Spray Metti l’arte sulla bottiglia

Un rosé pugliese, una street artist romana, un progetto che porta a visualizzare le caratteristiche di un vino attraverso elementi sognanti e onirici. E la complessità del fare arte oggi, nel contemporaneo e durante una pandemia che ferma la vita, e di conseguenza la creazione

Gio Pistone vive e lavora a Roma ed è una delle più grandi street artist italiane e internazionali. Il disegno è la sua seconda casa, dove si materializzano i suoi sogni e i suoi incubi, attraverso colori decisi e linee nette. I suoi mostri sono metafora della diversità, da scoprire e da conoscere e non da allontanare.

Riesce a conciliare l’estetica pop con la ricerca e con la cultura. Perché, ci racconta: «La mente umana è misteriosa. L’arte ne è una delle manifestazioni più esplicite. Dalle prime tracce di vita umana sulla terra essa accompagna le nostre vite, dalle Grotte di Lascaux fino agli impacchettamenti di Christo, cambiando continuamente forma e destinazione. Per apprezzare o meno un’opera non ci vuole una laurea, secondo me, basta sentire se appartiene o meno alla nostra idea di bello o semplicemente desti in noi un qualche tipo di interesse.Chiaramente nei secoli ha preso diverse forme, correndo insieme alle scoperte scientifiche ed alle rivoluzioni sociali. Direi che l’estetica moderna dall’illustrazione all’arte alla musica ed alla poesia rispecchia il momento culturale che viviamo ed è spesso frutto di ricerche, studi e continui rimandi alla cultura contemporanea».

Ma nel 2020, si può vivere d’arte? E cosa ha significato quest’anno così particolare per un artista? «Vivere d’arte è possibile, ma lo è solo se rappresenta la passione e l’interesse più grande della vita di un’artista. Chiaramente per riuscire a vivere d’arte le variabili sono infinite, entrano in gioco il carattere, la fortuna e tanti altri fattori. Il carattere è uno dei lati più importanti perché bisogna essere pronti a ricevere molte delusioni ed essere allenati a considerare importante un successo piuttosto che un insuccesso».

Soprattutto nel 2020, anno particolarmente difficile per chi ha deciso di fare dell’arte la sua vita, e per chi ha bisogno di questa vita per fare arte e creare: «La pandemia toglie energie, la vita è uno degli ingredienti fondamentali per fare arte e questo stare chiusi indebolisce, è una strana sensazione di melancolia, veramente qualcosa di mai provato. Secondo me solo a distanza di tempo potremmo davvero capire cosa ha suscitato in noi e devo dire che sono abbastanza curiosa di vedere i risultati. L’Arte non è altro che la visione della vita attraverso gli occhi di un altro, se quella visione ti affascina vuol dire che inconsciamente ha a che fare con te. Ma se non c’è vita? Aiuto».

Un dilemma a cui è difficile rispondere. Ma che possiamo tenere a bada lavorando, perché nel colloquio con Gio capiamo anche che arte non è (solo) istinto e vaghezza, creatività e riflessione, ma anche e forse soprattutto lavoro: «Ogni persona vive a modo suo. Una cosa sola posso dire ed è che c’è molto lavoro dietro ad un’opera, di qualsiasi natura essa sia, quindi il mito dell’artista bohémien che non fa nulla è abbastanza falso, tutti coloro che vivono d’arte lavorano moltissimo sia per passione che perché hanno commissioni che li costringono a lavorare moltissime ora al giorno in studio».

Forse una visione troppo poco romantica, ma che inevitabilmente rispecchia la realtà, così come l’arte, che è astrazione ma anche concretezza e materialità del fare: come si traduce nel digitale la realtà? «Diciamo che il digitale, nel mio caso, ha velocizzato alcuni passaggi fondamentali della composizione di un’opera. Posso fare bozzetti velocemente ed innumerevoli prove colore. Il digitale velocizza il pensiero e la realizzazione ma spesso non è risolutivo».

Ma che cosa affascina questa giovane artista della diversità che spesso è centrale nelle sue opere? «Come dice Ungaretti in Comizi d’amore di Pasolini “Tutti gli uomini in un certo senso sono anormali, in contrasto con la natura”. Questo è sempre stato il mio pensiero, nelle mie creature non faccio altro che amplificare queste differenze e renderli ancora più unici. Spesso le persone tendono ad unificarsi agli altri, come se le imperfezioni fossero dei difetti, ebbene io vedo nei difetti e nei complessi delle persone, una forza potenziale enorme».

Una visione che sposa pensiero e arte e ci dà l’occasione di meditare sul nostro bisogno di normalità. La normalità che passa per esempio da una bottiglia di vino, ultima opera che ha visto Gio protagonista. Non solo per disegnare etichette, certo, ma soprattutto per interpretare il senso di un vino pugliese attraverso l’arte.

Tormaresca non è alla prima esperienza e l’interpretazione artistica delle sue Magnum è ormai un classico da collezione: sin qui il progetto ha coinvolto dalle illustrazioni di Valeria Petrone, Davide Bonazzi e Giordano Poloni alle fotografie di Piero Percoco.

Per quest’anno l’idea è stata proprio di passare alla street art, e l’illustrazione di Gio Pistone è stata dipinta direttamente sul vetro grazie ad una serigrafia. Un esperimento eccitante che si presterà a diversi progetti fisici sui muri di Monopoli, durante il Phest il festival di fotografia che da sempre sostengono.

Ma da dove parte un’artista per visualizzare un vino e inerpretarlo attraverso la sua arte? «Sono stata contattata dall’Azienda Tormaresca per disegnare l’etichetta di questo, direi abbastanza nuovo, rosato Calafuria. Dall’azienda ho avuto principalmente una direzione e sono stati puntuali nel dire da subito che avrebbero preferito non influenzarmi troppo e che fosse una visione molto personale e fresca. Ho assaggiato il rosé, l’ho trovato molto buono, e l’immagine è arrivata velocemente alla mia mente. Ho pensato ad alcuni ingredienti: al mare perché le vigne sono lì in Puglia, al colore, al fatto che la natura e il vino siano molto più in sintonia di quanto sembri. Da questo pensiero è nata Selene, io la chiamo così. Selene è una farfalla. La sua forma sinuosa allude al Mare, alla Luna e agli elementi della Terra che danzano in una relazione armonica tra di loro. Le stelle e le fasi lunari ai lati chiudono il cerchio simulando il legame del vino con la donna attraverso i cicli vitali dell’Universo».

E questo vino, ottenuto dalle uve Negroamaro coltivate nella tenuta Masseria Maìme di San Pietro Vernotico, tra Brindisi e Lecce, con la sua fluidità e la sua piacevolezza, non può che essere avvolto da questa danza sinuosa.

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