’Ndrangheta e malavita, che succede al produttivo Nord?

’Ndrangheta e malavita, che succede al produttivo Nord?

Cosa penserà Adriano Olivetti, dal suo eremo celeste, dei suoi “colleghi” imprenditori che consegnano, con tanto di taglio del nastro, la quarta regione – il Piemonte – alla criminalità organizzata, dopo aver già festeggiato la caduta di Lombardia, Liguria e parte dell’Emilia? (Sulla Valle d’Aosta stiamo lavorando). E che idea si sarà fatto della politica, a cui dedicò tanta parte di sé, la cui assenza/insussistenza ha felicemente partorito il primo presidente del Consiglio donna della nostra storia, nella persona di madame N’drangheta?

Mentre ci balocchiamo con il sistema ungherese (ultima trovata elettorale di Bersani) e la Marcegaglia ci ricorda come un disco rotto che il governo non fa abbastanza per le imprese, la gente che lavora e che delinque rimpingua il suo Pil alla faccia degli italiani brava gente. E si compie finalmente quel miracolo padano, a cui inutili leghisti tendevano da anni: la separazione del Nord dalle istituzioni. Adesso è finalmente ufficiale: è di ieri la notizia del maxi blitz anti-’ndrangheta dei carabinieri in Piemonte, con 150 arresti e beni sequestrati per 117 milioni. 

Quando accadono fenomeni di questa portata, larghissima portata, sarebbe bene che ognuno prendesse consapevolezza per la parte che lo riguarda. Sotto questo cielo, stiamo facendo a gara a chi si nasconde di più. Senza girarci troppo intorno, prendiamo gli imprenditori. È tale l’arretratezza culturale della categoria che nell’immaginario collettivo l’ultima cosa rimasta nelle orecchie dei cittadini è che “chi paga il pizzo è fuori da Confindustria”. Capite, semplice questioncella siciliana, roba da brontosauri, dimostrazione palmare che viale dell’Astronomia è lontana anni luce dalla modernità delle mutazioni sociali, come una vecchia e stanca balena spiaggiata tra la curiosità di qualche bagnante.

C’è una grande questione che rimane inespressa, sarebbe meglio dire sepolta, all’interno di Confindustria, o anche più semplicemente tra imprenditori che non sentano come ineludibile il vincolo di un’associazione. Ed è la questione morale. Forse è scandaloso, magari un filo irritante, doverla reintrodurre con tanti anni di ritardo sulla tabella di marcia imposta da Enrico Berlinguer, ormai più di trent’anni fa, ma è esattamente la cosa di cui si avverte la necessità. Come l’aria, come l’acqua.

Andrebbe definito, una volta per tutte, il ruolo culturale dell’impresa. Se poi ne ha uno. Andrebbe chiarito se chi fa impresa e, sperabilmente, profitto liberale, abbia l’obbligo d’essere esempio morale per gli altri, nella concezione del lavoro, delle regole, dei rapporti umani e professionali, nell’esigenza di fare corpo unico con la politica e le istituzioni alla ricerca di un possibile bene comune.

Tutto questo, oggi, negli imprenditori italiani manca. Almeno non è percepito e naturalmente va detto che, presi singolarmente, molti capi d’azienda si comportano in maniera onesta e cristallina. Ma ogni tanto sentiteli parlare, gli imprenditori. Ne avvertite, forse, il senso etico, riescono a farvi vibrare le corde dell’anima, hanno quel giusto distacco dalla politica vischiosa, sono in grado di intercettare i cambiamenti? No. Generalmente sono piatti, non sognano nel senso più realistico del termine, sovente trasferiscono all’esterno la lezioncina stolida del padroncino, magari puntano anche al salotto, senza interrogarsi se una vera signora li farebbe mai entrare.

E la politica, l’altra gamba di una società avanzata? Diamo per scontato che una parte della politica sia corrotta e corruttibile. Ma questo non è lo scandalo. Nasciamo carne debole, poi chi vuole e riesce, si fortifica. Qui invece parliamo di una condizione strutturale di debolezza, come se una classe idealmente scelta dal popolo (non è più neanche così e chiediamoci perché) non fosse nemmeno più in grado di dettare le “regole del gioco” democratico. Quando non si è più in grado di tracciare il solco istituzionale, perché da vent’anni il circuito è totalmente autoreferenziale, preso com’è da uno scontro sulle persone e non sulle idee, all’esterno cominciano a formarsi fenomeni di tutt’altra natura, nell’idea che quel vuoto di politica e imprenditoria potrà essere colmato da una tecnicalità. La tecnicalità criminale.

Naturalmente, l’avvento di organizzazioni come la n’drangheta, su scala nazionale, porta con sé la completa alterazione d’ogni mercato. Vanno a farsi benedire la libera concorrenza, l’idea del merito e, soprattutto, la coscienza civile che arretra passo dopo passo.
E così, oggi l’Italia sta per essere completamente ingoiata.  

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