La battaglia
16 Luglio Lug 2019 0600 16 luglio 2019

Ecco perché Di Maio ce l’ha coi sindacati (no, non è solo perché incontrano Salvini)

Post al veleno del ministro del Lavoro dopo l’incontro dei sindacati al Viminale con Salvini alla presenza di Armando Siri: “Hanno fatto una scelta di campo, la facciamo pure noi”. Cgil, Cisl e Uil rispondono: “Stiamo aspettando le convocazioni da Di Maio da 15 giorni”

Ministro Di Maio Linkiesta
(Alberto PIZZOLI / AFP)

Di fronte al colpo di mano di Matteo Salvini, che ha organizzato il “suo” vertice su flat tax e manovra al Viminale con le parti sociali, per di più alla presenza di Armando Siri, il sottosegretario indagato per corruzione visto con il fumo negli occhi dai Cinque Stelle, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio alla fine se l’è presa con i sindacati. «Affar loro. Se vogliono trattare con un indagato per corruzione messo fuori dal governo, invece che con il governo stesso, lo prendiamo come un dato. E ci comportiamo di conseguenza», ha scritto il ministro in un post al veleno su Facebook. «Ora ho capito perché alcuni sindacati attaccano la nostra proposta sul salario minimo (per tutti stipendi di almeno 9 euro lordi l’ora), quando abbiamo milioni di lavoratori sfruttati e sottopagati. Parlino pure con Siri, parlino pure con chi gli vuole proteggere le pensioni d’oro e i privilegi. Hanno fatto una scelta di campo, la facciamo pure noi!». Parole che hanno fatto infuriare Cgil, Cisl e Uil, che da tempo aspettano in realtà un calendario delle convocazioni dal ministro grillino. Per di più dopo aver ottenuto un confronto sul reddito di cittadinanza solo a seguito della manifestazione unitaria del 9 febbraio di piazza San Giovanni a Roma.

«Appaiono del tutto inacettabili e offensive, nei toni e nella sostanza», scrivono i tre sindacati in una nota congiunta, «le osservazioni nei confronti dei sindacati avanzate oggi dal vice premier Di Maio al quale ricordiamo che siamo stati ricevuti quindici giorni fa dal presidente del Consiglio Conte, insieme allo stesso vicepremier Di Maio, e siamo ancora in attesa di ricevere la calendarizzazione degli incontri specifici così come aveva garantito il presidente del Consiglio per affrontare i temi contenuti nella nostra piattaforma unitaria, illustrata peraltro almeno tre volte al Presidente del Consiglio».

Si è aperta così un’altra puntata della guerra di Di Maio ai sindacati, dichiarata già in tempi non sospetti, quando il ministro grillino ancora non immaginava di poter arrivare al governo e non perdeva occasione per attaccarli. Tanto da ricordare a molti il primo Renzi. «I sindacati, soprattutto quelli storici che si sono trasformati in questi anni, sono i veri responsabili del disastro delle condizioni dei lavoratori in questo momento», diceva qualche anno fa. E ancora: «Il sindacato deve tornare nelle mani dei lavoratori e non di sindacalisti professionisti con la pensione d’oro che non lavorano da vent’anni». Salvo poi annunciare una riforma della rappresentanza sindacale da candidato premier del Movimento Cinque Stelle: «O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma», aveva detto dal palco del Festival dei consulenti del lavoro.

La riforma dei sindacati ancora non si è vista. E dopo una prima luna di miele tra la Cgil, con la Fiom in prima linea, e i Cinque Stelle, qualcosa si è rotto. Prima Susanna Camusso, e poi il successore Maurizio Landini, si sono opposti alle scelte del governo su decreto dignità, reddito di cittadinanza e quota cento. Fino alla manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil del 9 febbraio a San Giovanni con lo slogan “meno selfie e più confronto”. «Ai professionisti della realtà virtuale dico: uscite dalla finzione», aveva tuonato la segretaria della Cisl Annamaria Furlan. Dopo la piazza, l’atteggiamento del governo è cambiato e due settimane dopo i sindacati, il 25 febbraio, sono stati invitati per un primo round di confronto, mentre il dceretone era già in fase di conversione di legge. Ma nelle piazze è continuata la mobilitazione delle categorie, tra pensionati, metalmeccanici e dipendenti pubblici. Mentre cavalli di battaglia sul lavoro come quello dei rider, visti di buon occhio dai sindacati, sono andati scemando di promessa in promessa, Cgil, Cisl e Uil hanno criticato autonomia, sblocca cantieri, condoni. Ricevendo alla fine l’accusa di andare a braccetto con Confindustria e di voler «fare guerre per difendere interessi personali».

Ricordiamo che siamo stati ricevuti quindici giorni fa dal presidente del Consiglio Conte, insieme allo stesso vicepremier Di Maio, e siamo ancora in attesa di ricevere la calendarizzazione degli incontri specifici così come aveva garantito il presidente del Consiglio

Cgil, Cisl e Uil

Il terreno di lotta ora è quello del salario minimo, sul quale i sindacati si sono sentiti di nuovo scavalcati. Per Cgil, Cisl e Uil non è mai stata una priorità, se non all’interno dei contratti collettivi: fissare un importo, secondo le parti sociali, potrebbe avere come effetto “che un numero non marginale di aziende possano disapplicare il Ccnl per adottare il solo salario minimo”, hanno scritto nella relazione presentata in audizione.

La proposta è quindi quella di fissare i trattamenti economici dei contratti “con validità erga omnes” per tutte le imprese e i lavoratori, dando valore legale ai livelli di retribuzione di natura contrattuale. Per questo Cgil, Cisl e Uil chiedono al governo di approvare anche la legge sulla rappresentanza sindacale per stabilire chi è davvero titolato a stipulare contratti nazionali. Cosa che potrebbe però mettere all’angolo tutti quei sindacati autonomi, che ad oggi sono spesso diventati un bacino di voti grillini.

«Risandacalizziamo l’Italia», è stata una delle ultime sfide lanciate dai sindacati confederali nel corso della convention riorganizzativa della Cisl. In quell’occasione è stato il segretario della Uil Carmelo Barbagallo ha lanciare un avvertimento: «Lo avevo detto già a Renzi che parlare male del sindacato porta iella, cercheremo di spiegarlo anche a questi». Salvini, a quanto pare, ha raccolto l’invito. E Di Maio non l’ha presa bene.

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