Appuntamento nel suo quartiere, in una vietta chiusa al traffico ai limiti del ventesimo arrondissement di Parigi. Scambiamo un paio di battute, ravvivate da qualche raggio di sole. L’intervista di mezzogiorno si tramuta in un pranzo improvvisato al bistrot: hummus, accras, e uova sode alla maionese, uno degli antipasti simbolo della gastronomia francese. Victoria vive tra Lione e Parigi, non c’è da stupirsi che sia una buona forchetta. La connessione è stabilita. Ho l’impressione che sia un’amica che ritrovo dopo anni, in realtà è la prima volta che ci incontriamo. Che gli stomaci si aprano, e che la storia di Victoria Alexanyan abbia inizio.
Lei fa jazz, ma con una particolarità: lo arricchisce di melodie tradizionali armene, in un paesaggio acustico dove il suono diventa spazio di attraversamento tra culture e memorie. Basta ascoltare Vishap, la prima traccia del suo album d’esordio eponimo per rendersene conto: non è una semplice una questione di melodie. Densa, introspettiva, questa musica è frutto di una voce determinata. Quella di una trentenne cosciente della carica del messaggio che porta: «È a causa della società armena che sono partita. Volevo fare musica, ma a Yerevan era impossibile. Sentirmi bene, uscire la sera… non potevo perché sono una ragazza. Non avevo il diritto di portare jeans strappati, anche se andavano di moda. Il brano Vishap racconta proprio di tante donne che vivono in una società patriarcale, dentro di loro la vita si spegne poco a poco».

La sua è una risposta decisa a tutti quelli che hanno osato dirle: perché non fai una musica per tutti? Victoria non sopporta tali imposizioni commerciali. Con il sostegno di un padre che le ha “sempre dato le ali”, da cui ha ereditato il coraggio di lottare, approda in Francia nel 2018. «Ho sempre sognato di cantare. Da piccola salivo sul divano, inforcavo la spazzola per capelli a mo’ di microfono e cantavo per le mie bambole e peluche. Per strada con gli amici organizzavo concerti, era più forte di me, non potevo farne a meno. Un giorno mia sorella mi ha fatto sentire Non, je ne regrette rien. Ricordo di aver pensato: ma cos’è questa voce dalla potenza incredibile? Così sono diventata fan numero uno di Édith Piaf e ho iniziato ad ascoltare tanto Aznavour, che è armeno. Imparavo le loro canzoni a memoria, studiavo le traduzioni per capirne il significato, il mio obiettivo era cantare in francese».
A 18 anni si iscrive al conservatorio di Yerevan, bazzica nei club dove coglie il senso del vero jazz e se ne impregna: «Mi sono sempre sentita un po’ fuori posto rispetto ai miei compagni che praticavano il solfeggio fin da piccoli, io non avevo mai studiato musica prima». A Lione intraprende un secondo percorso formativo: «I due conservatori erano diversi. In Armenia ho apprezzato molto i corsi di musica tradizionale, sono dovuta arrivare in Francia per rendermene conto. Quando ero piccola mia nonna ascoltava moltissimo questo genere, io mi rifiutavo di cantare con lei. Sai, nel mio Paese siamo affascinati dall’Europa, dall’Occidente, vogliamo emularne gli usi ed i costumi, a volte fino a rinnegare la nostra identità. Come tanti altri, in passato sono stata portata a pensare che gli europei fossero più “cool”». In Francia, la rivelazione: «ho capito che la nostra è una ricchezza, l’ironia della sorte ha voluto che mi riconnettessi con quei ricordi musicali a migliaia di chilometri da casa. È arrivando qui che ho capito che è la musica che conta, non l’immagine. Ogni giorno penso: che meravigliosa idea trasferirmi qui!».

Quando compone, spesso Victoria ha già una tema in testa che poi elabora al pianoforte: «A volte parto da un’emozione: se sono triste, mi metto al piano e cerco una melodia». Imposta basi che sviluppa successivamente con armonie jazz e metriche più complesse; un lavoro di squadra meticoloso, a cui partecipano anche il pianista Vincent Forestier e Amin Al Aiedi, oudista franco-iraniano. «Oltre alla musica, desidero trasmettere qualcosa di profondamente radicato in me». Con i membri del gruppo incontrati al conservatorio di Lione, condivide una visione ritmica farcita di jazz modale e musica armena, dove si distinguono scritture calibrate, armonizzazione jazz e l’immancabile improvvisazione. Una ricetta che funziona e che le consente di portare avanti una battaglia contro il sistema, sforzandosi di vedere più in grande. Désordre Nouveau, secondo brano dell’album, affronta la rivolta contro le ingiustizie: in Armenia, in Palestina, la condizione delle donne, la guerra, la libertà, la storia di una generazione, la sua, che cresce e che vede gli abusi ripetersi. «Sono preoccupazioni che occupano tantissimo spazio nella mia testa. Voglio che risveglino qualcosa nelle persone quando ci ascoltano. Evocarli non è una questione di coraggio, è una responsabilità».
Al centro della riflessione c’è il limite geografico tra la Francia e l’Armenia, storico e interiore, esplorato non solo come vincolo imposto, ma anche come scelta e alternativa creativa. Victoria trasforma i confini in materia sonora, da accettare, sfidare e, perché no, reinventare. Un viaggio sonoro intenso, non sempre immediato, ma affascinante ed introspettivo proprio per le tematiche che affronta. «A volte penso che non ci siano limiti, che tutto sia possibile. È un approccio che può rivelarsi pericoloso. La vita ci insegna che bisogna imparare a riconoscere i propri limiti, pena la frustrazione. Il bello della musica è che non ce ne sono: si può sempre imparare, non mi annoierò mai esercitando questa professione». Detto, fatto. Sta preparando le prime registrazioni di un nuovo progetto folk scritto e cantato in inglese e francese per piano e chitarra. Personali, legate alla vita privata, queste composizioni inedite promettono un’immersione nella sua intimità. Non chiedetele il nome, per il momento è ancora dentro di lei.

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Vishap è il titolo del suo primo album, e significa drago. Richiama un mito armeno tanto affascinante quanto ambiguo. Victoria Alexanyan ne fa un canto mistico sospinto dai venti delle montagne armene. Una musica che si snoda in dieci tracce tra mistero e bagliori, attraversata da un’energia femminile e ribelle fatta di metriche complesse, improvvisazione e suggestioni modali intrecciate.
Ascolta la playlist Intérieur di Victoria Alexanyan per Linkiesta Etc
«Una playlist per immergersi dentro di sé. Per toccare zone profonde e spirituali. Per ribellarsi e poi ritrovare la calma. Un momento da regalare alla propria anima».