La crisi trasforma la Spagna nel supermercato degli ovuli

La crisi trasforma la Spagna nel supermercato degli ovuli

MADRID – Nella selva cibernetica degli annunci su internet, tra offerte di prestazioni di ogni genere più o meno legali, proposte matrimoniali e vendita di paccottiglia elettronica, nella Spagna messa in ginocchio dalla più grande crisi economica nella sua storia di giovane democrazia, ora si vende anche la vita.

«Donatrice di ovuli, senza malattie sessualmente trasmissibili né ereditarie, non fumatrice, sotto i 30 anni, si offre in cambio di compenso economico per donare ovuli a Valencia». E ancora. «Ho 22 anni e vivo in Honduras e dono i miei ovuli se potete pagarmi il biglietto aereo oltre a una piccola donazione. Sono di pelle bianca, 1,66 di altezza, capelli castano chiaro». Questo per quanto riguarda l’offerta, poi esiste una robusta domanda, alimentata dalla speranza di chi vuol essere genitore. A scorrere bene gli annunci, si legge anche: «Ho bisogno di una donatrice di ovuli a Barcellona, con un’età compresa tra i 22 e i 35 anni. Offro fino a 6.000 euro di ricompensa».

È il supermercato virtuale di ovuli, ovociti, gameti, composti umani che possono ridare la speranza a chi vuole un figlio. Non ha un’insegna né un luogo materiale, ma è ben raggiungibile nel rassicurante anonimato del web. Basta scrivere la parola “ovulos” nel motore di ricerca per essere inondati da centinaia di annunci di ovuli umani pronti per essere fecondati e alla ricerca di un utero adottivo. Sfuggono a ogni censimento e a ogni legge e muovono un giro clandestino di affari che sfiora il milione di euro all’anno e rappresenta un modo per sbarcare il lunario per molte spagnole rimaste senza lavoro. Così, dopo l’incremento del numero di prostitute “non professioniste», dopo l’invito della Chiesa a indossare i panni di sacerdote o di suora per «avere un lavoro sicuro e a tempo indeterminato», in Spagna la donatrice di ovuli è la nuova professione contro i quasi 5 milioni di disoccupati (pari al 25% della popolazione attiva). Una pratica che è oramai comune tra le disoccupate e le universitarie di età compresa tra i 20 e i 35 anni, anche se, ultimamente, è sensibilmente aumentata la presenza delle sudamericane e delle ucraine: si offrono a prezzi più bassi, assumendo spesso farmaci per stimolare la produzione di ovociti e poter vendere fino a 20 ovuli per volta, un grave rischio per la salute che può provocare l’infertilità, come avvertono i medici.

Le offerte e le richieste sono catalogate sotto la voce “scambio e donazione”, per non mercificare all’apparenza un tema delicatissimo in materia di bioetica. La legge 35/1988 sulle donazioni di organi in Spagna consente anche quelle di ovuli ed embrioni: impone soltanto un timido divieto alla loro vendita, senza però condannarne efficacemente il fenomeno speculativo che se ne produce. La legislazione iberica, infatti, non si oppone alla richiesta di un rimborso adeguato per le donatrici, ma dietro a quell’offerta, si nasconde un vero prezzo da pagare dettato da un listino che va dai 2.000 fino ai 9.000 euro per meno di una decina di ovuli sani da fecondare e impiantare.

Nella sola Spagna si calcola che avvenga il 30% delle donazioni europee di ovuli, che equivale a 40 mila donazioni all’anno. Una cifra che sfugge al ministero della Sanità di Madrid che ne ha censite nel 2011 soltanto 5 mila. La trattativa non avviene solo in forma privata tra donatrice e aspirante madre, esiste l’intermediazione dei medici delle oltre duecento cliniche private della fertilità: presentarsi assieme a una donatrice accelera la pratica di impianto con un costo di 4-6 mila euro per le spese ospedalieri. Le cliniche, all’interno dei loro siti o su riviste femminili, pubblicano costantemente richieste di ovuli e mascherano l’annuncio come fosse un atto di civiltà equiparabile alla donazione di organi.

E a Madrid, Barcellona, Valencia e Bilbao, nell’ultimo ventennio sono sorte come funghi le cliniche della fertilità, alimentando il “turismo della procreazione” dall’Europa alla Spagna, che ha prezzi più competitivi. Soprattutto dall’Italia, dove la legge 40/2004 che regola la procreazione assistita limita e impedisce ogni trattamento, dalla diagnosi preimpianto alla fecondazione. Ogni anno oltre 2 mila coppie italiane giungono in Spagna per realizzare il sogno di avere un figlio, aggirando la severa legge italiana che la Corte europea dei diritti umani ha giudicato «incoerente, proibizionistica e poco rispettosa verso la vita». Nelle cliniche spagnole, ormai da tempo, si parla solo italiano.

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