Buona e mala politicaAnarchia tra arte e storia

Una mostra a Mendrisio riapre il tema del sogno libertario.   Stefano Rolando   E’ stata inaugurata ieri sera al Museo d’Arte di Mendrisio – borgo ticinese di lunga storia, per alcuni secoli connes...

Una mostra a Mendrisio riapre il tema del sogno libertario.

Stefano Rolando

E’ stata inaugurata ieri sera al Museo d’Arte di Mendrisio – borgo ticinese di lunga storia, per alcuni secoli connesso al ducato di Milano – una singolare esposizione (d’arte, di grafica, di editoria politica e sociale, soprattutto di “clima”) dedicata all’anarchia “tra storia e arte” e intitolata al famoso testo che Pietro Gori – avvocato elbano che fu vicino a Turati, poi scegliendo dopo l’82 gli anarchici con i quali i socialisti rifomisti ruppero –  scrisse sulla note di un (tuttora anonimo)  valzerino,  “Addio Lugano bella”. Quella dolente storia degli anarchici che “banditi senza tregua /andrem di terra in terra/a predicar la pace e a bandir la guerra”.

Mostra singolare perché così ricche,  così documentate, così appassionate  è raro ormai vederne di esposizioni storico-filologiche attorno ad una “ideologia”. Ma non tanto singolare per quel territorio e, in generale, per la Svizzera che tra ‘800 e ‘900 ha ospitato esuli e fuoriusciti di mezza Europa e che un secolo dopo tira le conclusioni di tre conflitti epocali: quello degli Stati rispetto al sogno internazionalista; quello dei pacifisti contro i guerrafondai ; quello dei difensori dei poveri e degli sfruttati contro i padroni del vapore.

Si dirà che alla parola “anarchici” scattano tuttora associazioni invece bellicose: alle schioppettate e alla dinamite. Ed è vero anche che sfogliando l’elenco degli attentatori celebri i nomi degli italiani sono numerosi, da Passanante a Caserio, da Acciarito a Bresci, da Lucetti a Zamboni. Ma nella semplificazione della teoria prudhoniana e kropotkiniana i costruttori di pace e di armonia vengono dopo i distruttori dell’ordine tirannico imposto dal capitalismo considerato selvaggio e dagli stati chiamati liberticidi. Una teoria con accenti poetici che infiammarono infatti l’arte e la letteratura di mezza Europa (da Tolstoj a Curbet, da Pissarro a Signac, da Steinlen ai nostri Viani e Carrà). Ma che finirono accerchiati dalla condanna del marxismo “scientifico”, interpretato nel ‘900 dai sovietici; e naturalmente dall’ideologia del capitalismo in fase espansiva, Usa in testa. Gli anarchici pistole e dinamite in realtà trovarono presto il loro correttivo nell’anarco-sindacalismo che li riportò alla politica della rappresentanza e della rivendicazione non violenta. Ma la rottura con le nuove sinistre di massa del ‘900 ne limitò profondamente il perimetro di iniziativa.

Merito di questa esposizione – che si inquadra in un ampio ciclo di eventi dedicati a “Anarchia crocevia Ticino” e che ha un segmento anche italiano a Luino e a Lecco –  è di fare emergere attraverso l’arte (pittura, grafica, letteratura e poesia) un ben più ampio perimetro espressivo. Con al centro i grandi temi della cultura del perseguimento della giustizia sociale che ha come culla la Comune di Parigi in cui – come ricorda Simone Soldini, conservatore del Museo d’arte di Mendrisio e coordinatore del team scientifico che ha lavorato sulla mostra – gli anarchici ebbero ruolo insieme a rappresentanti di varie opzioni di quel brevissimo governo democratico-socialista della capitale francese dal 18 marzio al 28 maggio 1871.  E che tuttora passa come il prodromo della cultura libertaria europea. Un governo che fulmineamente, adottando per primo a proprio simbolo la bandiera rossa, eliminò l’esercito permanente, armò i cittadini, separò lo Stato dalla Chiesa, stabilì l’istruzione laica e gratuita, rese elettivi i magistrati, retribuì i funzionari pubblici e i membri del Consiglio della Comune con salari prossimi a quelli operai, favorì le associazioni dei lavoratori.

L’arte contro la guerra; l’arte a difesa dei poveri e dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti (minatori, mondine, falciatori, edili, eccetera); l’arte connessa alla protesta e allo sciopero sono il tessuto narrativo di una esposizione che ha molti pezzi di grande interesse, pochi  tuttavia di alto significato artistico (come lo è certamente il ritratto famoso del 1865  di Gustave Curbet di Pierre Joseph Proudhon, proveniente dal Museo d’Orsay, o come lo sono i lavori preparatori del “Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo).

L’interesse riaccende anche il dibattito aperto e non sviluppatosi realmente nell’estate del 1978 quando Bettino Craxi – con un suo testo dedicato a Proudhon, pubblicato dall’Espresso – aprì la questione dei riferimenti culturali della sinistra moderna in Occidente. Il PCI e larga parte della intellighentia di sinistra respinse l’analisi come pretestuosa. Come hanno ricordato Luciano Cafagna e Luciano Pellicani una decina di anni fa (Corriere della Sera, 5 ottobre 2006) “mentre in tutti i Paesi della Unione Europea la cultura riformista conquistava l’egemonia, la sinistra italiana rimase una anomalia che rendeva anomalo il funzionamento della nostra democrazia. Questa, fino al crollo del Muro di Berlino e della bancarotta planetaria del comunismo, continuò ad essere priva di una credibile – e rassicurante – alternativa di governo in quanto il Pci non ascoltò neanche la voce interna dei “miglioristi”, che, alla luce dei disastrosi risultati della Rivoluzione bolscevica, auspicavano un radicale ripensamento dell’idea socialista”.

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