L’eterno girotondo degli intellettuali che vincono sempre e non cambiano mai

Diciotto anni dopo il grido di Moretti, i suoi bersagli non sono più in Parlamento (D’Alema), o hanno cambiato mestiere (Rutelli). Ma a parlare di rinnovamento sono sempre gli stessi, grillini fino a ieri e oggi già sardine

frame tratta da Youtube

Era il 18 febbraio 2002 e da un palco di piazza Navona, davanti a poche decine di persone, Nanni Moretti lanciava un grido che dal giorno dopo sarebbe stato ripetuto come un mantra da un folto gruppo di giornalisti, scrittori, giuristi e costituzionalisti autorevolissimi: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». Ce l’avevano, ovviamente, con i dirigenti del centrosinistra, giudicati come una casta – il termine non andava ancora di moda, ma era solo questione di tempo – inamovibile e autoreferenziale.

Diciotto anni dopo, buona parte dei bersagli di quel discorso non sono più in Parlamento, come Massimo D’Alema, o hanno addirittura cambiato mestiere, come Francesco Rutelli. Sono cambiati i movimenti (in quel momento stavano muovendo i primi passi i girotondi, ora ci sono le sardine), i governi (a Palazzo Chigi c’era ancora Silvio Berlusconi, oggi c’è Giuseppe Conte), i partiti (il centrosinistra era rappresentato da Ds e Margherita, adesso c’è il Pd). Ma in piazza, in tv o sui giornali, a intonare il coro sul mancato rinnovamento e la chiusura autoreferenziale dei partiti del centrosinistra, ci sono sempre loro. Con le stesse parole. Come quei cantanti autori di un solo grande successo, condannati a eseguire lo stesso pezzo per l’intera carriera, mentre sotto il palco le generazioni si susseguono, e chissà poi che cosa ne capiranno, gli ultimi arrivati, della loro storia e del loro percorso.

Di Gustavo Zagrebelsky, ad esempio, star indiscussa di tutte le adunate convocate negli ultimi venticinque anni dalla rivista Micromega e dal suo direttore Paolo Flores d’Arcais, con Marco Travaglio e tutta l’eletta schiera di pubblici ministeri al seguito. Candidato persino alle Quirinarie sul blog di Grillo, ovviamente senza che l’insigne costituzionalista si sognasse di obiettare alcunché sulla procedura – come vogliamo dire? – extra-costituzionale. Sceso dal blog e salito appena in tempo sul palco di una manifestazione di sardine piemontesi, eccolo lì che spiega: «Questo invito mi ha fatto scoprire la Sardina che è in me». E aggiunge, profetico: «Forse il nostro compito è quello di risvegliare tutte le sardine che come me non sapevano di esserlo».

Non è difficile immaginare chi abbia in mente. Mille se ne potrebbero citare, della stessa, eterna, immutabile e illustrissima comitiva, che dopo avere tenuto a balia il populismo grillino dalla culla alla tomba meglio di qualsiasi stato sociale, sono già passati al suo esatto opposto, a quel movimento nato proprio come reazione al populismo, e già pretendono di istruirlo e guidarlo, dai palchi delle sue stesse manifestazioni, dalle poltrone dei talk show, dalle mille interviste in cui pretendono di conficcarlo a forza dentro i loro pregiudizi.

Le elezioni in Emilia Romagna hanno sancito la scomparsa dei Cinquestelle, ma loro hanno vinto lo stesso, perché si sono già riscoperti sardine, e avrebbero vinto comunque, con qualsiasi risultato. La vittoria della destra sarebbe stata colpa della sinistra, che non si rinnova e non si apre. La vittoria della sinistra è merito loro, che l’hanno aperta e rinnovata. Proprio loro, che sono sempre gli stessi, più inamovibili di qualunque segretario di partito, più autoreferenziali e impermeabili a qualsiasi influenza esterna del Pcus brezneviano. Ma anche agilissimi e sempre pronti a scattare, e a sgusciare. Più che sardine, anguille.

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