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24 Giugno Giu 2019 0600 24 giugno 2019

Italia, ecco il Paese sfigato che non sa sfruttare l’arrivo dei migranti

Ogni Stato ha la sua strategia verso i migranti. Cina e India si comportano come neo-colonialisti, gli Usa sono i migliori a integrare talenti mentre la Turchia ci specula sopra. Poi ci sono i Paesi «sfigati» come l’Italia che gli immigrati scelgono come base di approdo ma raramente di permanenza

Migranti_Linkiesta
GIOVANNI ISOLINO / AFP

I «neo-colonialisti», gli «integratori», gli «speculatori» e gli «sfigati», ecco come si possono inquadrare le nazioni nel loro rapporto con i migranti, che, vale la pena di sottolinearlo, rappresentano oggi – e di più nel futuro – il quinto Paese più grande del mondo: un «Non-Stato» composto da un popolo di 258 milioni di persone che vivono fuori dai loro confini natii. Parliamo di una nuova e grande nazione di migranti che nei prossimi decenni innescherà rilevanti effetti geopolitici a livello mondiale. Per un fenomeno economico e sociale dove il migrante può assumere un ruolo positivo o negativo sia nel Paese di destinazione sia in quello di partenza.

In cima ai Paesi «neo-colonialisti» troviamo la Cina che con la sua superpotenza economica ed espansionistica ha realizzato centinaia di miliardi di opere infrastrutturali in almeno venti Stati africani e ogni volta vi ha trasferito la sua manodopera: operai cinesi che hanno portato con loro cugini e parenti. Così in Africa si sono stabilizzati alcuni milioni di cinesi che, di fatto, stanno formando l’odierna classe dirigente africana, oltre al fatto che negozi al dettaglio e all’ingrosso, impianti e piccole imprese hanno soppiantato le attività locali. Anche gli indiani sono un popolo neo-colonialista. In California rappresentano una percentuale molto rilevante di start up innovative. La diaspora indiana ha quindi già in mano una grossa fetta della tecnologia che si sviluppa non solo in India, ma anche negli Usa. E l’India domina anche altre e importanti leve della tecnologia a livello mondiale. Per citare alcuni esempi, l’amministratore delegato di Microsoft, Satya Nadella, è di origine indiana, come il CEO di Mastercard, Ajay Banga, e l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai.

Volenti o nolenti esistono popolazioni e Paesi vincenti, che vanno, creano, controllano, si insediano, si integrano e rimangono, coltivando grandi e ottime basi per i Paesi d’origine. In altre parole, i nuovi colonialisti sono come i coloni europei che «invasero» il mondo nei secoli XVIII e XIX, portando benefici non solo a se stessi ma anche alle terre da cui erano partiti. Allo stesso modo, le popolazioni in movimento del XXI secolo aiutano i loro Paesi di provenienza ad avere accesso ai mercati e alla tecnologia, ma anche più voce in capitolo nella politica mondiale. Nello specifico, l’India riceve ogni anno oltre 70 miliardi di dollari in rimesse, quasi il 4% del suo Pil. Gli orientamenti geopolitici di America e India sono cambiati e gli Stati Uniti nel tempo hanno modificato anche i rapporti politici di equidistanza tra India e Pakistan perché è cresciuto il peso e l’immagine che gli indiani hanno dentro gli Usa e fuori.

Gli Stati Uniti d’America da sempre hanno saputo integrare i talenti mondiali

Un’altra categoria è quella degli Stati «integratori»: sono i Paesi furbi perché hanno la capacità di attrarre e ospitare i migranti in funzione del loro valore aggiunto. Gli Stati Uniti d’America, in questo senso, da sempre hanno saputo integrare i talenti mondiali. Tanti scienziati provenienti da ogni parte del pianeta (e da molto prima di Enrico Fermi) hanno trovato grande accoglienza e supporto negli Usa. La grande ossatura tecnologica del Paese e anche quella territoriale è composta principalmente di stranieri. Lo abbiamo visto durante la presentazione dei nuovi progetti dei professori del Master of Arts in Teaching (MAT) a Boston, programma congiunto con la Graduate School of Arts and Sciences che prepara gli insegnanti di scuola media o superiore in progettazione didattica, sviluppo adolescenziale, metodi e valutazioni in classe e abilità pratiche acquisite attraverso esperienze sul campo. Non c’era un americano.

L’immigrazione ha portato talenti anche in Israele, dove, malgrado la situazione di perenne tensione e i rischi terrorismo, i capitali investiti dallo Stato hanno garantito le interazioni con il resto del mondo. Il governo, infatti, garantisce la presenza di consulenti stranieri preparati e offre loro voli di sola andata, formazione linguistica e sostegno pratico sul territorio. Il risultato? Israele è un Paese hi-tech ed è estremamente connesso. D’altronde non si spiegherebbe come 7,1 milioni di individui, circondati da nemici acerrimi e senza risorse naturali proprie, riescano a produrre in proporzione più start up rispetto a grandi, pacifiche e stabili nazioni come Giappone, Cina, India, Corea, Canada e Regno Unito.

Poi ci sono i Paesi «sfigati» come l’Italia. Paesi perdenti, che gli immigrati scelgono come base di approdo ma raramente di permanenza. Paesi che spendono per accogliere i migranti ma li subiscono e non riescono a integrarli

Nella gestione della «questione migranti» troviamo poi gli «speculatori». Sono quei Paesi che sfruttano l’immigrazione per ricavarne un tornaconto economico e politico. Come la Turchia, ad esempio: da anni ambiva ad aderire all’Unione Europea, ma nel momento in cui si è posta come baluardo contro i flussi di profughi da Siria e Medio-Oriente, ha dettato i termini del suo rapporto con Bruxelles e incassato miliardi di euro per la gestione dei campi profughi.
Stessa situazione nel cuore del Sahara: lì, il 90% di tutti i migranti dell’Africa occidentale diretti verso il Mediterraneo passa attraverso il Niger, che così è riuscito a garantirsi un business da 1 miliardo di euro (in aiuti da parte della UE) e a porsi con le vecchie nazioni dell’Europa come interlocutore necessario e privilegiato nella gestione dei flussi migratori. Nel recente passato un’altra realtà che è stata coinvolta in compromessi remunerativi sull’immigrazione è stata la Libia di Gheddafi, che ha saputo con le sue minacce garantire al Paese enormi profitti.

Poi ci sono i Paesi «sfigati» come l’Italia. Paesi perdenti, che gli immigrati scelgono come base di approdo ma raramente di permanenza. Paesi che spendono per accogliere i migranti ma li subiscono e non riescono a integrarli. In conclusione, considerando il grande sviluppo potenziale dei fenomeni migratori del futuro di questo grandissimo «Non-Stato» in movimento, non siamo sicuri che l’Europa del Sud riesca a elevare il livello sociale ed economico dei Paesi verso cui questo flusso di migranti è destinato. Di certo giocherà un ruolo importante il sistema dei criteri di integrazione e di scelta, ma sarà la storia a darne conto. In ogni caso, per l’Occidente, la sfida più grande sarà quella di conciliare la pressione interna delle frontiere chiuse con i vantaggi geopolitici nell’abbracciare la migrazione. Perché, oggi e domani, bisogna sapersi collocare nel modo giusto di fronte al fenomeno migratorio per poterne ricavare il massimo vantaggio e mitigarne gli svantaggi; ovviamente rimandando sempre all’intelligenza delle persone e alla capacità di sapersi organizzare.

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