Il mio social liberoIl dramma dell’utente di Instagram, senza musichette per le sue storie impegnate

Ora che Zuckerberg non ha rinnovato l’accordo con la Siae, come faranno milioni di attivisti a rimorchiare senza poter mettere le canzoni di Mogol e Battisti sotto i video dei tramonti romani?

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Datemi qualcuno da sedurre e io lo sedurrò, pensa senza sapere di pensarlo l’utente medio di Instagram, inconsapevole d’incarnare una citazione di Wanna Marchi. L’utente medio di Instagram su Instagram non s’intrattiene: si posiziona.

Aderisce a tutte le giuste cause – in questi giorni: il divieto di registrazione anagrafica di due madri o due padri per i bambini figli della postmodernità – non andando troppo per il sottile: non è che il passaggio delle storie di Instagram da quindici secondi a un minuto le abbia improvvisamente rese adatte a imbastire trattati di politologia.

E poi l’utente medio di Instagram i trattati non saprebbe comunque scriverli, e quando dice che ora per colpa della Meloni i bambini milanesi figli di coppie di gay abbastanza benestanti e determinate da andare all’estero a procurarsi la prole che l’Italia non concedeva loro, che quei bambini per colpa della Meloni ora non potranno accedere a scuole o ospedali, forse ci crede davvero. È drammatico, lo so, ma è così che funziona: se volete l’approfondimento e l’esattezza dei dettagli, abitate il secolo sbagliato.

Ma l’utente medio di Instagram si ciba di cuoricini, e all’uopo non basta posizionarsi dal lato giusto delle opposte propagande. Bisogna curare la forma. Sapere che colori attirano l’occhio, che musiche attirano l’orecchio.

Certo, l’utente medio sa che gli altri utenti medi sono come lui, e perlopiù scorrono Instagram col volume abbassato, in mezzo a una riunione, a letto con qualcuno che dorme, in metrò senza cuffie. Tuttavia, qualora ambizioso, l’utente medio di Instagram punta al massimo: a farci alzare il volume. Le sue colonne sonore saranno così esatte che le vorremo sentire, saranno così perfette per la buona causa che rischieremo che tutti si accorgano che non stiamo seguendo quel che si sta dicendo in riunione.

Perciò ieri è stata una giornata di lutto, per l’utente medio. La Siae, che tutela i guadagni di musicisti e parolieri (quegli avidi che pretendono di venire pagati per il loro lavoro, mentre noi qui gratis creiamo contenuti scrivendo in colori pastello dégradé «Meloni, vergogna»), non si è messa d’accordo con Zuckerberg (il proprietario di Instagram e Facebook inspiegabilmente restio a retribuire le preziose slide con cui spieghiamo il mondo ai nostri follower).

È stato un momento molto interessante perché ha fatto convergere gli interessi dell’utente medio a tendenza engagé, quello che seduce dicendoci che lui è uno dei giusti, e quelli dell’utente medio a tendenza Vigna Clara, quello la cui forma di seduttività instagrammatica consiste nel pubblicare tramonti che di certo faranno dimenticare a tutti che vive in una città sommersa dalla monnezza.

Il dramma mi si è parato davanti con nettezza ieri mattina, quando un amico mi ha telefonato per chiedermi cosa volesse dire il comunicato secondo il quale, dato il mancato accordo, da ora su Meta (cioè su Instagram e Facebook) si sarebbero potuti utilizzare solo brani fuori dal catalogo Siae. È un amico il cui unico impegno politico è quello di, dice lui, «coltivare il giardino» (lo dice in francese, per sembrare meno di Roma nord, ma nel suo quartiere tradurrebbero in: rimorchiare). Sta su Instagram per la ragione per cui, in un secolo più eteronormativo, i maschi facevano tutto quel che facevano, dal diventare rockstar al comprarsi la cabriolet: per impressionare le femmine.

«Ma quindi io stasera non posso già più mettere il tramonto con su Battisti che le chiede Dove vai quando poi resti sola?». Se solo Mogol (presidente onorario della Siae) si rendesse conto del dramma di uno che si ritrova senza musiche nelle storie Instagram; se solo ricordasse che senza ali, tu lo sai, non si vola. Stavo per dire al mio amico che comunque “O sole mio” è abbastanza vecchia da essere fuori diritti, poteva mettere quella a sonorizzare il cielo arancione sul Tevere (con pantegane in nuance), ma ho taciuto, impietosita dal suo dramma.

Non che la situazione fosse meno grave per coloro il cui principale impegno politico non ha come ideologo Zanza il bagnino, intendiamoci: che ne è delle storie che parlano di diritti, di abbattimento delle barriere, di identità, di dolenze assortite, se a quei minuti di ideologia instagrammatica levi “Creep” o “Born This Way”? E quindi ieri pomeriggio, preoccupata per il declino dell’occidente pastellato e musicato, mi chiedevo affranta: ma Lady Gaga e i Radiohead sempre roba di Siae sono?

No, mi ha risposto gente del settore: ogni paese ha il proprio raccoglitore di diritti, la Siae li raccoglie per gli artisti italiani. Ma quindi Mina si può continuare a metterla nelle storie di Instagram? Si appoggerà a una Siae svizzera? Posso ancora postare una foto col mio ex e sopra quel pezzo che fa «chiunque ci sentisse in questa discussione direbbe lei è cretina ma lui che gran coglione»?

Certo, il dramma di chi vorrà fare le storie engagé sul salario minimo e verrà privato di tutto, da quel «ma io lavoro» dell’ultimo Sanremo, a «io lavoro e penso a te», fino a «chi non lavora non fa l’amore», quel dramma lì ci vorrebbero i cronisti politici di una volta, per raccontarlo. Quelli di quando la rivoluzione non si faceva su Instagram. Vi ricordate che scomodità?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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