BetaniaVolevano diventare la “Balena rossa”. E invece?

Volevano diventare la “Balena rossa”, il grande partito di riforme e di governo capace di includere, di mediare, di accompagnare e guidare la società italiana verso un futuro di democrazia progress...

Volevano diventare la “Balena rossa”, il grande partito di riforme e di governo capace di includere, di mediare, di accompagnare e guidare la società italiana verso un futuro di democrazia progressiva. Ognuno poteva sognarsi come Kennedy proteso verso la nuova frontiera (ne aveva parlato anche Occhetto lanciando il percorso della Bolognina). A patto di far superare agli italiani il “fattore K”, l’alone inquietante del socialismo reale, dei carri armati su Praga, della sporca guerra in Afghanistan (quella sovietica).

Bisognava diventare liberali, magari liberal-democratici per i più permalosi della sinistra, abbracciare l’impresa e il mercato, la “flessibilità” per la produttività, (e guai a chiamarla precariato!), l’atlantismo e gli amici americani. Roba da far impallidire la scossa di Berlinguer quando aveva dichiarato a Scalfari di sentirsi più sicuro “sotto l’ombrello della Nato”.

Il mondo è cambiato vertiginosamente sotto i nostri occhi in questi anni, ma siamo usciti dalle macerie del muro di Berlino con il complesso di chi aveva applaudito alla posa della prima pietra. E senza una lettura critica e lucida di quello che stava succedendo, di come spostare in avanti quell’orizzonte incrociando le domande nuove di una società post-ideologica, in cui sembrava che l’unica ideologia pervasiva e antropologicamente strutturata fosse quella del consumismo identitario che nelle televisioni commerciali rispecchiava il proprio ordine simbolico.

Oggi, in Italia (per non parlare dell’Europa) come si legge la presenza e la funzione della sinistra politica? Cosa ha da dire e da proporre di fronte all’emergenza-lavoro come minaccia anticostituzionale, in un’economia che andrebbe ripensata e ricostruita (mentre i giovani industriali minacciano di “scatenarsi!”) sintonizzandola sulle nuove priorità globali dell’ambiente, del welfare dei diritti, della persona al centro, non come metafora dell’individualismo ma come nuova antropologia della dignità umana che sia capace di orientare il mercato; e non viceversa.

La sinistra di Palazzo, la sinistra monarchica del Quirinale, generatrice feconda di commissioni di saggi e di bicamerali che ragioneranno di riforme istituzionali ed elettorali, non riesce a pensare al “mondo nuovo” che potrebbe rilanciare le energie produttive e dare senso ai sacrifici di chi lavora, e dare respiro alla speranza di chi non lavora e non riesce a sognare più. E spesso nemmeno a pensare.Perché molti pensano ancora, e non solo a sinistra, che questo debba essere il compito della politica: non “riscaldare il cuore dei militanti tra le salsicce alle feste di partito”, ma sostenere e guidare un Paese che senza la politica da solo non ce la può fare.

Quando si coltiva una speranza si può affrontare qualunque sacrificio, anche nella bufera di conflitti aspri e di sfide impegnative. È quello che ha fatto la generazione dei nostri nonni e genitori, con la ricostruzione, risollevandosi dalle macerie della guerra e della dittatura con la forza e la dignità del lavoro. Ma dandosi una prospettiva, pensando ad un futuro da costruire, di cui essere responsabili. Questa responsabilità, questa etica della responsabilità, oggi si mostra appannata, appassita, esausta, nel profilo culturale e politico della sinistra italiana.

Se non può mai essere sufficiente sapersi soltanto opporre per cambiare la società, oggi, e da tempo, la sinistra ha smarrito anche questa energia antagonista rispetto a modelli di sviluppo dai quali non si riesce a distinguersi leggibilmente, così come tra destra e sinistra. Come se distinguersi confrontando visioni di sistema alternative non fosse legittimato nel “gioco politico” rispetto al quale il posizionamento quotidiano dei protagonisti della politica si definisce e si autodefinisce.

Invece della Balena rossa si profila all’orizzonte la zattera della Medusa, una sinistra alla deriva, autolesionista di governo, prova d’orchestra sullo spartito scritto da Berlusconi, e quotidianamente contrappuntato dal minuetto delle dichiarazioni-stampa. Non si sente il respiro morale profondo, rassicurante già in quanto tale, di una politica consapevole di esercitare una funzione “sacra” rispetto alle speranze e alle disperazioni di milioni di esseri umani soli al mondo nella società globale. E non c’è rete che tenga di fronte alla fame, all’abbandono, al buio delle prospettive di chi non è più nelle condizioni di pensarsi in un contesto sociale in cui vivere con dignità, esprimendo il proprio valore. Neppure se è giovane.
Ma una politica con questo respiro ha bisogno di una precondizione in chi la vive e la rappresenta: il disinteresse personale assoluto, monastico, (non per rendicontare le spese con gli scontrini), ma per avere la carica profetica di chi riesce a leggere la realtà e a raccontarla sotto la superficie della sua costruzione mediatica e soprattutto riesce a lavorare spostando in avanti, passo dopo passo, le condizioni dell’esistenza concreta e simbolica dei propri simili. Questa intelligenza socialmente responsabile può costare fatica e rischiare fallimenti. Ma ormai non sembra che questa Sinistra in Italia possa avere ancora qualcosa da rischiare e da perdere, se non la propria esistenza.