GiustiziaFermi tutti: Erri De Luca non è Mandela

Giusto assolverere lo scrittore per le frasi anti-Tavi: dire sciocchezze e istigare alla violenza sono due cose diverse. Ma ora non facciamone un martire della libertà

Hanno assolto Erri De Luca, a Torino, “perché il fatto non sussiste”. Ce ne rallegriamo e non solo perché c’è un uomo in meno condannato, specie laddove in discussione c’era la sua libertà di parola. Ma soprattutto perché viene stabilita la differenza, in una notte in cui tutte le vacche sono nere, fra il dire puttanate e l’istigare alla violenza. «La Tav va sabotata», aveva detto De Luca in un’intervista a Huffington Post, frase per la quale era stato indagato. Ma chi l’ha messo sotto processo gli ha fatto solo pubblicità, regalandogli una visibilità che non meritava. Anche perché i No Tav non hanno bisogno di essere istigati da qualcuno – l’istigazione è roba serissima – per fare cose che riescono a pensare e a realizzare benissimo da soli.

La condanna avrebbe dato sostanza alla retorica di De Luca sulla “nobiltà del sabotaggio” con cui per mesi l’ex responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua si è difeso. «Il verbo sabotare è nobile e ha un significato molto più ampio dello scassamento di qualcosa – ha detto nell’ultimo anno – Conosco bene il significato della parola sabotaggio, l’ho praticato qui a Torino, negli anni Ottanta. Per 37 giorni e 37 notti sono stato alla Fiat Mirafiori, dove con gli operai abbiamo bloccato la produzione».

C’è un pezzo d’Italia rimasto fermo agli anni Settanta, che si compiace di tempi che brillavano per violenza politica e ci ha costruito sopra una mitologia nostalgica. Qualcuno, quei tempi in cui stare dalla “parte sbagliata” era molto rischioso, li rivorrebbe indietro, usando peraltro lo scudo generazionale come argomento di fronte a qualsiasi imputazione. Colpevole è la generazione, colpevole è il gruppo sociale di cui faceva parte, ripete in continuazione De Luca.

«Sono incriminato per aver usato il termine sabotare, un termine che considero nobile, perché praticato da figure come Gandhi e Mandela, e democratico. Sono disposto a subire la condanna penale ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana. Si incrimina il sostegno verbale a un’azione simbolica».


Erri De Luca

Invece no: le colpe, ancorché autocompiaciute, sono individuali e scioglierle nell’acido della collettivizzazione è, quantomeno, da furbi. Lo scrittore napoletano è del 1950 e, disse una volta, «sento l’appartenenza a quella generazione che voleva cambiare il mondo e l’ha solo migliorato». Chiama gli anni di piombo “anni di rame”, “perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza”.

I risultati di quel filo di rame ce li abbiamo ben presenti, ma anziché discostarsene De Luca ha sempre preferito, di nuovo, annacquare le responsabilità nella collettivizzazione. «Non piace ai reduci – disse in un’intervista a Sette, inserto del Corriere della Sera – che io dica che Lotta Continua era un organismo rivoluzionario. O che dica: “Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere Calabresi“». «Tu avresti potuto uccidere Calabresi?», gli chiese Claudio Sabelli Fioretti: «Ma certamente. Quando dico noi, includo anche me». «Sei stato fortunato». «Magari non ero a Milano, non ero nel gruppo delle persone che hanno realizzato quell’attentato». A qualcuno potrebbe anche sembrare la condanna di un intero movimento politico da parte di un suo autorevole membro di un tempo. Ma non c’è accusa, qui, solo rivendicazione continua della fierezza, che un tempo si esercitava nell’odio politico e oggi si pratica con le molotov contro gli operai che lavorano alle infrastrutture “da sabotare”.

L’altro giorno, prima della sentenza, De Luca è tornato sulla nobiltà del sabotaggio: «Sono incriminato per aver usato il termine sabotare, un termine che considero nobile, perché praticato da figure come Gandhi e Mandela, e democratico. Sono disposto a subire la condanna penale ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana. Si incrimina il sostegno verbale a un’azione simbolica». Ma no, per fortuna i giudici di Torino ci hanno risparmiato la condanna deluchiana, che avrebbe significato prenderlo troppo sul serio. «Volere il sabotaggio e la sedizione – ha scritto Maurizio Crippa sul Foglio – cambiare la costituzione dal basso, è un gesto attardato. Come chi lo dice. E se invece di condannarlo l’arcigno Potere lo lascia andare libero, forse è perché nemmeno lui, l’intellò, sussiste». Erri Mandela non sussiste. twitter @davidallegranti

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