(Es)cogito, ergo sumSe questo è un uomo

    La barbarie nei confronti delle donne ha molte facce. Ci sono le violenze che lasciano il segno, quelle che raccontano di una brutalità primitiva fatta di pugni, calci, schiaffi e coltellate. ...

La barbarie nei confronti delle donne ha molte facce.

Ci sono le violenze che lasciano il segno, quelle che raccontano di una brutalità primitiva fatta di pugni, calci, schiaffi e coltellate. Poi c’è la crudeltà subdola, quella invisibile agli occhi, inanellata di umiliazioni, mortificazioni e offese, che graffiano l’anima e fanno altrettanto male.

Ieri, l’ennesimo, agghiacciante femminicidio avvenuto in provincia di Salerno, dove un uomo ha ucciso a coltellate l’ex moglie– madre di sua figlia- è la riprova che non bisogna mai stancarsi di urlare il dolore e lo sdegno per la violenza contro le donne. Il movente è sempre lo stesso: non accettare di essere lasciati e rifiutare l’idea che l’ex moglie si possa rifare una vita accanto ad un altro uomo.
Stavolta, oltre la ferocia con cui l’uomo ha vibrato le coltellate, con un accanimento tale da ferire anche lui, all’orrore si aggiunge altro orrore. Subito dopo l’assassinio, l’uomo, dal suo cellulare, ha scritto su Facebook questo post raccapricciante: “Sei morta t….a”. Tre parole con cui sigillava quel suo gesto ferino chiedendo l’applauso del mondo. E l’elogio di quella bestialità non è tardato ad arrivare, racchiuso dentro i 245 ‘like’ apposti in calce a quelle parole, fino a quando la pagina non è stata rimossa. Quella frase rivela tutta la lucidità che si cela dietro ad un cecchino che, dopo aver colpito a morte, se ne vanta col branco.

Questo episodio dimostra quanto il femminicidio– ogni femminicidio- pesi sulla cattiva coscienza di questo Paese più di quanto potremmo immaginare. Dietro ogni donna violata si nasconde ancora l’eco di quel delitto d’onore che ha macchiato il nostro Codice penale (art. 587) fino alla sua abrogazione, avvenuta soltanto il 5 agosto 1981. Il tessuto morale italiano per anni è stato intrecciato all’idea che l’uomo e la donna non avessero pari diritti, in base al presupposto che la virilità detenesse un potere occulto che rendeva i maschi superiori alle femmine. Su questa concezione, manifesta o inconscia, sono stati educati migliaia di uomini, spesso con l’avallo di madri incapaci di insegnare ai propri figli la tenerezza e il rispetto. Quello che spesso manca agli uomini, tranne rare e preziose eccezioni, è un’educazione sentimentale degna di questo nome.

La violenza non esplode all’improvviso, ma è un modo di interpretare il mondo. Non è un raptus né- tantomeno- amore.

Il rispetto e la tenerezza s’imparano fin da piccoli, insieme alla consapevolezza che essere affettuosi ed empatici nei confronti degli altri- delle donne soprattutto- non sminuisce affatto l’essenza di appartenere al genere maschile.

Non dovremmo mai stancarci di stigmatizzare la violenza nei confronti delle donne; mai assuefarci alle tante notizie di cronaca nera che parlano di donne violate nel corpo e nell’anima.

Fino a quando non capiremo che ognuna di queste storie ci riguarda pù da vicino di quanto pensiamo, saremo destinati a raccontare all’infinito storie di uomini che concepiscono l’amore come un sadico esercizio di superiorità e di possesso.

Fino ad allora ci sarà sempre qualcuno che esprimerà il suo disgustoso consenso a quelle tre, agghiaccianti, parole scritte su un social network.
 

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