Alla frutta
16 Novembre Nov 2019 0600 16 novembre 2019

L’Europa discrimina alcuni prodotti israeliani, ma a rimetterci saranno i palestinesi (e l’Europa stessa)

La Corte di Giustizia ha deciso che la merce proveniente dagli insediamenti sia dotata di una etichettatura specifica. Non sono ancora chiare le motivazioni. Di certo la scelta mal si presta al ruolo di mediatore nel conflitto israelo-palestinese

Gaza_linkiesta
Ahmad GHARABLI / AFP

Se questa è l’Europa… Gaza si riaccende e l’Ue fa una scelta di parte. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani che, a suo giudizio, non rientrano nei confini ufficiali di Israele dovranno essere dotati di una specifica indicazione di origine. Motivo: informare il cliente. Non è ancora chiaro cosa dovrebbe essere scritto su queste etichette. Made in settlements? Un po’ generico. Made in occupied territories? No dai. Mica pensano che quegli altri siano così scemi.

In realtà, al netto della polemica che sta montando a casa nostra, la questione va un attimo ridimensionata. «Più che di boicottaggio parlerei di labelling». Clelia Di Consiglio Grayson, della Camera di Commercio italo-israeliana cerca di smorzare il peso della notizia. «Non è ancora chiaro cosa voglia fare l’Europa. Certo è che i primi a essere colpiti sarebbero pochi prodotti agricoli: datteri, agrumi, erba cipollina». In realtà ne vanno aggiunti altri utili nella cosmesi e nella farmaceutica, oltre che i noti gasatori per l’acqua frizzante della Sodastream, la multinazionale con sede a Kfar Saba già in passato coinvolta in simili tentativi di bloccare l’economia del Paese, per ragioni di trasparenza e “pace”.

Ancora una volta l’Ue si incarta sulla frutta, distraendosi dalle questioni importanti. È ormai leggenda il caso sulla curvatura delle banane, secondo cui l’Unione, anni fa, avrebbe varato un regolamento che ne prevedesse la lunghezza minima. Si trattava di un fake, d’accordo, che però la diceva lunga sulle capacità dei burocrati Ue nel perdere tempo in futilità.

Detto tutto questo, il percepito è una cosa, la realtà un’altra. L’Europa sta boicottando Israele? No. Ne sta discriminando alcuni prodotti? Sì. Con che obiettivo? Questo ce lo deve spiegare. Perché, così stando le cose, siamo a Tafazzi che si picchia dove si picchia.

Infatti, i primi a pagare le spese di questa mossa di “labelling” sono i locali: donne o più in generale agricoltori palestinesi che rischiano il posto di lavoro. Questo sì che è boicottaggio. Al giovane bracciante togli dattero ed erba cipollina da coltivare e vedi come reagisce. Hamas e Jihad palestinese ringraziano.

Tuttavia, come si può pensare che un ricercatore israeliano possa trovare un clima di accoglienza in un’Europa che ogni volta ne inventa una per mettere sotto cattiva luce il suo paese?

Seconda vittima è l’Europa stessa. Qui il discorso si fa più complesso. E a Tel Aviv sono i primi ad andarci cauti. «I calcoli non si possono ancora fare», dice ancora Clelia Di Consiglio Grayson, non nascondendo una disinvolta tranquillità: «Stiamo parlando di erba cipollina!» Certo, nessuno si sta sognando di andare a strozzare i rapporti industriali tra noi e loro. A qualche imprenditore, impaziente per indole, potrebbero scattare i cinque minuti.

La zappa che l’Europa si tira sui piedi – se non altrove, tenendo presente Tafazzi – riguarda i rapporti strategici e l’immagine nei confronti di un partner insostituibile nelle politiche mediterranee. Israele è una start up country, il cui bene più prezioso che esporta è il suo capitale umano. Vanta un primato mondiale nel rapporto tra Pil e mondo della ricerca, oltre il 4%, a fronte del nostro 1,3%. Il suo sistema di trasferimento delle conoscenze è preso a modello in molti centri nevralgici dell’industria europea. La Lombardia, per esempio, sta investendo nella filiera delle life science, vedi Human Technopole, e quindi ha intuito le potenzialità di confrontarsi e dialogare con i poli scientifici delle università di Haifa e Tel Aviv. L’Israel Institute of Technology a Haifa, meglio noto come Technion, lo Sheba Medical Center e il Matam high tech park – quest’ultimo incubatore di start up tra le più sofisticate al mondo nel settore – lavorano da tempo in sinergia con gli Irccs lombardi. Tuttavia, come si può pensare che un ricercatore israeliano possa trovare un clima di accoglienza in un’Europa che ogni volta ne inventa una per mettere sotto cattiva luce il suo paese?

C’è poco da lamentarsi quindi se quei cervelloni preferiscano gli Usa o l’Estremo Oriente per fare carriera. Qui i soldi per la ricerca applicata all’industria è raro che abbondino, le norme sono sempre più arzigogolate e le istituzioni appaiono malate di una miopia che non si sa da dove venga. Per non parlare di quella faccenda per cui l’antisemitismo si sta riaccendendo sotto la cenere. Così, mentre a Milano si scende in piazza per sostenere Liliana Segre e Dresda dischiara lo stato di emergenza per un rigurgito di nazismo, l’Ue – piuttosto che occuparsi di cose serie – ci vieta l’erba cipollina coltivata a Sderot. Il tutto per il bene del processo di pace.

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