14 Novembre Nov 2019 1200 14 novembre 2019

Fernando Aramburu a Bookcity: «Vivere in un altro Paese mi ha fatto diventare uno scrittore»

Lo scrittore spagnolo, ospite per l’apertura della rassegna milanese, racconta il suo rapporto con la scrittura e affronta, insieme allo scrittore Paolo Giordano, il tema della convivenza, che in questi anni si traduce nella necessità dell’accoglienza e dell’accettazione del diverso

aramburu

¡«Hoy me siento milanes»! (Oggi mi sento milanese). Con queste parole e in mezzo agli applausi lo scrittore basco Fernando Aramburu ha salutato il pubblico del teatro Dal Verme, in occasione della serata inaugurale dell’ottava edizione di Bookcity, la rassegna dedicata al libro e alla lettura che si terrà a Milano dal 13 al 17 novembre. Una dedica affettuosa «che no es populismo!», ha scherzato. Per lui, spagnolo che da anni vive in Germania, Milano è una città speciale, «fa parte di quella patria [parola non casuale, se detta da lui] fatta di luoghi diversi e senza frontiere dove mi sento sempre a casa». Qui c’è la sua casa editrice e qui c’è il festival che, con 1.678 eventi sparsi in tutta la città, dalle università ai musei fino nelle case private, cerca di unire pubblico e privato per creare un nuovo patto della lettura.

Aramburu, dopo aver ricevuto il sigillo della città dal sindaco di Milano Beppe Sala («Non è d’oro», scherzano, «ma è perché qui a Milano, come si dice, stiamo schisci»), comincia un dialogo con lo scrittore torinese Paolo Giordano su letteratura, lingua e stile di scrittura. Soprattutto affrontando il tema della rassegna: le convivenze, subito declinate secondo il tema delle migrazioni.

«In un certo senso anche io sono un immigrato», dice Aramburu. «Ma per amore. Sono andato a vivere in Germania per stare con la mia fidanzata, una ragazza che ho conosciuto quando ero all’università». Il loro primo incontro, ricorda scherzando, era stato disastroso: «Lei suona alla porta a un’orario criminale per uno studente universitario. Soprattutto per uno studente universitario spagnolo: le 10 del mattino». Lui le apre «e rimango folgorato: una ragazza bellissima, bionda, riccia e con occhi come il cielo. Come è ovvio, si innamora subito di me», scherza.

Battute a parte, la convivenza, per lui che proviene dai Paesi Baschi (dove ha anche ambientato le sue storie, come Patria, bestseller prima nazionale e poi mondiale) è una questione cruciale. Passa per la segregazione linguistica, prima di tutto. «Adesso la situazione è molto migliorata: ma quando ero bambino il basco non si insegnava nelle scuole, non esistevano televisioni e giornali in quella lingua. Lo si imparava in casa e lo si parlava con i conoscenti». Ma a differenza di quanto si dice, «non è mai stato proibito». E neppure, sottolinea, «è mai diventato lo strumento di una lotta identitaria».

Le lingue possono dividere, come gli accadde con il tedesco, ma anche diventare un modo per ritrovare se stessi. «Per me vivere in Germania significava due cose: la prima, l’incapacità di comunicare con i tedeschi. La seconda, la paura di dimenticare la mia stessa lingua. Temevo di diventare come quegli ebrei che erano stati cacciati dalla Spagna nel XV secolo: avevo il timore che avrei continuato a parlare una versione antiquata dello spagnolo. Per uno scrittore non è certo una cosa buona». Per cui, «ogni volta che torno in Spagna, drizzo le orecchie: ascolto tutto quello che si dice e prendo note su un blocchetto, lo porto sempre con me per segnarmi le nuove parole e i significati che prima non conoscevo». Il risultato? «Ho reso la lingua spagnola qualcosa di esteriorie, diverso. In un certo senso, l’ho obiettivata, l’ho resa un oggetto di studio e conoscenza esteriore. E questo senza dubbio ha contribuito a farmi diventare lo scrittore che sono».

Anche se – riconosce – non è mai stato «un esiliato», sente comunque di capire il dramma di tutti gli immigrati che non hanno permesso di soggiorno o di lavoro in Europa. «Quando mi sono trasferito in Germania la Spagna non era ancora nella Cee. Era un Paese straniero». Per questo motivo, «per avere il permesso di lavoro, occorreva il permesso di soggiorno. Ma per avere il permesso di soggiorno, mi chiedevano il permesso di lavoro». Come se ne usciva? «Dovevo sposarmi. E la mia fidanzata, che era contro il matrimonio, ha accettato di farlo per me». Altri applausi. «Ma aspettate: quando siamo andati a presentare le firme al Comune di Hannover, si sono insospettiti: “Ma non è che si tratta di un matrimonio di convenienza?”, chiedevano. E non avevano tutti i torti: in un certo senso lo era. “Lei ha pagato questa donna per sposarla?”, domandavano. Ma con i soldi che avevo allora, non avrei potuto neanche se avessi voluto». Alla fine, insomma, «quei drammi li ho vissuti, in un certo senso, anche io».

Per questo la letteratura ha come compito, oltre che raccontare storie e realtà, cercare di creare le premesse della pace. Che passa per la convivenza e per il perdono: «Le vittime resteranno sempre vittime. Ma quando riescono a perdonare, cosa che per loro costituisce un antidepressivo, capiscono che il loro dolore non si diffonderà. Non andrà a condizionare il resto della società». La scrittura, insomma, deve insegnare la pazienza, il perdono, la capacità della convivenza. E poi deve anche essere una cosa bella.

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