Il punto d’arrivo dell’OccidenteIn California ci si sente alla fine del mondo, dice Zachary Mason

In questa intervista a Enrico Rotelli del 2017, raccolta nel suo libro “L’America è un esperimento” (La Nave di Teseo), lo scrittore racconta l’atmosfera di una realtà che si sente isolata e che si trova alle soglie della più grande rivoluzione tecnologica, con tutti i suoi timori e le sue aspettative

di Nik Shuliahin, da Unsplash

«La matematica e la scrittura sono linguaggi guidati da modelli estetici. Sono sorpreso che non ci siano molte più persone a occuparsi di entrambe», racconta lo scienziato informatico e scrittore Zachary Mason.

Nato in California nel 1974, lo stile narrativo di Zachary può davvero darci una mano a riconoscere la precisa armonia che unisce i calcoli di un computer agli equilibri della letteratura. Ricercatore della Silicon Valley impegnato nel progresso dell’intelligenza artificiale e dei suoi algoritmi, nel 2009 Mason arrivò tra i cinque finalisti di un concorso per giovani autori della New York Public Library con “Il signore degli inganni. I libri perduti dell’Odissea”: una sorta di reinterpretazione di quarantaquattro degli episodi narrati da Omero. Un’opera articolata in racconti che colpì la critica letteraria per la capacità di commuovere i lettori e una prospettiva del tutto nuova del poema epico.

Nelle librerie d’America è da poco arrivato “Void Star”, la sua seconda opera letteraria. I protagonisti questa volta si muovono in un futuro non troppo lontano, tra droni armati e memorie artificiali.

Figlio di una bibliotecaria, l’amore per i libri a Mason è stato trasmesso dalla famiglia solo in parte. «Leggevo quello che tutti i ragazzini sui dodici anni leggono», spiega, «ma mi sono annoiato presto e così ho iniziato a leggere opere come “Comma 22” di Joseph Heller, “Verso Betlemme” di Joan Didion, “Orgoglio e pregiudizio” per conto mio. Quando ero più piccolo ogni sera però i miei genitori mi leggevano tre storie e spesso interpretavano le parti. Forse questo è stato utile».

Ragazzo precoce, sei andato al college – cioè l’università – a quattordici anni. A diciannove hai iniziato a lavorare al tuo dottorato. Non avevi la sensazione che non ti fosse concessa la possibilità di commettere errori, come a tutti gli altri ragazzi?
Andare a scuola per me era una cosa abbastanza spontanea, a dire la verità. A volte mi sembra strano non andarci più. Ho sempre la tentazione di tornarci, magari al Massachusetts Institute of Technology per un master in architettura. Poi però mi ricordo che andare a scuola significa pagare qualcuno decine di migliaia di dollari perché ti dica cosa fare.

Se dovessi mai diventare padre, consiglieresti a tuo figlio di andare al college così presto?
No. Andare al college presto può sembrare un gran bel colpo ma non sono convinto sia una buona idea. Dopotutto qual è lo scopo? Entrare nel mondo degli adulti prima degli altri? L’infanzia e gli anni da studente sono un periodo prezioso, non c’è ragione di attraversarli di corsa. Anche l’elemento economico è debole. Quando avevo diciannove anni, andavo alla scuola di specializzazione e contemporaneamente ero un consulente della Silicon Valley, ma avevo una ragazza e i soldi in qualche modo sparivano.

Come si vive oggi in California?
Ci si sente come alla fine del mondo, come se la civiltà occidentale sia andata davvero lontano e poi si sia fermata nel più remoto dei posti. Per noi californiani l’idea di volare tra Londra, Berlino, Roma e Parigi in un’ora o due è bizzarra. La costa occidentale è profondamente isolata, si può andare avanti e indietro tra San Francisco e Los Angeles. La Bassa California è a un tiro di schioppo, ma New York e Città del Messico sono lontane (e in realtà dal punto di vista culturale Città del Messico è avvertita come infinitamente distante). Tokyo e Londra sono un viaggio aereo costoso, debilitante e che rovina il sonno. Se non sei altamente motivato, è molto più facile rimanere nel tuo fuso orario.

Ritieni che San Francisco sia una città dove arte e intelligenza artificiale convergono?
Si tratta di una città la cui concezione generale di sé comprende la convergenza di arte e scienza e occasionalmente di arte e intelligenza artificiale. Ciò però prende forma più nelle installazioni del festival Burning Man che in qualsiasi altra opera duratura. Il crittografo Moxie Marlinspike ha raccontato di essere arrivato nella Silicon Valley con l’aspettativa di trovarsi in un romanzo di William Gibson e invece ha trovato uffici e condomini in un mondo senza fine invariabile ed eterno. A San Francisco si avverte una disperata ricerca di significato: le persone provano a trovare la nuova grande start-up, l’arrampicata su roccia è una sorta di religione e c’è una dedizione immensa nei confronti della Creatività con la C maiuscola. La maggior parte di questa Creatività, però, sembra essere soprattutto un tentativo di rivendicare un’identità. Ma questa è una verità universalmente disconosciuta, rivelarla sarebbe come vivere nell’Europa medievale e far notare le incongruenze dei Vangeli.

Nei prossimi anni, quali tecnologie per rendere la nostra vita più comoda avranno maggior successo?
Tra una o due generazioni le macchine a guida autonoma saranno onnipresenti. Immagino che guidare la propria auto in città sarà illegale, così solo i figli di chi vive nelle zone rurali impareranno a guidare. Forse diventeranno realtà anche le macchine volanti e gli spostamenti saranno molto più rapidi, per chi se le potrà permettere. Nelle tre dimensioni c’è un mucchio di spazio! Credo che a Dubai siano già pronte. Probabilmente la realtà aumentata sarà parte della nostra quotidianità e i cellulari saranno miniaturizzati al punto di scomparire.

E quali altre mansioni ed esigenze quotidiane saranno presto automatizzate?
Be’, la guerra sarà sempre più guidata da droni e intelligenze artificiali. E poi direi che accetteremo universalmente gli incontri tramite Internet, che una volta erano marginali e oggi, sebbene negli Stati Uniti siano virtualmente dappertutto, ancora non sono un argomento di conversazione: “Cos’altro dovrei fare?” ci chiederemo, “andare per bar?” Inoltre, ogni oggetto domestico sarà connesso. Il frigorifero saprà cosa c’è al suo interno e i sistemi casalinghi sapranno ciò di cui abbiamo bisogno, così da poterlo ordinare mano a mano che sta per esaurirsi.

Come reagisci alle opere di fantascienza più popolari, che quasi sempre raccontano di robot e intelligenze artificiali con sentimenti propri e non più in grado di connettersi con il genere umano, o che addirittura cercano di sconfiggerci?
La narrativa non ha quasi mai capito l’intelligenza artificiale. Di solito si tratta di storie alla Frankenstein (“è diventato un criminale!”, vedi Skynet di Terminator) o Pinocchio (“Voglio solo essere un ragazzo vero!”, vedi Data di Star Trek). Entrambi sono piuttosto banali e nessuno dei due ha molto a che fare con ciò che dell’intelligenza artificiale è veramente interessante. Le intelligenze artificiali sono, appunto, intelligenti, ma non umane. Possono risolvere i problemi, ma non c’è motivo di pensare che a loro interessi ciò che conta per noi. Io immaginerei un’intelligenza artificiale indifferente alle emozioni umane, che da una certa distanza appaiono come un insieme evoluto di euristica comportamentale o, per dire, di potere politico. Credo sia molto più probabile che un’intelligenza artificiale abbia voglia di trascorrere qualche miliardo di anni soggettivi a pensare alla teoria dei numeri.

da “L’America è un esperimento. Scrittori e storie dagli Stati Uniti”, di Enrico Rotelli, La Nave di Teseo, 2021, pagine 208, euro 18

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