Graffiti, Italia
30 Novembre Nov 2019 0600 30 novembre 2019

In questo tempo impazzito il miglior racconto della politica italiana lo fanno i murales

Come spiega il cronista Marco Imarisio nel suo ultimo libro “Le strade parlano” (Rizzoli), opere come quella di TvBoy colgono il senso più profondo dell’attualità italiana. Smascherano, dietro alle parole, le vere azioni dei protagonisti del potere

Le Tre Grazie, di Tv Boy
Foto: Valentino Bonacquisti

Ci voleva coraggio, per non piangere. L’attore Tullio Solenghi aveva appena letto con le lacrime agli occhi i nomi delle quarantatré vittime, accompagnandoli con piccoli dettagli sulle loro vite spezzate. Samuele che aveva 8 anni ed è morto con il suo inseparabile pallone di Spider-Man, il camallo Andrea che stava per cominciare il turno di lavoro, Camilla che brillava sul suo tutù.

Era il 14 settembre, un mese dopo il crollo del ponte Morandi. Piazza De Ferrari, che ha sempre ospitato i momenti importanti di Genova, mostrava una città che infine si lasciava andare al proprio dolore. L’ultimo intervento di una giornata così intensa era stato quello di Giuseppe Conte, il premier sconosciuto ai più, l’avvocato e docente di Volturara Appula reduce da una vita sottotraccia che si ritrovava in quel ruolo al termine di un casting che era parso affrettato, inevitabile frutto della reciproca elisione tra due soci che già si guardavano in cagnesco ancora prima di aprire l’azienda.

L’atmosfera era carica di tensione e attesa, dopo un mese di tentennamenti sul da farsi, sulle decisioni da prendere per risarcire una città ferita. Genova è città che può essere geranio, o polveriera.

Al presidente del Consiglio lo avevano spiegato. Lui cominciò in modo solenne, agitando nell’aria alcuni fogli. «Non sono venuto a mani vuote» disse rivolgendosi alla folla. «Come promesso, vi porto il decreto sulle urgenze, che non è fatto di fogli bianchi ma di misure concrete per far ripartire la città». Seguì un elenco di provvedimenti abbastanza generico, comunque sufficiente per guadagnare gli applausi e una figura più che decente. Pochi giorni dopo si venne a sapere che quei fogli erano vuoti. Non solo in senso figurato. C’era scritto sopra qualche enunciato generico, ma non esisteva ancora nulla di concreto.

Il presidente del Consiglio, la quarta carica dello Stato, prima per importanza, aveva improvvisato su un canovaccio di poche righe, senza avere nulla in mano. Al punto che per approvare quel decreto su Genova ci vorranno altri due mesi e settantasette modifiche al testo originario. Nel poker, lo chiamano bluff.

Quel bizantinismo, il decreto che c’è ma non troppo, quella finzione nel nome degli equilibri di governo davanti a gente con le lacrime agli occhi, erano stati anche denunciati da alcuni giornali. Ma ormai i giornali contano poco o nulla, prima vengono le apparenze, il tutto e subito, fare bella figura al momento, e poi andarsene. Qualcuno l’aveva già vista e prevista, quell’immagine. La lista di cose da fare per salvare il Paese, una serie di punti interrogativi retta da un Conte ammiccante e soddisfatto, era apparsa all’inizio di giugno a Roma in via della Torretta.

Rendeva l’idea della precarietà di un accordo inedito nella storia repubblicana, retto da un programma concordato e discordante che in realtà sarebbe rimasto in piedi solo navigando a vista. Quattro mesi dopo, il murale nel centro della capitale avrebbe trovato anche la sua plastica rappresentazione nel reale, su un palco di Genova. Il Conte sorridente con la sua pergamena vuota era l’ultima in ordine di tempo di una serie di opere che hanno in comune il racconto di quel che accade in presa diretta, senza i vincoli del non detto, con la libertà concessa dalla street art. È come se la cronaca politica incorporasse anche il commento, il retroscena. E pure quel che non si può dire davvero.

Il primo murale di questa serie è stato il bacio di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, apparso la notte del 22 marzo 2018, diciannove giorni dopo le elezioni, in via del Collegio Capranica, a due passi da Montecitorio. Il giorno dopo, le prime pagine dei giornali erano dedicate allo stallo nella discussione sull’elezione dei presidenti delle due Camere, un argomento magari obbligato, comunque non fondamentale, già dimenticato. La trattativa tra M5S e Lega era agli albori, e sarebbe durata fino a maggio. TvBoy aveva capito come sarebbe andata a finire. Con un matrimonio così innaturale. Virginia Raggi fece cancellare quell’opera in fretta e furia, ma infine è l’immagine che resterà di quel periodo convulso.

Subito dopo, a Milano apparve la celebrazione delle nozze, ricreata da Beast in una cornice dorata di tre metri per due su un muro di via Garibaldi, all’interno della quale Salvini e Di Maio corrono sorridenti, tenuti per mano da una radiosa Raggi, una suggestione liberamente ispirata a The Dreamers, il film di Bernardo Bertolucci ambientato nella Parigi del 1968. Altri murales sono seguiti, compreso quello di Salvini che si scatta un selfie nel centro di Roma, a sottolineare la dittatura della comunicazione, dietro l’apparire poco o nulla. Tutti cancellati, o quasi. Giuseppe Conte invece è rimasto. Nel perenne corto circuito della politica italiana, ormai volubile ed effimera come i selfie dei suoi protagonisti, l’oggetto misterioso del governo gialloverde, tra populismo e sovranismo, è all’improvviso diventato una riserva della Repubblica, garante di un nuovo patto per un governo che dentro ha sempre i Cinque Stelle ma è l’opposto di quello che lui ha guidato e certificato per quattordici mesi.

Poco importa. Altri baci e abbracci verranno. Il primo è rimasto sui giornali per mesi, simbolo della nuova stagione politica. Perché diceva tutto e lasciava capire quello che sarebbe accaduto a breve. Perché era un documento del presente. Come sostiene proprio TvBoy, si chiama arte contemporanea perché racconta la contemporaneità. E qualche volta la anticipa.

da Le strade parlano, di Marco Imarisio, Rizzoli (2019)

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