Dal mondo Che cosa si mangia nei Covid hotel coreani

Il racconto puntuale dei pasti consumati durante la quarantena è specchio di quanto il cibo possa aiutare a far passare il tempo, riesca a determinare l’umore e sia il primo necessario ponte tra il Paese che si è lasciato e quello nel quale si entra

Foto di Ella Olsson da Pexels

Viaggiare è tornato possibile, ma all’arrivo in alcuni Stati può succedere che si venga obbligati a una quarantena, spesso da passare nei cosiddetti “Covid hotel”, strutture con stanze senza cucina dalle quali non si può uscire e dove si viene accuditi in maniera metodica. Spazzatura igienizzata, controllo della temperatura più volte al giorno, monitoraggio costante. E, naturalmente, pasti controllati e consegnati fuori dalla porta.

Nella maggior parte dei casi, scegliere non è consentito. Ma non sempre è un dramma, anzi: in Corea del Sud sono diventati famosi i pasti consegnati ai viaggiatori che sono in attesa di essere “ammessi” alla vita del Paese e che, dopo il loro arrivo, sono scortati fino a queste stanze e devono vivere lì almeno per 14 giorni.

Il racconto su Eater di James Park, tornato nel suo Paese natale per incontrare i genitori che non vedeva da sette anni, è proprio un puntuale resoconto del contenuto dei suoi pasti, unico momento di svago della sua reclusione. Oltre ai pasti preparati dall’organizzazione, si possono avere degli extra portati dai familiari: «Le famiglie possono lasciare i pacchi alla reception della mia struttura di quarantena e il personale li porterà nella stanza. Quando ricevo la telefonata che il mio pacco è arrivato, apro la porta, aspettandomi poche cose e dimenticando che ho genitori asiatici. L’abbondanza è il loro linguaggio d’amore. Mi aspetta un’enorme borsa che basterebbe per sfamare una famiglia di dieci persone», racconta Park.

I 14 giorni sono un lento passaggio dalla New York multietnica ma con il cibo comunque internazionalizzato ai cibi autenticamente coreani, ai sapori che Park aveva dimenticato e che tornano prepotenti in questa iniziazione al rientro, in questo percorso di purificazione prima di poter tornare a essere a tutti gli effetti un cittadino in patria: «Il primo misterioso sacchetto di plastica nera è il kkwabaegi, una ciambella intrecciata coreana, coperta di zucchero. È calda, morbida ed è una prova evidente che mi trovo davvero in Corea. Impossibile trovare questo profumo e questo sapore a New York».

Durante le giornate sempre uguali, è il cibo a fare la differenza E come lo si mangia può determinare l’appartenenza a una terra e riportare al periodo di vita precedente, quando questo era normale: «Il mio modo preferito di gustare il jokbal è fare un grande involtino: prendo un grosso pezzo di lattuga con alcuni pezzi di jobak, seguito da una cucchiaiata di ssamjang e gamberetti salati fermentati. Li avvolgo tutti in un grosso boccone e me lo ficco in bocca. Sto al caldo perché sono seduto sul pavimento riscaldato, e sto ingurgitando grandi jokbal ssams mentre guardo i programmi tv coreani. In questo momento, penso che questa quarantena non è poi così male, dopotutto».

Il cibo è anche qualcosa che definisce l’umore, perché in una situazione comunque estrema, l’arrivo di qualcosa che ami può essere sconvolgente: «Quando una banana, avvolta nella plastica, arriva nel mio dosirak il quarto giorno, mi sento come se avessi vinto alla lotteria. Questa è la prima volta che ricevo frutta con un pasto e i miei occhi si riempiono di gioia. Non riesco a capire se sono davvero così eccitato per una banana o se sto impazzendo. Probabilmente è questo».

Oltre alla frutta, la sensazione che più manca è il calore del cibo. Perché tutti i pasti vengono consegnati delivery, e spesso mangiati tiepidi, quando non freddi. L’arrivo di una friggitrice ad aria è la svolta, in questo senso, e regala quella sensazione di cibo preparato in casa che nessuna consegna a domicilio può emulare: «Riscaldo le leccornie fritte nella mia friggitrice e le mangio. Sì, mi brucia la bocca e non ne sono mai stato più felice» ci dice Park mentre consuma il primo pasto caldo dopo giorni.

E il cibo è davvero la cosa più significativa che ricorderà: «Una volta che sarò fuori, avrò innumerevoli scelte, ma non ci sarà mai niente di così prezioso come i tiepidi dosirak che mi hanno portato così tanta gioia e felicità quando c’era poco altro per cui gioire». Il cibo come balsamo, anche in una situazione estrema, può aiutare a sopravvivere.

Dopo 14 giorni, e sette anni, Park incontra finalmente la madre. Inutile dirvi che il passaggio successivo è al ristorante, dove oltre a scambiarsi confidenze si condividono piatti caldi, buoni, e ci si sente finalmente tornati a casa.

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