Impegno congiuntoI fondi pubblici non bastano per finanziare la transizione energetica in Africa

Perché i Paesi Emde possano ottenere i capitali necessari al passaggio all’energia rinnovabile bisogna creare un ambiente d’investimento interessante e sbloccare la finanza privata per il clima

AP/LaPresse

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

La ventottesima conferenza delle Parti (Cop28) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, Unfccc) è stata un momento cruciale per l’attuazione dell’Accordo di Parigi del 2015, con la finalizzazione del primo Global Stocktake, il bilancio mondiale degli impegni e delle azioni climatici. Si sono fatti progressi su diverse questioni, compresa l’operazionalizzazione del Loss and Damage Fund, il fondo a copertura di perdite e danni, e un accordo per triplicare la capacità di energia rinnovabile mondiale entro il 2030, per accelerare la riduzione graduale dell’energia generata da carbone non soggetto ad abbattimento del carbonio, per eliminare i combustibili fossili dai sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, e per eliminare gradualmente gli inefficienti sussidi ai combustibili fossili.

Questi obiettivi richiederanno un grande movimento di flussi finanziari, per un fabbisogno stimato nell’ordine delle migliaia di miliardi. Secondo l’International Energy Agency (Iea), se si vuole conseguire lo zero netto entro il 2050 bisogna investire circa cinquemila miliardi l’anno nella mitigazione climatica entro il 2030; circa duemila miliardi (il quaranta percento del totale) sono da investire nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo (Emde, Emerging Markets and Developing Economies): si tratta di passare, in questi paesi, dall’attuale 3 percento al 12 percento del totale degli investimenti.

Oggi circa due terzi delle emissioni mondiali di gas serra viene dai paesi emergenti e in via di sviluppo (gli Emde): ciò significa che se anche riuscissimo magicamente a ridurre le emissioni delle economie avanzate, per esempio negli Stati Uniti e in Europa, il problema non si risolverà finché non affronteremo la questione delle emissioni dei paesi Emde. Purtroppo, negli ultimi anni lo scenario macroeconomico dei paesi Emde si è fatto ancor più difficile. Dopo il Covid il livello del debito pubblico in rapporto al Pil è salito di molto, anche in alcuni paesi africani, e si è avuto un deterioramento delle prospettive fiscali. Inoltre, il costo dei finanziamenti esterni è molto alto, soprattutto nei paesi sub-investment grade, perché le banche centrali dei paesi sviluppati hanno aumentato i tassi d’interesse in modo aggressivo per riportare l’inflazione sotto controllo.

La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio ha quindi un bisogno disperato di capitali privati. Secondo il Global Financial Stability Report dell’International Monetary Fund (Imf, Fondo Monetario Internazionale) dell’ottobre 2023, attualmente nei paesi Emde gli investimenti per la mitigazione climatica sono costituiti in media per il quaranta percento da capitali privati: la quota del settore privato sul totale degli investimenti per il clima dovrà pertanto salire fino all’ottanta-novanta percento. Fatto importante, per aumentare il capitale privato i paesi Emde devono affrontare diverse barriere, alcune delle quali costituiscono la base per informative incentrate sulle necessità dei finanziatori e dei mercati finanziari.

Servono inoltre, raccomandazioni di policy, per incoraggiare e aumentare l’afflusso di capitali privati. La condivisione del rischio tra pubblico e privato è essenziale per attrarre investimenti climatici nei paesi Emde Strutture di finanziamento che consentano il pooling e la diversificazione e strumenti di credit enhancement che contribuiscano a ridurre il costo del capitale privato e ad attrarre un’ampia rosa di investitori istituzionali. Il mondo è sommerso dal debito ed è pertanto essenziale una maggior capacità di assorbimento della prima perdita, per esempio in forma di azioni o garanzie. A tal fine, un utilizzo esteso delle garanzie da parte delle banche multilaterali di sviluppo (Mdb, Multilateral Development Bank) e dei donatori potrebbe essere uno strumento efficace per ridurre i rischi reali e percepiti nei paesi Emde.

Per esempio, le strutture di blended finance, o di finanza mista, consentono al settore pubblico (banche multilaterali di sviluppo, governi e istituzioni di finanziamento allo sviluppo compresi), di migliorare il profilo rischio-rendimento delle opportunità d’investimento e di ampliare la rosa degli investitori privati, talvolta anche col sostegno di organizzazioni filantropiche. La blended finance non è la risposta definitiva al divario della finanza per il clima, ma tanti paesi la utilizzano e ha un ruolo di comprovata importanza nel dimostrare l’investibilità dei paesi Emde, contribuendo ad allineare gli obiettivi finanziari e di sostenibilità dei vari stakeholder. E qui la scalabilità è fondamentale, perché con la scalabilità arriva la standardizzazione, con la scalabilità arriva la liquidità, e standardizzazione e liquidità sono essenziali per attrarre i capitali mondiali.

Ancora, è fondamentale che le maggiori istituzioni finanziarie traducano i propri impegni in concrete azioni di finanziamento della transizione verde. Il Global Financial Stability Report dell’Imf per l’ottobre 2023 indica lo scarso impatto climatico degli impegni e delle politiche delle istituzioni finanziarie; in particolare, la valutazione delle politiche climatiche di trenta banche d’importanza sistemica (G-Sib, Global Systemically Important Bank) evidenzia la necessità di un allineamento più ambizioso con i traguardi per lo zero netto. I fondi d’investimento con impatto climatico costituiscono una quota davvero minima non solo dell’universo dei fondi d’investimento ma anche dell’universo Esg (Environmental, Social, Governance Ambiente, Sociale, Governance). Informative ed etichette per i fondi d’investimento sostenibile migliorerebbero la trasparenza del mercato, l’integrità e l’allineamento agli obiettivi climatici, aumentando l’impatto climatico.

In ultima analisi, la sfida è globale e può essere risolta solo attraverso la cooperazione internazionale a livello mondiale. Sostenuta dalla capacità di mobilitazione dell’Imf, la Resilience and Sustainability Facility (Rsf) può fare da catalizzatore unendo governi, banche multilaterali di sviluppo e settore privato per il finanziamento degli investimenti climatici. Sebbene di dimensioni modeste (circa quaranta miliardi di dollari) rispetto al fabbisogno mondiale di investimenti climatici, l’Rsf può contribuire a creare un ambiente abilitante capace di attrarre finanza privata per il clima.

I paesi membri possono scegliere di utilizzare parte dello spazio fiscale creato dall’Rsf per fornire agli investitori privati meccanismi di condivisione del rischio e di credit enhancement, secondo considerazioni di sostenibilità fiscale e di sostenibilità del debito. Unitamente ai tradizionali programmi dell’Imf, l’Rsf può inoltre contribuire ad affrontare le sfide macroeconomiche dei paesi membri, i quali a loro volta possono mobilitare le proprie risorse finanziarie interne. L’Imf può fornire strumenti per lo sviluppo delle capacità, necessario soprattutto nei paesi a basso reddito per far progredire le politiche climatiche, compresa la raccolta di dati climatici di alta qualità, affidabili e comparabili.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

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