Aiuto, la provincia è in crisi in Italia e in Europa (e non ne esce più)

Sempre più abitanti, sempre più laureati, sempre più lavoro. In Europa e in Italia le città crescono, mentre la povertà, la frustrazione e la rabbia sociale abitano sempre più in provincia

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TIZIANA FABI / AFP

31 Marzo Mar 2017 0821 31 marzo 2017 31 Marzo 2017 - 08:21
WebSim News

Sono 460 i chilometri di ferrovie minori, quelle tra i centri di provincia, dismesse in Piemonte in questo decennio, il 24% del totale di quella che era una delle prime e più vaste reti regionali costruite nel XIX e XX secolo. Contemporaneamente si è ampliata l’alta velocità, e faticosamente anche la rete metropolitana, a Milano e non solo. Non si tratta tanto di un segno del ritiro dello Stato e del trionfo dell’arido neo-liberismo che taglia servizi, no, è invece un ulteriore sintomo di un cambiamento epocale che sta rovesciando un trend che sembrava inesorabile almeno dagli anni ‘70 in poi.
È il ritorno alle città, e la crisi della provincia e delle aree più rurali.

È un cambiamento prima di tutto demografico quello che è in atto con sempre più persone che si trasferiscono all’interno delle metropoli a vivere, e non ne fuggono. Il comune di Milano prevede che per il 2013 la città tornerà a 1,5 milioni di abitanti, +250 mila rispetto ai minimi toccati pochi anni fa, e da cui è già in atto la ripresa. Nel contesto di un Paese con popolazione stagnante significa che necessariamente altrove, nelle campagne, ci saranno altri cali in termini di abitanti. E sempre più persone si muovono tra metropoli, anche da qui lo sviluppo dell’Alta Velocità.

Come al solito è un trend che ha origini economiche, nei cambiamenti strutturali che l’economia. Viene mostrato molto bene dalla ricerca sulle aree metropolitane del PBL Netherlands Environmental Assessment Agency, che getta uno sguardo lungo, che parte dal 1990. Il numero dei posti di lavoro nelle città è da allora cresciuto più che nelle aree rurali ovunque, tranne che in Belgio.

La cosa è estremamente evidente nei Paesi dell’Est dove di fatto quello fu l’anno zero, e si dovette cominciare a costruire un’economia. Ma a partire dagli anni 2000 anche in Occidente, in Francia e Germania, nonchè in Italia, Spagna e in Grecia.

Anche tra 2010 e 2015, negli stravolgimenti della Grande Crisi, è emerso come in Italia il numero di occupati sia persino aumentato nelle città, mentre è calato di circa il 3% in quelle rurali. Idem in Spagna dove la differenza, come la ferita sull’occupazione del resto, è ugualmente chiara: c’è il segno meno in entrambi i casi, ma per le metropoli è un -3,76%, mentre per le aree meno urbanizzate è un tragico -7,59%

Venendo all’Italia, volendo spacchettare questo dato per città, emerge come più la città è grande, più l’occupazione aumenta. Roma e Milano in testa, ma persino a Napoli durante la crisi. Anzi, si può quasi dire che più che città contro campagna è metropoli contro tutto il resto.

Di fatto sono le capitali e quelle 2-3 grandi città centrali quelle in cui si sta concentrando la ripresa. È evidente ancora di più all’estero.

Berlino e Londra hanno vissuto un’espansione con pochi uguali in Occidente negli ultimi decenni, e hanno superato di molto quanto accaduto nelle aree non metropolitane dei propri Paesi. Dietro naturalmente non c’è solo la maggiore disponibilità di posti per i disoccupati locali, ma anche e soprattutto l’aumento demografico, che comunque non è accaduto a caso, ma è stato guidato e motivato proprio dal maggiore sviluppo economico rispetto alle regioni circostanti. È evidentissimo a Berlino per esempio, che è un’eccezione in una Germania orientale che soffre un calo di popolazione drammatico, uno spopolamento dato da bassa natalità ma anche da emigrazione verso la metropoli berlinese, appunto.

E comunque le stesse dinamiche, con numeri più piccoli, si ritrovano a Dublino, Madrid, Vienna, Praga, in cui i posti di lavoro crescono più che nelle aree di provincia di Irlanda, Spagna, Austria, Repubblica Ceca. È in fondo una conseguenza dello spostamento del baricentro dall’industria ai servizi. Dopo decenni in cui in molte aree e soprattutto in Italia l’evoluzione è stata il passaggio dalla grande alla piccola impresa, ai distretti, tipicamente decentrati sul territorio, ora con la crisi anche di questi è il terziario avanzato a trainare la ripresa.

E anche quando è l’industria a riprendersi, in ogni caso richiede meno lavoratori, che necessariamente si riversano su professioni ad alta intensità di lavoro che intrinsecamente richiedono grosse concentrazioni di popolazione, di clientela, economie di scale come nella ristorazione, nella sanità, o nei nuovi lavori (o meglio nelle nuove forme assunte da alcuni vecchi lavori): Foodora o Uber non possono certo svilupparsi nel Polesine o nell’Oltrepo Pavese, hanno bisogno delle metropoli.

Metropoli laddove si concentra, non a caso, la maggiore proporzione di laureati, con differenze rispetto alla campagna che sono enormi quasi ovunque, anche per la maggiore concentrazione di giovani nelle grandi città.

Quasi ovunque, perchè in Italia questa differenza è solo del 3,4%, ma non per la maggior proporzione di laureati in provincia, bensì per il loro basso numero persino in città, anche se considerando Roma e Milano probabilmente avremmo numeri diversi. Come sempre rimaniamo indietro anche in questi trend. Attenzione però, tutto ciò ha delle conseguenze, e non solo economiche.

Uno sviluppo non omogeneo in un Paese, l’aggiunta di una nuova disuguaglianza geografica, oltre a quelle già esistenti, non potrà passare in cavalleria. Lo scontento per la chiusura di collegamenti ferroviari e non solo, di ospedali locali, di servizi pubblici non sostenibili in aree meno densamente popolate, già si vede, in Italia e altrove.

Dove ha vinto Brexit nel Regno Unito, Trump negli USA? Dove ottiene più voti Marine Le Pen in Francia e AfD in Germania? Nella provincia, che più è profonda, lontano dalla metropoli e dimenticata, e più si rivolge alla protesta contro l’establishment. Ormai non è una novità. Ed è un gap che si allarga: anche prima Londra votava in modo diverso dal resto dell’Inghilterra, così come a New York rispetto agli Stati USA più interni, ma ora questa differenza è divenuta enorme: il 70% per i Remain a Londra e il 70% per il Brexit nel Lincolnshire. la crescita dei repubblicani nelle contee dove già prendevano il 60% nella Pennsylvania interna e l’aumento dei democratici a Los Angeles e San Francisco dove già dominavano incontrastati.

È la rabbia per l‘essere dimenticati, per dover subire più disoccupazione, o, quando il lavoro c’è, per dover accontentarsi di stipendi minori. Perchè il futuro, a differenza di una volta, quando le fabbriche aprivano ovunque e soprattutto al di fuori dei centri urbani, si fa invece lì, nelle grandi città, nelle metropoli.

Che però rappresentano dei puntini sulla mappa, mentre il territorio intorno in ogni caso continua a esistere e grida il proprio bisogno di attenzione, per non diventare solo un deserto rancoroso.

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