Sua maestà l’inquisitoreLa strana dottrina di chi crede che i mafiosi abbiano diritti costituzionali soltanto se si pentono

Secondo Gian Carlo Caselli, i boss «negano» i principi dell’articolo 3 della Costituzione, quindi «se vogliono accedere ai benefici che la Carta prevede, devono dimostrare di essere davvero rientrati nella Costituzione». Dei benefici condizionati, insomma. Ma la nostra legge non dice questo

Scrive il dottor Gian Carlo Caselli su HuffPost che «il mafioso è la negazione assoluta del fondamentale articolo 3 della Costituzione e di ogni suo principio». L’articolo 3, perdonerà il dottor Caselli se riassumiamo, prevede che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che la Repubblica è impegnata a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che ne limitano la libertà e l’uguaglianza. 

Poiché, spiega il dottor Caselli, il mafioso «nega» questi principi, «se vuole accedere ai benefici che la Carta prevede, deve dimostrare di essere davvero rientrato nella Costituzione».

Curiosa interpretazione. Secondo la quale, in pratica, l’imputato di delitti di mafia che sia sottratto al carcere duro è un ostacolo frapposto all’uguaglianza dei cittadini: e compito della Repubblica è dunque di rimuovere l’ostacolo mandandolo al carcere duro e lasciandocelo. Il 41-bis come strumento di uguaglianza sociale.

Il corollario di questa teoria – lo abbiamo visto – è che se il detenuto vuole fruire dei “benefici” costituzionali, allora deve “rientrare” nella Costituzione. Come? Pentendosi. Si apprende così che le tutele costituzionali non rappresentano diritti uguali per tutti ma benefici in favore di alcuni, e che obbligo del condannato non è di non violare la legge ma di impegnarsi in una specie di trasfigurazione morale.

Quest’idea sbagliata, secondo cui il cittadino – qualunque cittadino – non ha il dovere di rispettare l’ordinamento ma quello diverso di riconoscerne la bontà, così come il condannato non ha il dovere di sopportare la pena ma quello di ammettere che essa è giusta e meritata, è purtroppo tipica di certo approccio moraleggiante e inquisitorio alle questioni di giustizia.

E non appare meglio che una formula stereotipata l’avvertenza, che pure il dottor Caselli ha cura di anteporre alle sue considerazioni, secondo cui «lo Stato deve tutelare la salute di tutti i detenuti, mafiosi compresi». Perché guarda caso l’urgenza di difendere l’intangibilità del carcere duro insorge quando è palese che quel dovere di tutela della salute di tutti, “mafiosi compresi”, non è assolto: e quando è chiaro che la sacrosanta pretesa che sia assolto è contrastata appunto con la denuncia che per quel tramite si voglia attentare alla sacralità antimafia del regime speciale.

Ma semmai c’è un altro rischio. Che sia quel regime, col manto lugubre della sua irrevocabilità, a farsi strumento di quest’ingiustizia più grave: la negazione dei diritti uguali per tutti degradati a benefici da riconoscersi a chi si inchina alla maestà dell’inquisitore. La figura del carcerato che ottiene favori facendosi amico il secondino appartiene alla stessa cultura.

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