Dossier
Greenkiesta
emergenza invisibile
17 Maggio Mag 2019 0600 17 maggio 2019

Non c’è solo il cambiamento climatico: le polveri sottili ci stanno già uccidendo

L’inquinamento atmosferico provoca mezzo milione di morti premature all’anno nella sola Unione europea, con il primato assoluto dell’Italia. Ecco perché non si deve parlare solo di cambiamento climatico: bisogna ampliare il discorso e capire cosa possiamo fare tutti già da ora

Polveri Sottili Linkiesta
PEDRO PARDO / AFP

Mezzo milione di morti premature nella sola Unione europea, secondo l’ultima rilevazione dell’Agenzia europea per l’ambiente e le elaborazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). E con un primato assoluto dell’Italia. È questa la dimensione della strage che è, da anni, in corso e che è attribuibile al solo inquinamento atmosferico. Se è vero che il cambiamento climatico può fare danni enormi, la questione ambientale è fatta di una strage che è già in corso ed è un errore politico ridurla al solo riscaldamento globale.

Un morto ogni mille abitanti all’anno, con un aumento del 22% rispetto al 2012 e una concentrazione ancora più forte nelle città che dovevano, da tempo, essere diventate “intelligenti” e che, invece, stupidamente continuano a essere aggrappate a una tecnologia – l’automobile alimentata a combustibile fossile e di proprietà privata – completamente obsoleta. Un morto ogni mille abitanti, ma è l’Italia che conquista la prima posizione in tre delle tragiche classifiche che ordinano i Paesi europei per decessi creati dai tre principali inquinanti: particolato con dimensione inferiore a 2,5 micrometri; biossido di azoto; ozono. Del mezzo milione di morti premature nei 28 Paesi, ottantamila sono in Italia e Milano è – anche per sfortunate circostanze geografiche – l’unica città che è sempre segnalata con il pallino rosso in tutte e tre le mappe che segnalano la frequenza con la quale le centraline segnalano valori superiori a quella soglia oltre la quale per l’Oms c’è un rischio immediato.

Bisognerebbe ricordare sempre questi dati accanto a quelli altrettanto preoccupanti del cambiamento climatico. Per stabilire – una volta e per tutte – che la questione ambientale non è fatta solo di riscaldamento globale. Ma anche di altri pesantissimi danni (ai quali bisognerebbe sommare quelli del rumore, della riduzione della qualità e della quantità dell’acqua, dell’alterazione delle catene alimentari, ..) che l’attività umana scarica sulle donne e sugli uomini. Con un effetto boomerang che ci sta già sottraendo anni di vita (la speranza di vita media in Italia e negli Stati Uniti negli ultimi tre anni ha registrato declini per due anni su tre); tempo che potrebbe dedicare a ciò che più ci piace; ore di lavoro e punti di prodotto interno lordo (se ci fosse ancora qualcuno che ostinatamente continua a pensare che ci sia una scelta possibile tra economia e ambiente); opportunità di innovazione. E aggiungendo costi al sistema sanitario e dolorose ingiustizie (perché a pagare sono, soprattutto, i bambini, gli anziani, le generazioni future).

La questione ambientale non è fatta solo di riscaldamento globale. Ma anche di altri pesantissimi danni che l’attività umana scarica sulle donne e sugli uomini

È indubbio che il clima si sta modificando: basta misurare le calotte artiche per avere il senso di quanta acqua dolce – 100 milioni di piscine olimpioniche all’anno – si sta scaricando negli Oceani. E ancora più fuori discussione è che ciò è determinato dalla capacità, straordinaria e pericolosa, che l’uomo ha di modificare il proprio ambiente: basta osservare la Terra da un aereo per rendersene conto. Il cambiamento climatico ha, poi, una capacità comunicativa unica: è la questione che, più di ogni altra, attraversa i confini e le generazioni, ricordando ad un’umanità diventata totalmente concentrata sul proprio presente e salotto di casa, che, invece, facciamo parte di uno spazio e di un tempo assai più larghi.

E, tuttavia, parlare solo di clima comporta tre gravi rischi. Il primo problema è di ordine concettuale. Parlare solo di clima può portarci a fare scelte insufficienti. A concentrarci troppo sulle emissioni di anidride carbonica (molto legate alle attività produttive) e troppo poco su quelle di polveri sottili (fortemente determinate da scelte di consumo individuale e alle automobili). Sui sintomi (c’è già chi parla di raffreddare il clima in maniera artificiale laddove ciò ci priverebbe, peraltro, del fattore che più ci motiva a cercare un altro modello di produzione e consumo) più che sulle cause. E a sottovalutare quanto le singole comunità (come hanno capito a Milano) possano fare dichiarando, ad esempio, guerra alle automobili alimentate con combustibili fossili e di proprietà privata.

Il secondo rischio è politico. Far percepire i danni che l’ambiente produce come qualcosa che colpirà le generazioni future ma che non necessariamente ci rovinerà la salute oggi, può ridurre la battaglia per l’ambiente a uno scontro ideologico tra chi può permettersi di preoccuparsi di futuro e chi è costretto a vivere di presente. Più efficace è, invece, dire con forza che stiamo già pagando costi enormi.

Infine, c’è il rischio più forte: quello del dogmatismo (soprattutto quello accademico) che fa sempre male. È vero che stiamo manipolando un meccanismo delicato e fondamentale; ma ciò non toglie che gli effetti dell’anidride carbonica sul clima, nonché quelli del clima sulla civiltà umana e sulla natura presentano, per definizione, elementi di incertezza e che sono differenziati. È vero che New York potrebbe finire sott’acqua e già lo fa per effetto dei tifoni di cui sta aumentano frequenza e intensità; ma onestà intellettuale impone di dire, anche, che la Russia sta beneficiando di uno scongelamento della Siberia.

Il più grande merito del cambiamento climatico è che è un formidabile vettore comunicativo di una questione molto più vasta. È il tempo di collegare a questo argomento potente una narrazione e una proposta molto più articolata e legata alla quotidianità di ognuno.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook