Come cambia il climaQuella volta che 77 scienziate andarono tra i ghiacci dell’Antartide per promuovere la visibilità scientifica femminile

«Simbolo della velocità con cui la Terra sta cambiando, il Polo Sud gioca un ruolo centrale nel sistema climatico globale», scrive la fisica teorica Elena Ioli nel suo ultimo libro. Un viaggio che ha portato al Polo Sud biologhe marine, ingegneri ambientali, zoologhe, esperte di politiche ambientali e di fisica provenienti da 21 Paesi

Pixabay

Una spedizione nella Penisola Antartica alla fine dell’estate australe, tra febbraio e marzo 2018. Un equipaggio di 77 donne, provenienti da 21 paesi, di diversa formazione scientifica: biologhe marine, climatologhe, neuroscienziate, ingegneri ambientali, insegnanti, geochimici, zoologhe, esperte di politiche ambientali e fisiche.

Tra loro c’è anche Elena Ioli, fisica teorica ed editor scientifico della rivista Sapere, selezionata per partecipare al progetto Homeward Bound. Un’iniziativa australiana che promuove la visibilità scientifica femminile nelle politiche ambientali preposte a gestire il cambiamento climatico.

Elena Ioli

Per la spedizione, la più ampia di sole scienziate mai realizzata prima in Antartide, è stata scelta una meta dal forte valore simbolico. Il Polo Sud, luogo “alieno” e, in gran parte, vergine. Ecosistema fragile dove a causa delle condizioni ambientali estreme gli effetti del riscaldamento globale sono più evidenti che altrove. «Simbolo della velocità con cui la Terra sta cambiando, l’Antartide gioca un ruolo centrale nel sistema climatico globale», scrive Ioli nel suo “Antartide. Come cambia il clima” (Dedalo Edizioni, ottobre 2020), in libreria dal 15 ottobre. Un testo quasi didattico, a tratti enciclopedico, ma anche intimo, in cui la fisica, in un centinaio di pagine, racconta la sua esperienza ai confini più meridionali e misteriosi del globo.

Dedalo Edizioni

Una “vetrina” del clima
«L’ondata di malattia e di morte della recente pandemia da Covid-19 che ha investito il nostro pianeta – scrive Ioli – non deve farci dimenticare un’altra grave minaccia globale, che è solo temporaneamente messa in pausa». Il riferimento, chiaro e diretto, è al cambiamento climatico. Un tema che la fisica ha voluto affrontare e ispezionare, soprattutto nella seconda e ultima parte del libro, «cercando di raccontare la storia dall’inizio: dalla definizione di concetti quali effetto serra, Antropocene, riscaldamento globale, decarbonizzazione, passando per quello che ci dicono i dati raccolti negli archivi di ghiaccio, fino a offrire qualche riflessione e prospettiva per il futuro».

Alla prima parte dell’opera Ioli dedica, invece, alcune riflessioni sulla sua missione antartica, in una sorta di giornale di bordo. Così, descrizioni della natura selvaggia del Grande Sud e della fauna che abita il continente di ghiaccio si intrecciano a resoconti delle attività svolte durante i giorni di navigazione e delle visite nelle stazioni scientifiche. «Ricordo le parole di Amundsen, l’esploratore norvegese che nel 1911 raggiunse per primo il Polo Sud: “L’Antartide è un luogo più freddo della Siberia, più secco del deserto dei Gobi, più ventoso del Monte Washington, più desolato dell’angolo più desertico dell’Arabia”».

di Elena Ioli

Il giornale di bordo di Elena inizia a Ushuaia, una località argentina, edificata su una collina scoscesa e circondata dai monti Martial e dal canale di Beagle, che si trova all’estremità meridionale del paese nell’arcipelago della Terra del Fuoco soprannominato “la fine del mondo”. È qui che la fisica italiana conosce le altre ricercatrici che, insieme a lei, intraprendono questa spedizione polare.

Il viaggio, su una nave rompighiaccio, porta le scienziate verso il Grande Sud navigando per lo stretto di Drake, considerato il mare più burrascoso e inospitale del pianeta. «La traversata dura due giorni, durante i quali aspetto di trovarmi, rieccheggiando Baudelaire, “nell’infinito svolgersi dell’onda”».

Una terra di primati e biodiversità
«L’Antartide non è a misura d’uomo. La natura (qui soprattutto) ci sovrasta maestosa e indomabile, ci investe con la sua bellezza ineffabile, che risiede tanto nei paesaggi incontaminati quanto negli eventi imprevedibili ed estremi. Eppure, è potente e inatteso il sentimento di unità con il tutto di cui siamo parte, “il grande oceano inesplorato della natura e della verità” di cui parlava Isaac Newton».

Questo grande angolo remoto del pianeta, compreso fra il Polo Sud e il 60° parallelo di latitudine, non è soggetto ad alcuna sovranità. Tutte le rivendicazioni territoriali sono state sospese il 1° dicembre 1959 con il Trattato Antartico.

L’Antartide non è unico solo per quanto riguarda la sua struttura governativa, ma anche per la sua rara bellezza. È un continente di primati ambientali: ospita il 90% di tutto il ghiaccio presente sulla Terra, circa il 70% dei depositi di acqua dolce di tutto il pianeta e rappresenta il 10% della superficie terrestre. È il continente più freddo, con temperature che nelle zone interne possono superare –80 °C al suolo. Ma anche il più secco: al centro del continente, infatti, la presenza costante di un anticiclone rende quasi nulle le precipitazioni, con una quantità di umidità ricevuta dall’altopiano antartico confrontabile con quella che ricevono i deserti più caldi del pianeta. È la terra più ventosa: i venti detti catabatici, venti “di caduta”, che si formano sulle alture ghiacciate e scendono verso l’oceano soggetti alla gravità, possono raggiungere la costa con velocità di 300 km/h.

Nella parte meridionale del continente si trova il mare di Ross, uno dei due principali mari dell’Oceano antartico insieme a quello di Weddell. Ospita oltre 16000 specie animali diverse in una delle aree più produttive e ricche di nutrienti grazie al plancton e ai krill, carburante dell’ecosistema antartico e, in generale, dell’intero ecosistema marino del nostro pianeta.

In questo tempo infinito che dura due mesi, Elena Ioli familiarizza con diverse specie animali: otarie, foche leopardo, uccelli petrelli, berte grigie, albatri, balene, elefanti marini e orche – rispettivamente i più grossi e i più veloci mammiferi marini – e stercorari antartici (gli uccelli skua).

di Elena Ioli

Poi c’è il pigoscelide di Adelia, il pinguino più largamente diffuso sulle coste del continente Antartico, che come quello Gentoo e Chinstrap abita queste zone vivendo e nidificando in colonie formate da migliaia di individui. Passa l’inverno sulla banchisa e all’inizio di ottobre raggiunge le aree costiere libere dai ghiacci per nidificare. La popolazione degli Adelia dal 1982 al 2017 si è ridotta da diecimila a tremila unità, a causa della diminuzione dei ghiacci nella Penisola e della conseguente scarsità di cibo, necessari per le loro attività riproduttive.

di Elena Ioli

Tra i colori e gli stati di tutto il mondo
Ma questa spedizione tutta al femminile è anche un viaggio tra le stazioni scientifiche, in uno scenario che è sempre diverso. Da quella americana Palmer all’argentina Càmara: «l’atmosfera che si respira qui è di solidarietà e collaborazione. Si ha la sensazione tangibile di trovarsi in un ambiente alieno, diverso da tutto ciò che può dirsi familiare: non ci sono insetti, animali, alberi, foglie portate dal vento, né abitanti indigeni né strade. Questo ambiente ostile, l’assenza di amici e familiari, la difficoltà di accesso a internet determinano un clima di sensibile cura reciproca, e permettono di sviluppare, nel rispetto e nella pazienza, legami particolarmente intensi».

L’esperienza di Ioli nel Grande Sud è un peregrinare tra i colori, dal bianco del ghiaccio al blu del mare, passando per il verde dei licheni fino al rosso delle alghe microscopiche che proliferano in corrispondenza delle colonie di pinguini. «Rimangono inattive durante i mesi invernali per risvegliarsi appena le temperature si innalzano. Negli ultimi cinquant’anni, l’analisi di campioni di suolo nella parte settentrionale della Penisola Antartica ha permesso di rilevare simili formazioni in rapida crescita».

Gli organismi unicellulari che tingono i ghiacci di rosso sarebbero responsabili, nelle stagioni più calde, di una riduzione di oltre il 10% dell’albedo, la capacità delle superfici di riflettere la luce solare. Le spore di queste alghe assumono la caratteristica colorazione rosa-scarlatta, dovuta ai carotenoidi, per difendersi dai raggi ultravioletti del Sole. Questa tonalità più scura assorbe calore e abbassa il potere riflettente dei ghiacci, accelerandone lo scioglimento soprattutto in estate, quando la superficie è coperta dal sottile strato di acqua liquida in cui l’alga fiorisce.

di Elena Ioli

«Con l’aumento della fusione superficiale, le alghe rosse trovano un habitat ideale per la riproduzione che, a sua volta, aumenta lo scioglimento dei ghiacci, in un circolo vizioso di cui occorrerà tenere conto nei futuri modelli climatici di questa regione. La risposta biologica al riscaldamento globale è pervasiva: la Penisola Antartica rischia di diventare un luogo molto più “colorato” in futuro».

Chiamare le cose con il loro nome
Dare un nome alle cose è al tempo stesso crearle e prenderle, scriveva il filosofo Jean-Paul Sartre. Ecco perché, Ioli lo sottolinea con forza, dire ghiaccio non significa poi molto ma anzi toglie valore all’esperienza di questo continente. In Antartide, infatti, il ghiaccio si distingue in continentale e marino. Il primo deriva dalla trasformazione della neve sotto la pressione del suo stesso peso. Quando, invece, le fredde acque dell’Oceano antartico raggiungono durante l’inverno temperature così basse che il loro strato superficiale congela si forma il secondo.

Quando Ioli discute di emergenza climatica con i suoi studenti, per prima cosa li invita a riflettere sulla cura da prestare nella scelta dei termini. Per esempio, quando si discute di tempo meteorologico e di clima non si sta trattando la stessa cosa. Se il primo indica un insieme di fenomeni atmosferici di durata limitata, si parla del secondo quando vengono raccolte lunghe serie di dati meteorologici, come temperatura, pressione, umidità, precipitazioni, di una zona specifica o dell’intero pianeta su scale temporali piuttosto estese, dell’ordine di almeno 30-40 anni. «A quel punto si possono cercare regolarità, variabilità, anomalie rispetto alla media e si può iniziare a parlare di cambiamento climatico».

Scienza e politica per il clima
Il tema dell’emergenza climatica chiama in causa in primo luogo la scienza, impegnata a raccogliere e analizzare dati sempre più numerosi: «si pensi per esempio all’analisi dei sedimenti oceanici, o allo studio delle carote di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide, vere e proprie capsule del tempo che ci svelano informazioni sulla storia del clima vecchie di quasi 1 milione di anni».  Come conferma Ioli, la scienza dei cambiamenti climatici richiede l’attività congiunta di scienziati provenienti da diverse formazioni «come dimostra il fatto che i fisici lavorano gomito a gomito con biologi, zoologi, chimici».

Agli scienziati viene chiesto di processare i dati e tradurli in modelli e simulazioni «per permetterci di prevedere cosa succederà in futuro, quali saranno gli scenari che ci aspettano se non prendiamo drastici e consapevoli provvedimenti». D’altra parte, ricorda Ioli, è fondamentale dialogare con decisori politici capaci di intendere l’urgenza della situazione e di mettere in atto misure di contenimento responsabile con provvedimenti lungimiranti e risoluti. «Ecco perché i climatologi si trovano investiti di una missione peculiare per degli scienziati: interagire con ministri e capi di Stato, convincere gli economisti, fornire dati per negoziare impegni e progetti, far dialogare fra loro Paesi con interessi divergenti. Portavoce del pianeta, devono diventare abili comunicatori».

di Elena Ioli

“Antartide. Come cambia il clima” consegna ai lettori una testimonianza, personale e professionale, della bellezza e fragilità del pianeta simboleggiata dall’Antartide: un luogo che ha qualcosa di quasi sacro nel suo essere incontaminato ma dove si tocca con mano l’emergenza che il clima importa e porta con sé. «Ho voluto parlare soprattutto ai giovani, agli studenti, perché hanno bisogno di essere informati anche e soprattutto come cittadini del futuro. Un tempo che è e sarà solo nelle loro mani».

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