cui la crisi dello spread ha un ruolo importante, e agli ostacoli alle assunzioni che scaturiscono dal decreto dignità, per esempio, o al blocco di alcune grandi opere.

A dimostrazione di questo vi è anche il fatto che la riduzione della crescita prevista per il 2018 non ha visto come nel caso del 2019 l’Italia come ultimo della classe. Il 0,5% in meno tra inverno 2018 e inverno 2019 non è lontano dal -0,4% medio europeo, e anche in termini percentuali si tratta di una riduzione di un terzo, la Germania e la Danimarca sono state ridimensionate maggiormente, per esempio.

Per una volta sarebbe il caso di non cercare scuse, di non inventarsi che la crisi è mondiale, che vanno tutti male, come fa lo scolaro che cerca di addolcire il proprio brutto voto davanti ai genitori perchè il mondo e anche gran parte d’Europa in realtà continuano a crescere. Tantomeno può essere valido il vittimismo contro un’Europa matrigna, contro i mercati che speculano. Paesi molto più piccoli e fragili del nostro, usciti da una crisi molto più devastante, se la stanno cavando molto meglio.
Anche perchè ci vuole qualche tempo, ma quando la crisi tocca il concreto delle famiglie, quando a essere licenziato non è più solo il vicino di casa, le narrazioni, in cui pure siamo bravissimi, non basteranno.

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