Se ne sono andati (anche il padre della Red Bull)

Se ne sono andati (anche il padre della Red Bull)

Chaleo Yoovidhya

(1922-3 – 17 marzo 2012)

Per parlarne, a colpi di marchio animale, si resta incerti: un toro rosso, o una tigre asiatica? Molta energia, comunque: come il beverone da lui creato, e thailandese, come lui stesso. In inglese e fortunatissimo nel mondo si chiama “Red Bull”. Nella lingua thai, “Christened Krating Daeng”. Un cilindro di latta, con due tori rossi che si fronteggiano sopra la scritta “Energy Drink”. Venduto, e quindi bevuto, oggi, in 160 Paesi. Chi lo beve, sperando in exploit vitali di ogni genere, trangugia un misto di caffeina, e di vitamine varie. E di taurina: da cui il nome, e l’immaginario nelle prestazioni. Il suo inventore – Chaleo, morto a Bangkok a 89 anni – è arrivato a un patrimonio di 5 miliardi di dollari.

Cosa che non lo ha resto esibizionista, né adrenalinico come la sua bevanda. Una vitalità privata – 11 figli conseguenti a due nozze – e nessuna intervista negli ultimi trent’anni.

Una certa eleganza di tratto, cinese come le sue origini, e come sono trattati certi antichi caratteri cinesi nelle descrizioni di Jules Verne o di Victor Segalen. Una persona abituata – da ragazzo e prima dell’intuizione fortunata di quella bevanda – alla precisione dosata della farmacologia: una scienza esatta, dove l’equilibrio dei componenti dà il risultato. E quindi il benessere. Chaleo era arrivato a Bangkok, poco più che adolescente, per aiutare suo fratello. Farmacista, appunto.

Venivano dal Nord del regno, dalla provincia di Pichit: madre e padre cinesi, vivevano di allevamento di canarini, oche, e commercio di frutta. Lavorare in una farmacia vuol dire vendere dei farmaci, mentre produrli in proprio significa smettere di fare il farmacista, per diventare, tout-court, imprenditore farmaceutico. Vivere in Thailandia nel secolo americano, e in uno dei Paesi asiatici più devoti agli Stati Uniti, voleva dire imparare dagli americani una delle loro massime arti: farsi da solo, con un’impresa.

Negli anni Settanta, Chaleo era già un ricco self-made-man, di prodotti farmaceutici, ma pronto a variarsi nella merce e sul mercato. Nel mondo. In un mondo già abbeverato di Coca Cola, poi di Pepsi Cola, poi di tutte le variazioni zuccherate ed energetiche che sarebbero seguite, una delle prime sfide del Far East agli americani poteva avvenire, in concorrenza, su quel terreno. Della bibita bevuta da tutti, per non dormire, o per studiare, o, semplicemente, per piacere.

Chaleo aveva già inventato la sua “Krating Daeng” – ben venduta e bevuta entro i confini thailandesi – quando, sempre attraverso i farmaci, gli arrivava fra le braccia l’occasione per il grande balzo in avanti. Dall’Europa, da un austriaco di nome Dietrich Mateschitz, imprenditore della ditta Blendax, dei cui prodotti Chaleo aveva la licenza di vendita in Thailandia.

Il seguito ha avuto un suo ritmo conciso: Dietrich assaggiava, a Bangkok, quella Coca Cola locale, e proponeva al cinese-siamese la joint-venture e il lancio nel mondo di “Red Bull”. Era stato inventato il nome, all’americana, e i due formarono la società nel 1984. Successo planetario: fra studenti, operai, camionisti, ragazzi e adulti durante le feste, eccetera.

Qualche variazione nella formula: con più bolle, più minerale, e più leggera di consistenza. Così come la Coca Cola produceva i suoi accostamenti alcolici (il Cuba Libre con il rhum), anche la “Red Bull” inventava i suoi arricchimenti etilici: il Vod-Bomb, con la vodka. E Chaleo sarebbe diventato un ospite fisso delle classifiche di Forbes: fra i più ricchi del mondo, a quota 205. Sobria, tutto sommato. Come lui: che – secondo qualche ricordo post mortem – «non si lamentava mai di essere stanco, e non pronunciava mai gli aggettivi “impossibile”, o “difficile”». 
 

 https://www.youtube.com/embed/rSaaV5LeQEY/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Frank Sherwood Rowland

(28 giugno 1927-10 marzo 2012)

Scienziato nordamericano del Delaware, ma stabile in California, dove insegnava chimica, all’università. Esattamente, chimica dell’atmosfera, di cui è stato il difensore per eccellenza nei nostri tempi. Eccellenza, cioè scoperte e derivati campanelli d’allarme, che gli hanno fatto meritare il Premio Nobel nel 1995. Condiviso con due altri ricercatori di quella materia, l’olandese Paul Crutzen, e Mario Molina, di Città del Messico. E motivato, fra l’altro, con il fatto «di avere salvato il mondo dalla catastrofe».

Prima delle intuizioni – con derivate analisi di laboratorio, e articoli pubblicati – di Sherwood e degli altri due, era difficile immaginare quanto male ci facessimo, ogni giorno e in prospettiva, perfezionando il nostro aspetto civile o anche curandoci la salute, o, in genere, producendo e consumando certe cose: un’umanità sempre più numerosa che usava spray, deodoranti, aerosol, o bombole a più funzioni.

Una quarantina d’anni fa, quei tre scienziati lanciavano un avvertimento da perfetti filantropi: la stratosfera veniva accanitamente bucata da un’armata di prodotti dell’era del benessere e dell’industria. Più precisamente, ogni minuto-secondo, veniva attaccata da una quantità infinita di composti, chiamati clorofluorocarburi.

Lo strato di ozono, diffusamente sforacchiato, stava diventando sempre più esile, e, a furia di buchi, l’industrioso genere umano si sarebbe ritrovato progressivamente indifeso di fronte ai raggi ultravioletti del sole. L’avvertimento era sintetizzato in un articolo – che sarebbe diventato Storia – pubblicato sulla rivista “Nature”, nel 1974: dove si precisavano i passaggi di quell’attacco. Quando le molecole di Cfc (sigla dei clorofluorocarburi) si perdono nell’alta atmosfera, vengono subito bombardati dai raggi solari. I loro atomi di cloro possono allora assorbire un’enorme quantità di molecole dell’ozono. Anzi, lo fanno: in quello scritto, si citava un massimo – enorme – di centomila molecole assorbite da ogni atomo di cloro.

La conclusione era più dura da digerire dell’analisi: l’effetto di quella distruzione nei piani alti dell’atmosfera sarebbe durato diversi decenni. Cioè, oggi, mentre ricordiamo con una certa gratitudine Sherwood, Molina e Crutzen, siamo un po’ più inermi di 40 anni fa. L’analisi era poi durissima da mandar giù per almeno due mondi: quello dell’industria – ovviamente il più ostile – e quello della cosiddetta comunità scientifica. Gli scettici colleghi dei tre pionieri della chimica dell’atmosfera, obiettavano che quei calcoli e quella visione erano roba da laboratorio, teorica. E che, nella oggettiva difficoltà nell’esplorare quel territorio stratosferico, Sherwood e gli altri avevano proceduto a tentoni.

Il muro di diffidenza sarebbe durato poco: undici anni. Nel 1985, un gruppo di scienziati inglesi avrebbe confermato i risultati di quella ricerca e di quell’allarme. E, finalmente, nel 1987, il Protocollo di Montréal metteva il bando alla produzione dei composti dei Cfc.

Quel protocollo è stato il primo trattato internazionale sull’ambiente della storia. Che, intanto, si è abituata a nominare “il buco dell’ozono” come un marchio di paura costantemente – e alla lettera – appeso sulle nostre teste. Anche di cittadini del mondo generalmente entusiasti delle abbronzature estive, e, per questo, attentissimi a ogni genere di protezione dal sole e dalla sue offensive ultraviolette.