“Altro che innovazione: la tecnologia è la morte del teatro (ma lo salva dalla censura)”

Secondo il regista iraniano Amir Reza Koohestani le novità hanno tolto "lifeness" alle rappresentazioni teatrali, rendendole sempre più simili al cinema. Ma la natura di ogni spettacolo risiede anche nel rapporto con il pubblico, che cambia sempre

P1060589
17 Maggio Mag 2017 1110 17 maggio 2017 17 Maggio 2017 - 11:10

Se c’è qualcosa che ammazza il fascino del teatro, quella è la tecnologia. Lo sostiene, in parole più morbide, il regista teatrale e sceneggiatore iraniano Amir Reza Koohestani. Ospite a Milano Talks, iniziativa della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e del gruppo Adecco, discute di teatro, industria 4.0 e innovazione. Alla fine, il suo giudizio è netto: come per tutte le cose, «la tecnologia ha un impatto anche sul teatro». E questo si traduce in cose positive, «come la drastica riduzione delle spese» (sorride), ma ha anche effetti negativi, «cioè la perdita della lifeness» intesa come vitalità, come spirito unico di ogni performance.

Cosa intende per perdita della “lifeness”?
È una massima: la tecnologia uccide la vitalità di un’opera d’arte. E l’unica forma d’arte che ancora la possiede è il teatro. Per questo, inserire la tecnologia nel teatro ne uccide la natura.

Si spieghi meglio.
Le faccio un esempio: quando si allestisce uno spettacolo si fanno delle prove, con gli attori e con i tecnici. In teoria, si potrebbe andare avanti a provare fino a poche ore dal primo spettacolo. Ecco, da anni, ormai, non è più così. La vera scadenza va fissata almeno cinque giorni prima, cioè quando occorre dare ai tecnici del suono, delle luci, o di altre forme di dispositivi in scena, il piano dello spettacolo. Loro lo traducono in comandi automatizzati, uno dietro l’altro, e li registrano su un cd. Al momento dello spettacolo, ogni posizione di luce, ogni movimento di sipario è già registrato, è già fissato nell’ordine deciso dal regista. Il tecnico non ha altro compito che pigiare un bottone, di volta in volta. E spesso non sono nemmeno presenti in sala.

I comandi però li ha decisi prima il regista.
Sì. Ma per esigenze economiche, vengono registrati e poi riproposti di teatro in teatro. Dimenticando un fattore essenziale: ogni luogo è differente. Ha una sua struttura, una sua storia e, soprattutto, un suo pubblico. Il teatro esiste sempre nell’interazione con il pubblico. In questo modo, invece, si fissa tutto in uno spettacolo prefabbricato. Dove viene eliminato l’imprevisto.

Ma non è un bene?
No. Il teatro non è come il cinema. Somiglia più a una partita di calcio, dove gli errori sono parte dello spettacolo, sono inclusi nel sistema di gioco. E proprio per questo la Fifa oppone una resistenza strenua all’inseriemento della tecnologia nel controllo degli arbitri. Lo stesso dovrebbe valere per il teatro. E invece si organizzano spettacoli, penso al Lion King, che possono avvenire in contemporanea in tre città del mondo in diversi continenti. Questo lo uccide, lo spirito del teatro.

Però la tecnologia serve. La usate. La usa anche lei.
Certo. Il problema non è lì. Le tecniche sono solo strumenti. La questione è un modo di pensare che impone a un mondo come il teatro una mentalità fatta di riproduzione/ripetizione. Funziona per ottimizzare le risorse, trovare soldi e tagliare spese. Ma con lo spettacolo non ha nulla a che vedere.

Lo spettacolo cambia anche a seconda del pubblico. Lei è iraniano: quando scrive i suoi testi pensa a un pubblico globale o a quello del suo Paese?
È ovvio che ci sono differenze. Ma non credo che siano nella scrittura, tanto nella performance.

“l teatro non è come il cinema. Somiglia più a una partita di calcio, dove gli errori sono parte dello spettacolo, sono inclusi nel sistema di gioco. La tecnologia fissa tutto come in uno show prefabbricato”

Cioè?
A volte mi è capitato di concentrarmi su alcuni temi che, pensavo, fossero più di attualità e di urgenza in Iran. E invece le reazioni del pubblico erano le stesse in tutto il mondo. Ero stupito. Esiste qualcosa, davvero, che collega tutti gli esseri umani, un sentire comune che va oltre le nazioni e le culture.

Però l’Iran è un Paese particolare. Anche solo perché, ad esempio, c’è la censura.
È vero.

Le ha mai creato problemi?
In realtà, a differenza di quanto si possa pensare, è difficile che succeda.

Perché?
Per legge occorre essere registrati all’albo degli autori. Poi si dovrebbe leggere il testo definitivo di fronte a una commissione di controllo. E poi sarebbe prevista la presenza di un loro delegato alla prima di ogni spettacolo. Ma non succede mai niente di tutto questo (ride)

In che senso?
Ormai ci sono troppi spettacoli e troppo poche risorse per seguirli. E allora si sono inventati una soluzione di compromesso: non potendo ascoltare tutti, chiedono di vedere un cd con sopra le riprese delle prove dello spettacolo. Le ricevono, le guardano (in teoria) e le archiviano se non ci sono problemi. Però qui si torna al discorso della tecnologia.

E dei suoi impatti sulla performance...
Esatto. Riguardando queste riprese mi sono accorto, io per primo, che mancavano del tutto di vita. Non c’è niente di quella lifeness che sentivo durante le prove. E questo, stavolta è un bene.

"In Iran, per legge occorre essere registrati all’albo degli autori. Poi si dovrebbe leggere il testo definitivo di fronte a una commissione di controllo. E poi sarebbe prevista la presenza di un loro delegato alla prima di ogni spettacolo. Ma non succede mai niente di tutto questo"

Perché?
La commissione può anche decidere di tagliare una scena, considerata sconveniente. Ma il teatro è fatto di altro: sta in quella cosa che succede con gli spettatori. Appena comincia lo spettacolo, si crea d’improvviso un codice nascosto e segreto tra gli attori (e i personaggi) e il pubblico. Una forma di complicità che carica di senso, di sottintesi, di richiami anche politici che non può essere catturata da una cinepresa. E ancor meno può essere colta visionando un cd.

E allora il teatro può parlare di politica in Iran senza che capiti nulla.
Esatto. Noi mettiamo in scena sempre questioni politiche. E riusciamo sempre ad aggirare i controlli. Grazie alla tecnologia.

Potrebbe interessarti anche