Perché la tastiera non cambia mai: storia della Qwerty

Da 140 anni resiste quasi immutata

I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte. Una scatola, un monitor, una tastiera.

— Einaudi editore (@Einaudieditore) 08 maggio 2013

Don DeLillo, Cosmopolis (Einaudi, 2006)

Qwerty, a guardare queste sei lettere si capisce che nella tastiera c’è qualcosa che non va. La disposizione non è casuale ed è stata studiata per garantire la massima velocità di scrittura nella lingua inglese, non nella nostra. Brevettata nel 1864 dall’americano Christopher Sholes, uno dei padri della macchina da scrivere, l’interfaccia uomo-macchina per eccellenza ha fatto la sua prima apparizione commerciale nel 1873, quando l’inventore la vendette alla E. Remington and Sons, fabbrica di fucili che produceva anche macchine da scrivere.

L’idea di Sholes era di separare la tastiera in due porzioni verticali per evitare un problema meccanico: i martelletti che battevano sulla macchina da scrivere infatti si incrociavano tra loro e l’utilizzo di due bacci vicini portava facilmente a incastrarli. Dividere le sequenze di lettere più usate in inglese come TH e ST permetteva di aggirare il problema ed ecco così la Qwerty.

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Passando all’aspetto, immutato negli anni, spiccavano e spiccano tuttora i tasti F e J, il centro pulsate del dispositivo. Sotto la stampa delle lettere infatti si trovano due piccoli sbalzi, un trucchetto per sapere dove posizionare le mani alla cieca. Qui infatti andrebbero posizionati gli indici, le dita che controllano più lettere e coordinano le altre. Dall’alto in basso infatti l’indice di entrambe le mani dovrebbe controllare le linee RT-YU, FG-HJ e VB-NM, il medio le colonne EDC a sinistra e IK; a destra mentre all’anulare spettano WSX e OL:. I mignoli pensano a tutti gli altri tasti a destra e sinistra mentre i pollici controllano la striscia inferiore composta da barra spaziatrice, ALT, ALT GR e i vari tasti funzione di Mac e Pc.

Basta posizionare correttamente le mani per rendersi subito conto di una grave carenza per noi italiani: l’assenza delle vocali maiuscole accentate. Inutile cercarle, non ci sono. Questo perché nell’importare la prima tastiera noi non l’abbiamo adattata. Anzi, al tempo delle macchine da scrivere Olivetti aveva proposto la disposizione QZERTY ch però ebbe vita breve: nel 1982 ne dichiarò la morte, adottando il sistema americano. Una scelta in controtendenza rispetto ad altre nazioni europee. I tedeschi, per esempio, hanno creato la QWERTZ, in cui la Z e la Y vengono scambiate in quanto la prima è molto più comune della seconda e la combinazione TZ è assai diffusa. I francesi, da sempre restii a piegarsi ai dettami anglosassoni hanno creato addirittura due versioni: la AZERTY per il francese e la C’HWERTY per il bretone, dove C’H è un unico tasto.

Tornando alla storia è evidente insomma che dalle macchine per scrivere ai computer, passando per le telescriventi, i cambiamenti siano stati minimi e il motivo è presto detto. Come sempre nella storia della tecnologia, il passaggio da un vecchio a un nuovo sistema deve essere il più facile possibile. Non si può pretendere che gli utenti cambino radicalmente le proprie abitudini e adottare la tastiera che conoscevano da tempo avrebbe reso le nuove macchine meno aliene e più familiari.

La tastiera Qzerty, il tentativo di Olivetti (Flickr –  much0)

La tastiera Qwertz usata dai tedeschi (Flickr – bartb_pt)

La tastiera di un iMac con la successione dei tasti francese, Azerty (Flickr –  julien.reboulet)

La Qwerty insomma non è la migliore delle tastiere possibili eppure resiste a ogni evoluzione. Nel tempo infatti sono state proposte miriadi di disposizioni alternative come la Dvorak del 1936. Molto più efficiente della Qwerty, permetteva di digitare il 70% delle parole senza spostare le dita dalla fila centrale contro il 52% del sistema di Scholes. Nel 2006 ha fatto la sua apparizione la Colemak che velocizza ulteriormente la Dvorak e la rende più facile da usare. La si può provare in questo sito oppure scaricarla sui dispositivi Android grazie a un’applicazione gratuita. Altro esperimento viene da Michael Capewell che sta sviluppando un algoritmo per creare la tastiera più efficiente possibile. L’obiettivo è ridurre la quantità di spostamenti fra il 48% e il 49% rispetto alla Qwerty, permettere di battere sequenze con un colpo solo, il tutto però rispettando le combinazioni di tasti come CTRL e Z, X e C. Questo perché la tastiera oggi è molto più di una mero input per la scrittura e la usiamo per tagliare, copiare e incollare. A prescindere dalla lingua infatti, le tre lettere di cui sopra risultano le più usate in assoluto.

Chi sostiene la necessità di progredire rispetto alla Qwerty fa notare che un passo avanti c’è stato e si chiama T9. Acronimo di “Text on 9 (keys)”, letteralmente “Testo su 9 tasti”, è stato sviluppato nel 1998 per permettere la scrittura con i nove bottoni alfanumerici dei cellulari. A parte le prime esperienze abbastanza drammatiche, il sistema resiste anche sugli smartphone evolvendo sempre più. L’accresciuta potenza di calcolo infatti permette oggi ai nostri telefoni portatili di prevedere le parole che andremo a scrivere in base al contesto, risparmiando quindi sulla digitazione. Tra le idee più interessanti c’è TouchPal, disponibile per smartphone e Tablet Android e iOS e Windows 8. Non solo impara le parole più usate adattandosi allo stile linguistico dell’utente ma consente di scrivere strusciando il dito sul touch screen. Secondo i creatori permette di risparmiare fino all’80 per cento delle battute e centinaia di migliaia di download ne stanno decretando il successo. Forse dopo 140 anni siamo pronti per una nuova tastiera.  

@alessiolana