Valdeluz, la città fantasma della crisi del mattone

Il tracollo dell’edilizia

CIUDAD VALDELUZ (SPAGNA) – Visto da lontano, nell’immenso, desolato spiazzo l’anziano con il cagnolino sembra un soldatino di piombo. C’è molto silenzio, vento e tante ombre a Valdeluz, una “new town” costruita dal nulla e nel nulla, mattone su mattone, opera del famelico appetito di immobiliaristi in un Paese che credeva di cementare all’infinito. Valdeluz, “la valle della luce”, sorge a una quarantina di chilometri a Nord-Est di Madrid, nella provincia di Guadalajara, Castilla-La Mancha. È una delle tante città fantasma spagnole che punteggiano le periferie di molte grandi città iberiche, come Ensanche de Vallecas, Villa de Valecas e Sesena, tutte fotografie in 3D del fallimento del settore edile e immobiliare, con i loro 900 mila appartamenti nuovi di zecca e invenduti.

È l’effetto dell’esplosione della “barbuja”, la bolla immobiliare con cui la Spagna produceva il 18% del suo Pil, ma che in meno di quattro anni ha spazzato via imprese edili, bruciando posti di lavoro e annientando l’indotto, dal commercio di materiali edili agli arredamenti alle agenzie immobiliari.

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Valdeluz doveva accogliere 30 mila abitanti grazie a un progetto urbanistico di 8 mila appartamenti da 70 a 140 mq, con prezzi da 180 mila a 380 mila euro. Ne avevano costruiti poco più di 4 mila quando, alla fine del 2008, la crisi del mattone iniziò a mordere: le compravendite frenarono, le banche chiusero i rubinetti e i cantieri si fermarono. Ora a Valdeluz abitano circa 6 mila anime che hanno acquistato appartamenti a prezzo pieno che ora valgono il 50-60% in meno. Famiglie che avevano scelto il luogo per la tranquillità e ora sono spaventati da tutto quell’immenso silenzio in cui interi condomini sono disabitati e trapuntati da decine di cartelli “se vende” che ingialliscono al sole.

«Guardi quelle case lì», mi dice l’anziano. «Le hanno tirate su in dieci mesi lavorando anche di domenica. Ora prendono la polvere». Prosegue la sua invettiva. «La notte qui è buio pesto, nessuna luce dai palazzi, nessuno per strada». Ma anche di giorno Valdeluz non è affollatissima. Costruita tra il 2000 e il 2008, era il luogo per chi fuggiva dai prezzi esorbitanti di Madrid. Architetture ecosostenibili (per tirare su il prezzo), piscine con acqua salata, campi da tennis, golf club, una rete di bus, negozi e centri commerciali: tutto costruito a  metà e poi abbandonato. Hanno completato soltanto la fermata dell’Ave, l’alta velocità che raggiunge Madrid in 15 minuti, ma hanno dimenticato i servizi elementari.

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«Dicono che 6 mila abitanti sono pochi per i servizi che ci avevano promesso», spiega a Linkiesta Joaquín Ormazábal, presidente dell’Associazione vicini di Valdeluz. «Ma è una tonteria, senza servizi nessuno verrà qui. Abbiamo il supertreno, ma non gli autobus. Abbiano sistemi di riciclo di acqua e materiali ecosostenibili, ma soltanto un supermercato, un paio di bar, un centro sanitario e una scuola elementare-media privata ancora da completare».

Nel progetto c’era anche un campo di calcio con l’erba sintetica e le tribune, ma rimane solo uno sterrato deprimente e polveroso con reti divelte e materiale di scarto abbandonato ovunque. Le strade non conoscono pneumatici, i cartelli della segnaletica sono nuovi di zecca. I cartelloni pubblicitari sono ancora lì a raccontare un sacco di balle o, almeno, di promesse non mantenute.

Valdeluz è la fedele fotografia di come sono andate (male) le cose in Spagna: da motore dell’Eurozona, (+3,6% di crescita annua fino al 2006) al rischio default nel 2011. Tra il 2007 e il 2008 le compravendite d’immobili sono precipitate del 25%, nel 2010 del 39% e a fine 2012 del 57%. Il forte calo dei prezzi, anche del 70% in alcuni casi, non ha frenato la crisi del mattone. Nel 2012 erano 327 mila le case vendute, mentre fino al 2006 erano 980 mila l’anno: nel 2013 saranno poco più che 200 mila. Oggi molte banche finanziatrici, che sono subentrate, come il Banco de Santander, svendono quadrilocali a 60-80mila euro e villette a 100 mila.

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L’appetito per la “vivienda” è diventato nausea: l’80% degli spagnoli è proprietario di una casa, un quarto non paga più il mutuo e il resto fa fatica. Le conseguenze della crisi hanno numeri tremendi: gli occupati dell’edilizia nel 2006 erano 2,5 milioni, mentre a gennaio 2013 erano 680 mila (dati Ceoe – Confederación Española de Organizaciones Empresariales). L’Ine (Instituto Nacional de Estadística) sul valore degli “immobili di nuova costruzione” prevede per il 2013 un ribasso dell’11,2% (dal 2009 il calo è stato del 24,9%).

Dal 2003 nel portafoglio delle banche spagnole si è accumulato un milione di case invendute: l’esposizione sull’immobiliare dell’intero sistema bancario del Paese è di 600 miliardi d’euro. La maggior parte di questi appartamenti erano di imprese edili fallite e di famiglie morose col mutuo: dal 2008 al 2012 sono state notificate 415.117 ordinanze di sfratto, delle quali 252.826 eseguite. Molte casse di risparmio, lanciatesi con entusiasmo nel “real estate” con il denaro di altre banche (spesso straniere), con la crisi del mattone hanno sfiorato la bancarotta, finendo poi sotto il controllo della Bce. Tutta colpa del tasso d’inflazione schizzato in alto, dicono gli economisti: ha causato la variazione del potere d’acquisto e permesso alle banche spagnole di ottenere denaro e concedere prestiti a tassi più convenienti in Europa.

Così, con gli interessi bassi, famiglie e imprese hanno investito nel mattone, finendo poi indebitate e con beni svalutati del 60%. E se nel 2007 il fatturato delle imprese costruttrici era di 500 milioni di euro, nel 2012 è stato di 20 milioni. L’Ine ha stimato in 2 milioni di persone la perdita del lavoro nell’edilizia, pari a un terzo del totale dei disoccupati.

La febbre del mattone, salita a metà anni Ottanta, tra il 1996 e il 2004, aumentò con gli incentivi fiscali del Governo di centrodestra di Aznar che permise a tanti spagnoli di comprarsi la prima casa. Poi, nel corso degli anni, a nessuno dei vari esecutivi venne il dubbio del pericolo di legare quasi tutta l’economia al mattone, per poi pretendere di occupare un posto di riguardo nell’economa mondiale.

«Se fosse stato uno di quei venditori-palazzinari», mi dice, congedandosi, l’anziano, «L’avrei presa a calci (a patadas en el culo, ndr)». E se ne va tra la polvere di ciò che doveva essere un campo di calcio di una new town.

Ciudad Valdeluz, una “new town” create tra il 2000 e il 2006 dalla bolla immobiliare che avrebbe dovuto ospitare 30 mila abitanti contro gli attuali 6 mila

Condomini nuovi di zecca con piscina completamente disabitati. Più della metà dei 4 mila appartamenti realizzati sono invenduti

Nessuna forma di vita bei palazzi di Valdeluz abbandonati ed esposti agli agenti atmosferici

Rimangono i cartelli pubblicitari delle aziende edili: nel 2012 in Spagna il mercato immobiliare è calato del 57% rispetto al 2002

Un cantiere fermo a Valdeluz: la crisi ha bloccato i lavori e il completamento di molte infrastrutture pubbliche come strade e scuole

L’ennesimo condominio rimasto completamente invenduto e circondato da arbusti che avrebbe dovuto ospitare un parco giochi

In un palazzo di 5 piani e 20 appartamenti solo uno è abitato

A Valdeluz in pieno giorno le strade sono desolate, senza pedoni e auto

Ombre e luci a Valdeluz dove è stata realizzata una pista ciclabile di 10 km rimasta inutilizzata

Un gruppo di palazzi rimasti invenduti a Valdeluz che ha anche una stazione della linea ferroviaria alta velocità Ave

A Valdeluz uno dei palazzi rimasti invenduti e disabitati e una costruzione fermata dalla crisi del mattone

A Valdeluz si può comprare un appartamento senza anticipare un euro, ma pagando una semplice rata da 490 euro, ma mancano i compratori

Twitter: @robypilgrim

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