TrameCannonau, alicante, tai rosso, granaccia, bordò, gamay perugino: i tanti nomi della grenache in Italia

La grenache è uno dei vitigni più diffusi al mondo: soprattutto nell’ampia area del Mar Mediterraneo e in particolare in Spagna, Francia, Italia contribuisce a produrre vini profondi e fragranti, sempre più attuali

Cabernet sauvignon, merlot e tempranillo, sono queste tre le varietà di uva da vino più diffuse al mondo. La prima, con i suoi 341mila ettari, quasi mezzo milione di campi da calcio, è di gran lunga la più piantata, quella che è possibile trovare pressoché ovunque tanto da essere considerata l’internazionale per eccellenza, dalla Francia e in particolare dalla regione di Bordeaux fino agli Stati Uniti e alla Cina. Alle spalle di questo terzetto un nutrito numero di vitigni che spesso è più facile identificare con una specifica area, per quanto vasta. In particolare la grenache, uva (o meglio, famiglia di uve) non solo che ha fatto del Mediterraneo la sua terra di elezione ma che viene anche identificata in quasi ogni luogo in cui è presente con un nome diverso, tale è il suo consolidamento storico e culturale nelle regioni in cui è presente.

Grenache, garnacha, cannonau, alicante. Ben 163mila ettari, quinta varietà a bacca rossa per diffusione, distribuiti soprattutto tra Francia, Spagna e Italia che portano a rossi colorati, dallo spiccato calore alcolico, spesso ma non sempre usati in blend con altre tipologie. Uno dei più famosi è lo Châteauneuf du Pape, vino prodotto nella zona di Avignone in cui la grenache viene tagliata con altri vitigni quali la syrah, il cinsault e altri. Soprattutto una famiglia di uve che porta a vini con caratteristiche non troppo lontane tra loro tanto da rappresentare in Europa una vera e propria “terza via” dopo quelle dei cosiddetti tagli bordolesi a base di cabernet sauvignon e dei vini della Borgogna, a base di pinot nero.

In Italia grenache è soprattutto sinonimo di cannonau, di gran lunga il vitigno più importante della Sardegna. Sulle sue origini un certo dibattito fra Italia e Spagna: da una parte negli ultimi decenni si è andata consolidando l’ipotesi che la grenache sia arrivata sull’isola durante la dominazione aragonese in seguito alla conquista della città di Alghero da parte di Pietro IV di Aragona; dall’altra recenti scavi archeologici in Sardegna hanno portato alla luce vinaccioli con un dna simile al vitigno che conosciamo oggi risalenti addirittura al XII secolo a.C., scoperta che potrebbe mettere la parola fine a una discussione forse un po’ sterile. Uno dei grandi meriti dei vini prodotti a partire da questa famiglia di varietà è infatti la loro grande capacità esprimere in modo netto un territorio, dimostrazione della grande plasticità della grenache, della sua capacità cioè non solo di adattarsi a uno specifico clima ma anche di restituire con chiarezza il luogo in cui viene coltivata, che si chiami cannonau o garnacha tinta.

Molti luoghi comuni vedono il Cannonau come un vino sempre esuberante nel calore alcolico e impegnativo da bere. Niente di più sbagliato, tantissime interpretazioni degli ultimi anni hanno dimostrato quanto si possano produrre vini rossi di grande equilibrio, armonici tra potenza ed finezza, un po’ in tutta la regione. Due gli areali più importanti: la Barbagia e l’Ogliastra, con al loro interno microaree in grado di esprimere caratteristiche peculiari, da Mamoiada a Dorgali, fino a Jerzu o Oliena.

Se è vero che i quasi 8mila ettari di cannonau in Sardegna rappresentano il grosso della grenache italiana è altrettanto vero che questa è presente in diverse altre regioni e che è protagonista in un certo numero di piccoli ma significativi distretti produttivi. Nelle Marche e in particolare nella zona del Piceno è conosciuta con il singolare nome di bordò, a indicare per i contadini di un tempo una generica varietà di origine francese. Qui più che altrove nella Penisola porta a vini di particolare eleganza e profondità mediterranea. Poco lontano, in Umbria, si trova nella zona del Lago Trasimeno con il nome di gamay e in Toscana, in particolare in Maremma, con quello di alicante.

Una varietà che viaggia, che nel corso dei secoli ha attraversato alcune zone dell’Italia adattandosi alle condizioni che ha incontrato lungo la sua strada. È certamente così per il tai rosso, grenache arrivata nella zona dei Colli Berici come dono alla locale curia, i cui emissari erano spesso di passaggio ad Avignone. O per la granaccia ligure, importata nella zona di Savona da famiglie che erano d’uso commerciare con la Spagna. Vini di sempre maggior successo, di grande contemporaneità, capaci di regalare finezza e beva in un contesto di aromaticità tanto fresca quanto fragrante.

 

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