Buona e mala politicaI contenuti del servizio pubblico tv costituivi del brand nazionale.

Giornata piena, il 16 gennaio a viale Mazzini, per parlare a porte aperte della prospettiva dell’offerta. Una RAI che va verso la chiusura del suo ciclo di gestione, con i vertici scelti a suo temp...

Giornata piena, il 16 gennaio a viale Mazzini, per parlare a porte aperte della prospettiva dell’offerta. Una RAI che va verso la chiusura del suo ciclo di gestione, con i vertici scelti a suo tempo dalle istituzioni in rappresentanza soprattutto delle garanzie per i conti aziendali, prova questa volta a fare rassemblement attorno ai contenuti. Con un buon potere di chiamata del mondo intellettuale e professionale (forse un po’ troppo limitato alla romanità), anche se con tiepido coinvolgimento del suo management interno, il secondo laboratorio convegnistico voluto da Anna Maria Tarantola come atto di orgoglio progettuale dell’azienda, nell’insieme può essere considerato un successo.

La collocazione del tema (i contenuti dell’offerta di servizio pubblico) è nella ridefinizione del profilo identitario e di missione della azienda che, secondo la presidente, è un “patto con i cittadini” (come ha segnalato Peppe Laterza, questa volta il target non è limitato agli “utenti“); ed è “servizio agli interessi del Paese“.  Cosa che nell’estetica del convegno ha avuto come declinazione il tema del rafforzamento del brand Italia e quindi del sistema Paese.

Gli ospiti delle tv europee presenti (francesi, inglesi, irlandesi) hanno dato prova di chiarezza circa la mission e soprattutto di passione professionale. Esempi forti. Tv pubbliche vive, insomma, con il loro baricentro identitario e di rappresentazione degli interessi nazionali. Mai come in questo momento gli operatori professionali “esterni ma connessi” (come li ha definiti il presidente dell’ANICA Riccardo Tozzi) chiedono esattamente la stessa cosa, consci del patrimonio che, pur con tutte le contaminazioni e le perdite subite, la RAI rappresenta.

Ogni soggetto dialoga sul proprio specifico segmento. Il mondo editoriale chiede a questa RAI più sinergia nell’informazione; quello cinematografico (per voce di Gabriele Salvatores e del presidente dei produttori tv Marco Follini) chiede più integrazione produttiva di film e fiction; quello universitario più sinergia educativa; Montezemolo (ora Alitalia) concentra la domanda sul sostegno al turismo, il segretario generale della CEI mons. Nunzio Galantino chiede rigenerazione valoriale fino a correggere l’invasione sui teleschermi di “liderini chiassosi e senza scrupoli“. Eccetera.  Ma il riconoscimento di ruolo è piuttosto diffuso. Tende ad arginare le molte critiche che riguardano da tempo la marginalizzazione dei contenuti culturali a fronte della crescita dell’ intrattenimento.

Luigi Gubitosi sorprende un po’ nelle conclusioni. Pur facendo molte cose, siamo stati deboli nella riflessione sui contenuti, dice. Ci siamo attardati a “raccontarci per reti e canali“, ma quel modello organizzativo è saltato ed è da rivedere. Ora conta il prodotto (e l’Italia è una miniera) e conta la crossmedialità  (e questo chiede un salto organizzativo, formativo e finanziario). Insomma la RAI riconosce che le strategie si devono fare appunto sul prodotto e non solo sui conti. Sapendo che “pensare prodotto” significa rimettere in calendario una riforma di pari portata a quella del 1975.

Di mezzo, come si sa, Governo e Parlamento devono esprimere opzioni sulla nuova governance. Il terreno di confronto potrebbe accomunarsi; ma potrebbe anche dissociarsi, anche se – in particolare dopo lo shock di Parigi – tutta Europa ricorda che nelle ore più drammatiche il punto di convergenza (lo ha detto lo scrittore Francesco Piccolo) è la vecchia tv generalista, dunque il caminetto di una irrinunciabile casa comune. Questa agenda prevede tuttavia alcune condizioni, non scontate nell’attuale contesto.  Che la politica allenti la morsa; che si definiscano strategie serie per riavvicinare i giovani all’utenza; che si guardi ai territori con piani di radicamento produttivo che rigenerino la necessaria rappresentazione del Paese; e che, nelle priorità di un periodo in cui l’uscita dalla crisi non è ancora dichiarata, si conceda alla RAI di avere una razionale politica di investimenti per cavalcare fino in fondo la rivoluzione tecnologica.

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