Quesiti linguisticiChe cos’è “l’abbruciamento”? Risponde la Crusca

Si tratta di una parola antica, tipica del linguaggio burocratico, che si può trovare ancora in molti provvedimenti amministrativi

(Pixabay)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Sono arrivate varie domande di lettori che segnalano l’uso di abbruciamento in provvedimenti amministrativi (per esempio nell’espressione abbruciamento residui vegetali) e ci chiedono di fornire chiarimenti sul termine e di indicare possibili alternative.

Risposta
Avviene non di rado che i nostri lettori percepiscano come neologismi o come errori parole esistenti da tempo, a volte da secoli, che dalla burocrazia o dai ristretti ambiti settoriali in cui sono rimaste confinate arrivano, attraverso comunicati o altro, alla lingua comune. Abbiamo già trattato dei casi di controlleria – a cui comunque le ferrovie hanno rinunciato – e più di recente di sindacale nel senso di ‘del sindaco’. Anche abbruciamento può rientrare in questa serie, ma la parola presenta anche altri motivi di interesse.

Come qualche lettore ha avvertito, si tratta di una parola antica: lo dimostrano sia la base, che è abbruciare, derivato dal più comune bruciare con l’aggiunta del prefisso intensivo ad-, sia il suffisso -mento, che forma tuttora nomi d’azione a partire da verbi, ma che oggi è molto meno produttivo di quanto non lo fosse in italiano antico.

Come risulta dal TLIO, abbruciare aveva un significato più specifico di bruciare, e cioè quello di ‘distruggere o danneggiare col fuoco’ o semplicemente ‘distruggere o danneggiare’ (se riferito al fuoco), è documentato fin dal 1260 (ma, all’interno di nomi di luogo e di persona, è attestato in carte latine di area toscana fin dalla seconda metà del sec. XI) e compare spesso coordinato ad ardere nel senso di ‘mettere a ferro e fuoco’. Quanto ad abbruciamento, è parola trecentesca (la prima attestazione è datata 1371 nel TLIO e ante 1311 nel GRADIT, sulla base dell’esempio di fra’ Giordano da Pisa riportato nel GDLI e tratto dal Vocabolario della Crusca, che il TLIO non considera perché presumibilmente falso; lo Zingarelli parla genericamente di sec. XIV).

Il GDLI riporta una settantina di esempi di abbruciare (solo nella forma dell’infinito), con una continuità di attestazioni da Giovanni Villani ad Ardengo Soffici (passando per Lorenzo de’ Medici, Galileo Galilei, Carlo Goldoni, Vincenzo Monti, Giacomo Leopardi, Edmondo De Amicis). In effetti il verbo e alcuni suoi derivati, spesso grazie al sostegno delle parlate dialettali e regionali, non sono affatto usciti dall’uso, neppure letterario: il PTLLIN documenta nei romanzi vincitori del Premio Strega e in altri testi di narrativa novecentesca la presenza di abbruciare e abbruciacchiati (Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952), abbruciata e abbruciate (Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, 1959; Giovanni Arpino, L’ombra delle colline, 1964), abbruciamoli (Giuseppe Montesanto, Nel corpo di Napoli, 1999), abbruciati (Melania Gaia Mazzucco, Vita, 2003).

Quanto ad abbruciamento, il GDLI lo registra nei significati di “l’abbruciare; incendio”, di “conflagrazione di corpi celesti che ardendo diventano incandescenti” e di “bruciatura, scottatura” e ne riporta una ventina di esempi (il più recente in Alberto Savinio).

Ma sia il GRADIT sia lo Zingarelli segnalano un altro significato del termine, specifico del lessico dell’agricoltura, quello di ‘debbio’ (termine datato in entrambi i dizionari 1701 sulla base del GDLI), che a sua volta viene definito nello Zingarelli come “pratica agricola consistente nel bruciare le stoppie dei cereali dopo la mietitura o la cotica erbosa di prati e pascoli tagliata e posta in cumuli, allo scopo di migliorare un terreno agrario” e nel GRADIT come “antica pratica consistente nel bruciare stoppie ed erbe tagliate per migliorare un terreno”.

In effetti, in un repertorio plurilingue come il World compendium of forestry and forest products research institutions di H.A. Hilmi (Roma, FAO, 1986), troviamo il nostro termine in questo senso tecnico, con ulteriori specificazioni: ABBRUCIAMENTO LOCALIZZATO (p. 116), ABBRUCIAMENTO (DI PULIZIA), ABBRUCIAMENTO A CHIAZZE, ABBRUCIAMENTO A NUDO, ABBRUCIAMENTO A RAGGIERA (p. 179), e ancora TURNO DI ABBRUCIAMENTO (p. 202), ecc.

Possiamo inoltre documentare, grazie a Google libri, come il significato tecnico di abbruciamento in agricoltura risalga almeno all’Ottocento:

L’abbruciamento dee produrre degli effetti diversi, secondo che il terreno, che si ha in mira di bruciare, è argilloso, siliceo, calcare, o di media composizione contenente una proporzione conveniente dei tre elementi. (Francesco Agostino Gera, Nuovo dizionario universale e ragionato di agricoltura, Venezia, Antonelli, vol. I, 1834, p. 30; nel testo ci sono varie altre occorrenze)

Egli è certo che gli abbruciamenti in pochi istanti distruggono tutte le materie organiche che si trovano esposte alla loro azione, e che, senza loro, avrebbero subito nel suolo una decomposizione più o meno lenta. […]. Nelle torbiere, ove la materia organica sovrabbonda, l’abbruciamento non può avere che de’ vantaggi. (L’Agricoltore moderno o Enciclopedia d’agricoltura pratica… tradotta […] per cura di Giovanni Lombardi, Casalmaggiore, Bizzarri, vol. I, 1853, p. 145; anche qui ci sono varie altre occorrenze, pure prima di questo passo)

Ma ancora anteriore è questo esempio (del fiorentino Marco Lastri, 1731- 1811) di abbruciamento riportato dal GDLI s.v. debbio, che certifica la sinonimia tra i due termini:

Vi è l’incinerazione, chiamata così dagli Scrittori, che è un governo di cenere derivata dall’abbruciamento sul luogo dalle piaghe, stoppie, erbe, e legni, o portati d’altronde, o ivi prodotti. Si pratica questa in più luoghi della Toscana, e specialmente in Maremma, e sulle nostri Alpi all’occasion di arroncare, e nel Casentino, ove chiamansi debbi.

Dunque, l’alternativa ad abbruciamento richiesta da alcuni lettori potrebbe essere debbio (su cui si sono formati i verbi debbiare e addebbiare, da cui debbiatura e addebbiatura), un termine di etimo incerto (GDLI, GRADIT, Zingarelli), che, secondo l’Etimologico, “si connette con le forme [di toponimi] Debelos e Debelis attestate nell’antica Liguria e attribuite al celto-ligure” e indica, in alternativa a ronco, una pratica agricola diffusa prevalentemente nell’Italia nordoccidentale, in Toscana, Corsica e Sardegna.

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