Rock, Patria e FamigliaFenomenologia di Neil Young nel cinquantennale di After the Gold Rush

Un articolo rischioso di diciassette anni fa (che non parla di uno dei più grandi capolavori del suo repertorio) che provava a interpretare il cantautore canadese ma più americano di qualsiasi americano. Conservatore e libertario, radicale e anarchico, ma soprattutto l’opposto del rocker maledetto. Un autore di canzoni meravigliose che di sé dice: «Pensate a me come uno che non avete mai capito»

Afp

In occasione del cinquantennale di After the Gold Rush, che si celebra in questi giorni, pubblichiamo un articolo su Neil Young uscito nel 2003 sul Foglio.

Questo è un articolo rischioso. Provare a interpretare Neil Young (niliang). Peggio: il pensiero politico di niliang, proprio oggi che è uscito il suo nuovo disco, Greendale. Roba da matti, ma solo in apparenza. La migliore definizione di niliang resta comunque quella che ha dato lui stesso, ovviamente in una canzone, Powderfinger: «Pensate a me come a uno che non avete mai capito».

Non è facile, infatti, intuire il motivo per cui nel giro di un anno niliang sia passato dall’elogio dell’eroismo dei passeggeri del volo 93 che l’11 settembre si schiantò su un campo della Pennsylvania anziché sulla Casa Bianca (la canzone era Let’s Roll) a un concept album ferocemente anti Bush come Greendale. Una logica però c’è. Ed è la medesima che lo ha portato nel corso della sua carriera di autore di alcune delle più belle canzoni del rock a scrivere sia Ohio, cioè un inno anti Nixon dedicato ai quattro studenti della Kent State University che il 4 maggio del 1970 furono uccisi dalla Guardia Nazionale, sia Hawks and Doves, Falchi e Colombe, il cui ritornello è «pronti per andare, restare e pagare/ USA, USA/ Così il mio dolce amore può vivere un altro giorno libero/ USA, USA». 

C’è che niliang è l’esatto contrario del rocker maledetto, la sua immagine è lontanissima dal fighettismo delle popstar d’un tempo e odierne. Niliang non è mai stato né swinging né politicamente corretto. Senza mai iscriversi, però, al partito dei cinici e degli anticonformisti di professione. Niliang è così, e basta. Non a caso lo chiamano mister-sempre-la-stessa-meravigliosa-canzone, a volte in versione acustica a volte elettrica. Niliang non ha mai avuto bisogno di dire la cosa giusta per vendere i suoi dischi. E infatti spesso i dischi non li ha venduti, a causa di repentini cambi di genere, musica, idee. Più di una volta, poi, è stato sul punto di abbandonare tutto per dedicarsi ai suoi due figli gravemente malati. 

Niliang non legge i giornali, ha altro da fare: gli esercizi con il figlio spastico e giocare con la gigantesca pista e il trenino elettrico che ha costruito nella stalla di Broken Arrow, il suo ranch nella Bassa California, per l’altro figlio malato. Ma quando accende la televisione o viene a sapere una notizia, niliang diventa un pericolo. Scrisse Ohio quando gli fecero vedere la copertina di un settimanale che ritraeva il corpo di ragazzo rimasto sul selciato. Cominciò a odiare Jimmy Carter, e a comporre Hawks and Doves, quando accese la tv e capì che il modo in cui il presidente stava affrontando la crisi degli ostaggi all’ambasciata di Teheran avrebbe portato al disastro.

Grazie alla Cnn niliang restò incollato alla tv giorno e notte per seguire la prima guerra del Golfo e da quel momento in poi ai suoi concerti non fece mancare The star splanged banner, l’inno americano che Jimi Hendrix aveva ridicolizzato a Woodstock. Quando vide Black Hawk Down, il film sulla Somalia di Ridley Scott, rimase colpito da un fotogramma. Era una delle più violente scene di guerriglia, ma la camera inquadrò un anziano impaurito che teneva tra le braccia un neonato. Abbracciando e proteggendo quel bimbo, l’uomo «dimenticava cosa gli succedeva intorno». Scrisse When I hold you in my arms. 

Niliang è fiero di essere americano, anche se in realtà è canadese. Dopo aver contestato la guerra in Vietnam e poi strapazzato le bugie di Nixon, a un certo punto s’è rotto le scatole di tutti quelli che ce l’hanno con l’America per partito preso. S’è stancato di doversi scusare di essere cittadino americano. Tutto cominciò con Hawks and Doves, poi è stato un crescendo di patriottismo. Niliang è diventato un fan di Ronald Reagan. Gli amici sostengono che è sempre il ragazzaccio di una volta, contestatore di tutti i luoghi comuni. Stare con Reagan, odiatissimo dai rockettari, esaltava il suo anticonformismo. Ma lui ci credeva davvero.

Nel 1983 pubblicò un disco, Old ways, che conteneva la canzone Are There Any More Real Cowboys?, la disperazione che non ci fossero più i cowboy di una volta, Reagan a parte. Sii orgoglioso dell’America, tieni unita la famiglia, stai lontano dalla droga, Old Ways inneggiava alla purezza delle origini, alle tradizioni, alla famiglia. 

Ecco, la famiglia. Niliang ha una vicenda privata dolorosa, che si sente anche in Are you passionate?, il suo disco dello scorso anno. Dalla prima moglie ha avuto un figlio con una paralisi cerebrale, Zeke. Da Pegi, con cui vive da oltre venti anni, ha avuto Ben. Anche Ben ha una paralisi cerebrale, ed è immobilizzato. Muove soltanto la testa da destra a sinistra, e non può parlare. Vive su una sedia a rotelle dotata di un motore che si aziona con il semplice movimento del capo.

Quando i medici glielo comunicarono, niliang e sua moglie rimasero senza parole, poi dentro la macchina parcheggiata davanti all’ospedale, niliang si sfogò: «Deve esserci qualcosa che non va dentro di me. Come è potuto accadere di nuovo? Con due madri diverse. Che cazzo sta succedendo? Perché mi trovo in questa situazione? Perché ci sono finiti anche i bambini? Che cosa ho fatto per meritarmi questo?», ha scritto nella sua biografia.

Da allora pensa soltanto alla sua famiglia, ai suoi figli (e alla fondazione per i bambini che ha creato). Per due anni, tra il 1980 e l’82, non è mai uscito di casa, 14 ore al giorno di terapia, sette giorni su sette. Nelle sue canzoni troverete sempre un riferimento ai figli, il My Boy di Old Ways è Zeke, così come la You’re my girl di Are you Passionate? descrive l’orgoglio, l’emozione e la paura di un padre, la cui figlia, Amber Jean nella realtà, lascia per la prima volta casa, Broken Arrow, per andare all’università.

Quando scrisse Transformer man, che raccontava di una persona che «guida lo show con il telecomando» e che «si muove spingendo un bottone» i critici e i fan non capirono, perché niliang non gli aveva raccontato la malattia del figlio. E così bocciarono e fischiarono l’incomprensibile canzone. Eppure il Transformer man «che lo elettrizzava quando ogni mattina lo guardava negli occhi», era suo figlio Ben. 

Greendale, il nuovo disco che ancora nessuno ha ascoltato con attenzione, è stato presentato a fine giugno con un concerto al Madison Square Garden di New York. Il prezzo del biglietto era di 90 dollari e ne spenderei subito il doppio per rivederlo. Non è stato soltanto un concerto, ma un musical. Un’opera rock, come Tommy degli Who. Meglio, un romanzo musicale perché nell’opera ci sono più voci, mentre qui canta soltanto lui. Il disco che esce oggi è anche un film in dvd, visto in anteprima al Madison Square Garden e girato da tal Bernard Shakey che in realtà è niliang in persona. 

Niliang racconta la storia di una famiglia che vive in uno sperduto villaggio della California, padre e figli, veterani del Vietnam, militanti politici e artisti. America vera. Il racconto va avanti. Succedono un bel po’ di cose. Droga, un omicidio, un infarto, manifestazioni. Niliang canta e gli attori aprono e chiudono la bocca in sincrono. Il finale somiglia a Let the Sunshine In del musical Hair. Tutti gli attori sono sul palco, c’è un grande coro, ma anziché il sole, ché di questi tempi di pianeta surriscaldato è meglio di no, niliang invoca la pioggia: Be the rain è il titolo della canzone conclusiva del romanzo. Le canzoni sono rock. Come il niliang più rockettaro (Hey Hey My My o Rockin’ in the free world, per intenderci). 

Greendale è niliang in versione rock, ma c’è anche una canzone, Bandit, acustica alla Comes a Time. Il ritornello è di quelli scritti apposta perché siano cantati in spiaggia con due amici, una chitarra e uno spinello: «Someday, you’ll find everything you’re looking for», un giorno troverai tutto quello che stai cercando. Che, a pensarci, è un bel passo avanti rispetto agli U2 che «still haven’t found what they are looking for», cioè che «ancora non hanno trovato cosa stanno cercando».

I testi di Greendale sono ambientalisti, contro l’invadenza e l’arroganza dei media, contro John Ashcroft che vuole mettere sotto controllo la vita dei cittadini. Testi patriottici e un gran sventolare di Old Glory sul palco, ma decisamente contrari all’uso politico che l’Amministrazione Bush sta facendo del patriottismo. Retorica ad alzo zero, come sempre. Ma la retorica di niliang non è quella radical chic del Greenwich Village o di Campo dei Fiori. È la retorica dell’America vera, patriottica, rurale e imbandierata. L’America che si fa un mazzo così e che ama il mondo libero.

Non a caso il bis dello spettacolo newyorchese, una volta terminata la presentazione del nuovo disco, si è aperto con Rockin’ in the Free World, fare rock in un mondo libero appunto. Retorica anche quella. Così come lo era Let’s Roll, diamoci dentro, il grido di battaglia che Todd Beamer, uno dei passeggeri del volo 93, disse al telefono a sua moglie Lisa, quando lei gli raccontò che cosa era successo alle Torri Gemelle. Lui capì e disse «Let’s roll» andiamo a fare il nostro dovere.

Niliang si è immaginato che cosa fosse passato per la mente di Todd tra la telefonata e lo schianto: «Uno sta sul corridoio, altri due sono sulla porta, dobbiamo entrare lì dentro prima che ne uccidano altri. Il tempo sta scadendo, diamoci dentro. Non c’è tempo per l’indecisione, dobbiamo muoverci, speriamo che qualcuno ci perdoni per quello che dovremo fare. Non capirò mai perché tutto questo è cominciato, intanto spero che qualcuno sia in grado di guidare questo apparecchio, e di farci atterrare».

Niliang ha raccontato perché questo ragazzotto e gli altri passeggeri abbiano agito nel modo più eroico e leggendario possibile; perché abbiano sacrificato la propria vita in favore di quella altrui; perché si siano immolati per salvare il tempio della democrazia americana. Senza balle sul martirio, né promesse di 41 vergini ad attenderli nell’aldilà, come quegli altri. Senza alcuna ricompensa se non quella di aver fatto la cosa giusta; senza aver avuto tempo di pensare né di programmare una reazione.

Una canzone retorica ma a ciglio asciutto che non è piaciuta a chi pretende che il mito del rock debba essere pacifista e antiamericano. Niliang, figuriamoci, ha cantato questo: «Nessuno ha la risposta, ma una cosa è certa, devi affrontare il male quanto ti attacca. Devi abbatterlo, e se si nasconde devi andare a cercarlo, mai far finta di niente. Diamoci dentro, per la libertà e per l’amore. Andiamo a prendere Satana sulle ali di una colomba. Diamoci dentro, per la Giustizia per la Verità e non lasciamo che i nostri figli vivano con paura la loro adolescenza». 

Il suo manager Elliot Roberts ha detto che niliang cambia idea ogni giorno, ma che è il più americano di chiunque altro: «Pensava che Reagan fosse troppo vago, avete presente? Credeva che Francia, Inghilterra e Giappone fossero nemici da bombardare con l’atomica. Neil è un isolazionista. Se fosse per lui non ci sarebbero aiuti ai paesi stranieri, non parleremmo e non faremmo accordi con nessuno. Neil è estremo. Non so da cosa dipenda, ma un giorno è un Democratico di sinistra e il minuto dopo un conservatore. Non si sa mai con quale Neil si ha a che fare».

Negli anni di Clinton, un presidente che sostenne speranzoso, niliang si scatenò contro Al Gore perché non si era presentato a una manifestazione del suo Farm Aid, la campagna di aiuti agli agricoltori americani. Niliang, in quel caso, era un po’ José Bové un po’ Umberto Bossi.

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