8 Novembre Nov 2019 0600 08 novembre 2019

Taranto senza Ilva? Attenzione, senza alternative la decrescita (infelice) trasformerà il sud in un deserto

Il futuro della città passa da un bivio: reinventarsi o morire. Diventare un’eccellenza turistica come Bilbao o un polo logistico come Baltimora. Oppure rimanere abbandonata al proprio destino come l’ex area siderurgica sarda del Sulcis

Taranto_Linkiesta
ALFONSO DI VINCENZO / AFP

L’Ilva chiude. E ora? Ottomila dipendenti rischiano il licenziamento e una città che ha fuso il suo destino nell’acciaio rischia di arrugginirsi. Senza la sua fabbrica, Taranto è costretta a pensarsi diversa. E per un polo siderurgico la strada per la conversione, in tutti i sensi, passa da un bivio: reinventarsi o morire. Diventare un’eccellenza turistica come Bilbao o rimanere abbandonata al proprio destino come l’area del Sulcis. Finora le promesse sono state tante ma la politica non è riuscita a dare una visione. Un esempio su tutti il comportamento ambiguo del Movimento Cinque Stelle.

Nel maggio 2017 il capo politico Luigi Di Maio promise una «riconversione economica». Un anno dopo, l’attuale ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti al termine di una riunione con i sindacati promise: «La chiusura programmata significa andare verso la chiusura. Questo va fatto in un periodo di tempo relativamente breve ma non brevissimo». Poi, diventato ministro dello Sviluppo economico a settembre del 2018 dopo 18 ore di trattative definì l’accordo con ArcelorMittal «Il migliore risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili». Il fondatore del M5S Beppe Grillo corse in aiuto e postò un video sul blog: «Nessuno ha mai pensato di chiudere l’Ilva, si pensa a una riconversione», sfruttando il reddito di cittadinanza e 2,2, miliardi di fondi europei. Taranto avrebbe dovuto seguire l’esempio del bacino della Ruhr che riuscì a bonificare in dieci anni un’area su cui c’erano 142 miniere di carbone. Segnali ambigui che culminano nel balletto dello scudo fiscale per i nuovi proprietari dell’Ilva: prima inserito, poi tolto, poi reinserito, poi eliminato. «Taranto è il simbolo di un modello industriale anacronistico del passato», dice Fioramonti il 21 ottobre, ma in queste ore il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli cercano il tutto per tutto per salvare la più grande acciaieria d’Europa.

Per convertire l’economia di una città serve una visione coerente o almeno creare di nuovo le condizioni per far fiorire nuove idee imprenditoriali. La stessa che ha guidato la rinascita delle ventimila imprese in 156 distretti industriali italiani. Secondo l’11° rapporto annuale Intesa Sanpaolo meccanica e agroalimentare hanno portato le aziende ai livelli pre crisi del 2008. Dal distretto della gomma nel bergamasco, alla pelletteria di Firenze fino ai dolci di Alba e Cuneo. Tante zone d’Italia sono ripartire dall’agroalimentare alla meccanica. Il problema è che l’Ilva di Taranto è da sempre è un’eccezione. Produce quasi l’1% del Pil nazionale e fa parte di quel ristretto club delle grandi imprese con oltre 250 addetti: lo 0,1% delle 4 milioni 391 mila aziende italiane (Istat). La ricetta che vale per i distretti industriali non può funzionare fin da subito per questa realtà. Così come non possono bastare progetti singoli ma disomogenei come la riqualificazione del Rione Tamburi a ridosso dell’Ilva per depurarlo dalle polveri e fumi emessi per decenni dagli altiforni. Né il progetto P-Tech, un’iniziativa promossa dalla Ibm con il Politecnico di Bari in quattro istituti superiori tarantini: un percorso di sei anni per formare esperti in tecnologie digitali. Questi piccoli passi rischiano di essere inutili se la politica non chiarirà le idee a Taranto: puntare sulla conversione dell’ex Ilva o ripensare l’economia della città? Senza certezza non ci saranno investimenti privati, senza un obiettivo sarà impossibile far sviluppare l’attività privata.

Il caso più eclatante è quello di Ivrea: un tempo era la capitale del capitalismo umano grazie ad Adriano Olivetti e produceva tecnologia d’avanguardia. Oggi è un delizioso comune che ha solo due eventi importanti: la lotta delle arance e Sum, non a caso il Festival del Movimento Cinque Stelle

Eppure esistono tanti modelli da seguire oltre alla stra citata Bilbao, in grado di passare da polo siderurgico e sede di cantieri navali a meta turistica e culturale nel giro di vent’anni. Anche Pittsburgh, l’ex capitale americana dell’acciaio, è diventata una città verde che ospita eccellenze legate alla nanotecnologia e bioingegneria. Un tempo era uno dei posti più inquinati del mondo, ora è tra i primi posti nelle città più vivibili degli Stati Uniti. Un esperimento così riuscito che l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama decise di organizzare lì il G20 del 2009. Negli ultimi mesi anche Baltimora, la capitale del Maryland è riuscita a reinventarsi. Un tempo polo siderurgico ora è diventato un’area all’avanguardia per la logistica chiamata Tradepoint Atlantic. Al posto degli altiforni ci sono magazzini di stoccaggio merci di multinazionali come Amazon, FedEx e UnderArmour.

A Taranto finora si sono viste tante promesse e una speranza: mantenere in vita la fabbrica. Senza visione, il rischio è quello di fare la fine di un’altra zona abbandonata dall’Ilva: Bagnoli. Nel quartiere occidentale di Napoli c’era una delle acciaierie più grandi d’Europa. Ma dopo la chiusura nel 1990 è fallito il tentativo di bonificare i quasi due milioni di chilometri quadrati dell’ex fabbrica. Bagnolifutura, la società che avrebbe dovuto riqualificare la zona è fallita nel 2014 e la zona è stata commissariata dal governo Renzi nel 2014. Tra le zone industriali abbandonate dalla politica c’è anche l’area nord di Milano. Sesto San Giovanni fioriva grazie alle acciaierie Falk, Arese doveva tutto all’Alfa Romeo. Ora raccolgono le briciole che lascia la vicina Milano, in attesa di dare nuova vita ai 3,5 milioni di metri quadri che un tempo ospitavano le fabbriche. Un tempo la Brianza non era solo il dormitorio di Milano, ma era chiamata la “Silicon Valley lombarda” perché le grandi aziende tecnologiche come Ibm, Siemens e Alcatel sceglievano la zona intorno a Vimercate per le loro sedi.

Il caso più eclatante è quello di Ivrea: un tempo era la capitale del capitalismo umano grazie ad Adriano Olivetti e produceva tecnologia d’avanguardia. Oggi è un delizioso comune che ha solo due eventi importanti: la lotta delle arance e Sum, non a caso il Festival del Movimento Cinque Stelle. Anche ad agosto il New York Times ha fatto un’analisi spietata di una città che ha guadagnato nel 2018 la targa di patrimonio dell’Unesco ma ora è diventato il simbolo dell’utopia abbandonata. Che l'Ilva chiuda o no, la speranza è che in futuro Taranto non sia famosa solo per aver ospitato festival politici.

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