Intelligenza Artificiale, da Mito a Realtà

COGNITIVE COMPUTING

La qualità essenziale degli esseri umani è l’intelligenza, ma cosa succede quando le macchine si mettono a pensare? Questa domanda è nata insieme a quella disciplina che è diventata poi nota come informatica. Già negli anni ’50, infatti, si parlava dei computer come “cervelli elettronici” nutrendo la speranza, o il timore, che un giorno quelle macchine avrebbero sviluppato una coscienza propria. L’idea di un supercomputer intelligente con cui comunicare come se fosse un umano è stata, tuttavia, vista all’opera solo nei film di fantascienza, almeno fino agli sviluppi degli ultimi anni. Le interfacce grafiche (GUI) hanno reso, a partire dagli anni ’70, i personal computer uno strumento duttile e rivoluzionario, anche se dalle performance più modeste rispetto a quello che si era immaginato. Quello dell’AI (acronimo che sta per l’espressione inglese Artificial Intelligence) è, allo stesso tempo, un mito e un programma concreto di ricerca scientifica, una perfetta intersezione tra immaginario e possibilità latenti della tecnologia. Dalle teorie di Alan Turing sulla macchina universale fino agli attuali conseguimenti di Watson nell’ambito del cognitive computing, la storia dell’intelligenza artificiale è piana di sorprendenti sviluppi e conquiste. Tuttavia, ne siamo sicuri, ne è stato scritto solo il preambolo e forse, per una volta, molte delle persone che al momento vivono sul pianeta Terra vedranno, entro la fine dei loro giorni, la realtà superare anche le più sfrenate fantasie.

Come molti scenari che lo sviluppo tecnologico lascia intravedere, l’Intelligenza Artificiale ha ispirato una letteratura apocalittica ambientata in un futuro distopico in cui i computer scalzano gli esseri umani dal loro ruolo globale di specie dominante. Da Asimov a Matrix, tutte le declinazioni di macchina malvagia o psicopatica sono state affrontate, ma, senza dubbio, l’esempio di Intelligenza Artificiale più famoso è quello di HAL 9000, uno dei protagonisti, se non “il” protagonista del capolavoro di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello Spazio. L’AI nel film è dotata della facoltà di parola: chiacchiera amabilmente, esprime giudizi estetici su disegni fatti dagli umani, riconosce le loro emozioni, ma, alla fine, uccide, in preda a un paranoico istinto di proteggere la missione, quattro dei cinque membri dell’equipaggio.

Il film presenta, come vedremo, alcuni aspetti profetici: in una scena, HAL gioca a scacchi contro l’astronauta Frank Poole. Kubrick scelse gli scacchi poiché sono a lungo stati il simbolo della capacità, fino a ieri solo umana, di guidare la propria azione attraverso un ragionamento di tipo logico e razionale. Gli scacchi si prestavano all perfezione allo scopo di capire in una sola immagine quanto l’AI fosse avanzata e intelligente. Le mosse che si vedono nel film sono una citazione, che solo i veri esperti sono in grado di cogliere, a una storica partita giocatasi ad Amburgo nel 1913 tra due master tedeschi. L’astronauta Frank (ovviamente, diremmo noi) non si stupisce di essere sconfitto con facilità da HAL. Si tratta davvero di una premonizione di quello che è successo quasi trent’anni dopo l’uscita del film nelle sale (era il 1968) e che Kasparov ha definito come una “sconfitta della specie” (umana). Al tempo del film solo pochissime persone avevano esperienza diretta nell’utilizzo di un computer e opere di questo genere hanno avvicinato il pubblico a questi temi soprattutto attraverso prodotti di intrattenimento e non coltivando una conoscenza informata delle reali possibilità scientifiche e tecnologiche.

Abbandonando le speculazioni e il mondo del cinema, negli ultimi venti anni abbiamo potuto assistere ad alcuni eventi che entreranno nei libri di storia. La realtà in questo caso è più rassicurante della fantasia: i traguardi raggiunti dalla più avanzate forme di  Intelligenza Artificiale nella storia recente non hanno in sé alcunché di minaccioso, anche se le loro conseguenze possono essere altrettanto sorprendenti e straordinarie di quelle immaginate nelle opere di fantascienza. Dall’abilità del giocatore di scacchi Deep Blue, fino alle diagnosi e ai quiz televisivi del superconcorrente Watson, IBM è sempre stata all’avanguardia in questo campo e ci ha fornito quelle che sono delle vere e proprie pietre miliari della disciplina. Quello che stiamo vivendo potrebbe essere ricordato come il decennio in cui è nata la prima forma non umana di agente intelligente in grado di comunicare via linguaggio naturale.

Al crepuscolo dello scorso millennio, nel 1997, successe l’impensabile: un computer, Deep Blue, sconfisse il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov, dando la dimostrazione che le macchine, attraverso la capacità di prevedere milioni di scenari possibili, possono eguagliare e addirittura superare i migliori umani in attività che fino a poco prima solo esemplari della nostra specie erano in grado di svolgere. La sfida a scacchi aveva avuto un antecedente nel febbraio del 1996, quando, Kasparov vinse la partita per 4 a 2, anche se con grande sorpresa Deep Blue riuscì ad aggiudicarsi un game. Dopo un importante upgrade, l’uomo e il computer si scontrarono ancora nell’anno successivo e questa volta Deep Blue ebbe la meglio con un punteggio finale di 3½ a 2½ (negli scacchia la vittoria vale 1 punto e i pareggi ½). Kasparov ha riferito a proposito della sua esperienza di aver provato la sensazione, nello svolgimento della partita, che il computer stesse effettivamente manifestando non solo una forma di pensiero, ma dei veri e propri comportamenti creativi.

Le ambizioni dei ricercatori di IBM non si sono fermate e dopo gli scacchi è stato il turno di un popolare quiz televisivo, Jeopardy!. Il concorrente questa volta si chiama Watson e prende il nome dal fondatore di IBM. Il sofisticato sistema di cognitive computing è stato creato con l’ambizione di vincere una sfida che era stata fino a ieri solo immaginata: costruire una macchina in grado di competere con la capacità tutta umana di rispondere con velocità e precisione a domande formulate in linguaggio naturale, ovvero la comunicazione tramite la lingua parlata, che è così difficile per le macchine poiché ricca di sfumature, ambiguità, metafore e differenze di significato dovute all’utilizzo di espressioni simili in contesti differenti. Nel febbraio 2011, Watson si è presentato a Jeopardy! nella forma di un monitor con un logo ispirato a quello di SmarterPlanet (il progetto di IBM per migliorare l’efficienza e la sostenibilità del pianeta attraverso soluzioni intelligenti e nuovi tipi di infrastruttura per gestire i dati) e una voce artificiale. Ha dato grande prova di sé: comportandosi meglio dei due concorrenti umani si è guadagnato senza fatica il premio in palio di 1 milione di dollari, oltre, naturalmente, alla fama globale. Queste vittorie della macchina rappresentano una prova concreta delle capacità di queste tecnologie, nonché un vero e proprio spartiacque in cui la società ha potuto prendere coscienza, al di là delle distorsioni delle opere di finzione, del vero potenziale degli attori cibernetici intelligenti.

Anche le menti di silicio possono dunque ragionare, ma potranno un giorno provare sentimenti? Questo ancora non lo sappiamo, eppure la sfera che ci interessa in questo campo è ancora soltanto cognitiva e non emotiva. Per ora Watson è soltanto un dottore, vedremo se un giorno diventerà anche psicologo. La questione è stata esplorata in passato solo da film e romanzi come I Robot e Blade Runner. Eppure, quando la tecnologia avanza ancora, bisogna continuare a occuparsi di questo tipo di problemi e il cinema ci riesce bene: un altro film uscito da poco, Her di Spike Jonze, parla di un umano che si innamora di una interfaccia vocale ispirata a Siri e impersonata da Scarlett Johansson. Che cosa potremo aspettarci, dunque, da Watson? La palla ora passa agli sviluppatori ed ai ricercatori per accelerare l’offerta di innovazioni cognitive alle imprese in settori tra i più diversi, quali l’assistenza sanitaria, i servizi finanziari, le vendite al dettaglio, i viaggi e le telecomunicazioni. Dopo la sorprendente performance di Watson a Jeopardy!, l’Intelligenza Artificiale è stata, infatti, caricata nella nuvola. È stato inaugurato all’inizio di quest’anno l’IBM Watson Group a New York, una nuova business unit dedicata allo sviluppo e alla commercializzazione di soluzioni innovative nell’area del cognitive computing. IBM,con un investimento di un miliardo di dollari, ha in questo modo reso disponibile Watson via cloud a tutta una serie di attori che avranno l’opportunità di integrare la sua saggezza di silicio nei loro prodotti, servizi e applicazioni. Il Watson Group permetterà alle aziende ed alle start up, infatti, di sperimentare le tecnologie cognitive e le accompagnerà nella trasformazione. IBM ha così deciso che Watson è pronto per cercarsi “da solo” la propria strada. Rendendolo disponibile tramite web, è stata, di fatto, “liberata” nel mondo la sua incredibile capacità computazionale. Piccole AI crescono e potrebbero seriamente diventare stabili compagni nel nostro, non più immaginato, futuro prossimo venturo. Che forse, un po’, sarà anche il loro.