Il paradosso dell’antidoto digitaleSorpresa, gli algoritmi ci hanno salvato dal coronavirus e dal crollo delle borse (ma chi li ferma più?)

A svelare l’epidemia cinese è stata la tecnologia della canadese BlueDot che ha anticipato governi e media. Il segno, come aveva previsto Yuval Harari, di quanto l’intelligenza artificiale stia diventando autonoma. Anche troppo autonoma

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Sarebbe stato un algoritmo a svelare il coronavirus, nel momento in cui il governo cinese cercava ancora di nascondere l’epidemia. Sarebbero stati gli algoritmi a impedire poi che il coronavirus facesse crollare le Borse per il panico: così come avrebbero impedito che dilagasse il panico dopo l’uccisione di Sulemaini. E viene così da ripensare alla profezia di Yuval Harari: o l’Homo Sapiens fa il salto a Homo Deus; o gli algoritmi non organici diventeranno i padroni del mondo.

Sui social, li noterete tutti. Imperversano paradossali elogi alla Cina da parte di inquietanti personaggi secondo i quali “che esempio grandioso la Cina a fare un ospedale in 10 giorni! La avessimo noi una burocrazia così efficiente!”. Ironie a parte sul vantaggio di poter far fare lavori socialmente utili ai detenuti dei Laogai, in effetti varie testimonianze concordano sul fatto che, al contrario, sarebbe stata invece proprio la burocrazia della Repubblica Popolare a silenziare l’allarme, per non avere rogne nel periodo del Capodanno cinese. Peggio: almeno otto medici che avevano coscienziosamente provato a segnalare la situazione il primo gennaio sono stati arrestati come disturbatori della pubblica quiete, mentre i giornali erano obbligati a tacere e le forze dell’ordine concentravano le loro energie a nascondere il male, piuttosto che affrontarlo. Ma già il 31 dicembre BlueDot, società canadese specializzata nel monitoraggio delle malattie infettive, aveva avvisato i clienti sulla presenza di zone pericolose come Wuhan, prima ancora che la notizia venisse divulgata dai media.

Come aveva fatto? Grazie a un sistema di analisi basato sul monitoraggio di reti di malattie che colpiscono anche animali e piante via algoritmi di intelligenza artificiale. Con l’accesso ai dati delle compagnie aeree su scala globale, l’azienda ha poi correttamente previsto la diffusione del virus da Wuhan a Bangkok, Seul, Taipei e Tokyo giorni prima della sua comparsa. Sono state inoltre utilizzate tecniche di machine learning e di elaborazione del linguaggio naturale, l’analisi delle notizie e dati provenienti da diverse organizzazioni riportate in diversi paesi del mondo, fra rassegne stampa in 65 lingue diverse. A quel punto i risultati sono stati analizzati da epidemiologi qualificati, che ne hanno verificato l’affidabilità e dato un senso dal punto di vista scientifico. Il report conclusivo è stato poi generato e inviato ai clienti. “Sappiamo che non si può fare affidamento sui governi per ottenere informazioni in modo tempestivo”, ha spiegato il fondatore e Ceo Kamran Khan. “Noi possiamo raccogliere notizie su focolai, voci più o meno importanti su forum e blog, per avere indicazioni sull’insurrezione di eventi insoliti in corso”.

In realtà, se il problema era quello di evitare il panico, più efficace che far silenziare l’allarme dai poliziotti sarebbe stato farlo gestire da altri algoritmi. Ciò accade già: negli ultimi sei anni le operazioni automatizzate conosciute come trading algoritmico sono raddoppiate tra i gestori di fondi, arrivando al 27%. Questi algoritmi sono stati a volte accusati di causare volatilità: in particolare in giorni di festa in cui agiscono praticamente in automatico, senza la presenza di esseri umani. Sarebbe accaduto in particolare così nel crollo di Wall Street del 2010, e anche nel gennaio del 2019. Ma in crisi come quella dovuta all’uccisione del generale iraniano o come questa dell’epidemia cinese le macchine manterrebbero invece la freddezza necessaria per non considerare la cosa più grave di quella che è. Come ha spiegato un esperto, “con 500 nuovi casi e 10 morti l’algoritmo consiglia ancora di comprare. È se si arriva a 3000 nuovi casi e 200 morti che considera arrivato il momento di vendere”. E sono algoritmi che sono in grado di leggere e analizzare da soli i canali di notizie, in modo da reagire nello spazio di secondi.

Insomma: le macchine renderanno schiavo l’uomo, era la sinistra profezia di film come Terminator e Matrix. Secondo i quali, anzi, sarebbero state queste macchine a scatenare massacri di massa per prendere il nostro in posto come signori del pianeta. Sembrerebbe invece che potrebbero essere gli algoritmi a salvarci dalle nostre stupidaggini: approfittandone però forse per comprare il mondo.

Storico israeliano già specializzato in storia militare e medievale, nel 2011 Harari scrisse infatti un libro che cercava di spiegare come la nostra specie ha conquistato il mondo. Già best-seller in ebraico, il saggio lo fu anche in inglese quando nel 2014 fu pubblicato col titolo di Sapiens: A Brief History of Humankind. E lo è stato poi in italiano: Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità. Già nel 2015 Harari dal passato aveva iniziato a ragionare sul futuro, in un libro che è stato tradotto dall’ebraico in inglese, ed è poi passato in italiano nel 2017: Homo Deus. Breve storia del futuro. L’ulteriore grande successo ha propiziato una terza puntata e un nuovo best-seller: 21 lezioni per il XXI secolo, del 2018. Ma riprendiamo da Homo Deus la definizione di algoritmo: “un insieme ordinato di istruzioni che possono essere usate per fare dei calcoli, risolvere problemi e prendere decisioni. Un algoritmo non è un particolare calcolo, ma il metodo seguito per fare il calcolo”.

Come primissimo esempio Harari spiegava che una ricetta di cucina è un algoritmo: ma è un algoritmo anche la scrittura con cui questa ricetta è scritta, è un algoritmo una macchina in grado di realizzare quella stessa ricetta, e sono algoritmi le emozioni. “Algoritmi biochimici vitali per la sopravvivenza e la riproduzione di tutti i mammiferi”. Ma tutti gli organismi viventi sono algoritmi, ed è un algoritmo sofisticatissimo l’essere umano. Un algoritmo, però, non richiede necessariamente di coscienza per poter funzionare: anche un’auto senza guidatore o un Pc sono algoritmi. “Fino a oggi”, spiegava Harari, “un’intelligenza acuta è sempre andata di pari passo con una coscienza evoluta. Soltanto esseri consapevoli potevano portare a termine compiti che richiedevano notevoli capacità intellettive, come giocare a scacchi, guidare automobili, diagnosticare malattie o identificare terroristi”. Ma ormai “stiamo sviluppando nuovi tipi di intelligenza non cosciente che possono portare a termine tali compiti in modo assai più efficace degli umani, poiché tutti questi compiti sono basati sul riconoscimento di pattern, e algoritmi incoscienti potranno presto superare la coscienza umana nel riconoscere i pattern”.

Già oggi, ricordava appunto Harari, “la maggior parte delle transazioni è gestita da algoritmi informatici, che sono in grado di elaborare in un secondo più dati di quanti ne possa esaminare un uomo in un anno, e possono reagire in tempi più rapidi di un battito di ciglia umano”. Non solo algoritmi non organici potranno dunque prendere facilmente il posto di avvocati, detective, insegnanti o medici. “Quando gli algoritmi avranno estromesso gli umani dal mercato del lavoro, la ricchezza e il potere potrebbero risultare concentrati nella mani di un minuscola élite che possiede i potentissimi algoritmi, creando le condizioni per una disuguaglianza sociale e politica senza precedenti. Oggi milioni di tassisti, autisti di autobus e guidatori di camion godono di una significativa influenza, essendo ciascun gruppo a capo di una piccola porzione del mercato del trasporto. Se i loro interessi collettivi sono minacciati, essi possono unirsi in un sindacato, scioperare, organizzare azioni di boicottaggio e dare vita a un forte blocco sociale in funzione elettorale. Ad ogni modo, quando milioni di autisti umani saranno rimpiazzati da un singolo algoritmo, tutta quella ricchezza e quel potere saranno monopolizzati dalla società che possiede l’algoritmo, e dalla manciata di miliardari che possiedono la società”.

Ma c’era, anzi c’è, uno scenario ancora più fantascientifico. “In alternativa, gli algoritmi potrebbero diventare essi stessi i proprietari. La legge umana già riconosce entità intersoggettive quali le società per azioni e le nazioni come persone legali. Benché la Toyota o l’Argentina non abbiano né un corpo né una mente, esse sono soggetti di diritto internazionale, possono possedere terreni e denaro, promuovere azioni legali ed essere chiamate in tribunale. Si può pensare di garantire uno status simile agli algoritmi. Un algoritmo potrebbe possedere un impero dei trasporti o un fondo di capitali di rischio senza dover rispondere ai desideri di alcun proprietario umano”. Possedere una casa, affittartela, e proseguiva Harari, anche farti causa, se non gli paghi l’affitto.

Fantascienza? Dal libro di Harari, appunto, alla cronaca. Secondo la classifica di Lch Investments, all’epoca in cui uscì Homo Deus tre dei migliori hedge fund al mondo guadagnavano già il doppio di George Soros. E adesso sono gli algoritmi che ci salvano dal panico in Borsa da coronavirus e che sgamano lo stesso coronavirs occultato da Xi Jinping.