Buona e mala politicaL’altra Heimat di Edgar Reitz. Solo oggi e domani nelle sale italiane.

Alla radice dell'identità' tedesca.  Oggi 31 marzo e domani 1 aprile nelle sale cinematografiche italiane Stefano Rolando   Trenta anni fa, da direttore generale dell’Istituto Luce, gestii l’arrivo...

Alla radice dell’identità’ tedesca. 

Oggi 31 marzo e domani 1 aprile nelle sale cinematografiche italiane

Stefano Rolando

Trenta anni fa, da direttore generale dell’Istituto Luce, gestii l’arrivo in Italia di Heimat 1 di Edgar Reitz, con un diritto antenna acquisito da Raitre ma con l’orgoglio di portare – anche se in modo sperimentale e quindi frammentario – quel monumento cinematografico (allora lungo più di dieci ore e, televisivamente, composto in 11 episodi) nelle sale. Operazione difficile ma “pubblica” per definizione.

In più connotata da una presa di contatto non solo commerciale con l’interno del mondo culturale tedesco capace di riflettere a fondo, e non solo sugli elementi stressati dai nodi drammatici del ‘900, sulla identità tedesca. Tema che è rimasto dominante anche oggi nella storia d’Europa.

Lasciai una pagina di diario di quella vicenda (e di un lungo colloquio a Venezia con lo stesso Reitz) nel “dossier” del mio Quarantotto, edito nel 2008 da Bompiani, alle pagine 277-279.

La nuova operazione del grande regista tedesco (Heimat 1 è del 1984, Heimat 2 è del 1992, Heimat 3 del 2004) costituita da un nuovo film intitolato “L’altra Heimat – Cronaca di un sogno”, collocato più indietro nel tempo, cioè nella Germania della metà dell’ottocento, mi riempie di curiosità e di attenzione. Il film è stato presentato nel 2013 alla Mostra di Venezia e solo oggi arriva al pubblico italiano.

Si ripete intanto lo sforzo coraggioso di proporre, anche qui in forma sperimentale, un rapporto tra questa opera e le sale cinematografiche. Che riguarderà soltanto due giorni, il 31 marzo e l’1 aprile. Sul sito NexoDigital la programmazione nelle sale italiane.

Ricordo la fatica e la testardaggine necessarie per ottenere al tempo varchi in un‘epoca in cui c’erano comunque molte più sale cinematografiche. E per questo vorrei dare qui almeno il mio contributo simbolico a promuovere l’opportunità di questi due imminenti giorni di proiezione.

Con più forza lo fa l’Espresso (n. 13, in edicola, pagine 84-85) in cui Edgar Reitz, che oggi ha 82 anni, racconta ad Alessandro Agostinelli questa impresa e sviluppa anche qualche approfondimento sul tema dell’identità. Con più sfumature della sua storica impostazione e forse anche con un approccio più letterario.

Dice: “Una identità non esiste, esiste solo nel ricordo o nella nostalgia. Così come portiamo in noi un’immagine dell’ignoto che rappresenta la felicità e può diventare una ragione di emigrazione, così al contrario esiste una visione della felicità che consiste nel ritorno a casa. Nonostante ambedue le visioni siano illusioni, rappresentano tuttavia una grande forza creativa”.

A Cristina Battocletti (Sole-24 ore, Stream 24) Reitz ha concesso una video-intervista (http://video.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Video/Notizie/Italia/2015/inter…) che offre anche interessanti frammenti di immagini.

“Siamo il portato di una evoluzione di moltissimi anni. Milioni di anni. Quello che suscita emozione a noi umani è un altro essere umano. Nessuna tecnologia modifica questo sentimento. Questo è al centro della mia narrazione”.

A me, nel 1984, Reitz  –  uno dei protagonisti del nuovo corso del cinema tedesco nei primi anni ’70,  direttore e fondatore con Alexander Kluge dell’Institut für Filmgtaltung di Ulm – spiegò che il cinema restava, anche verso la fine dell’ultimo secolo, “il maggiore strumento del nostro tempo  per creare una riflessione identitaria collettiva”;  e spiegò  come proprio il cinema tedesco aveva sbloccato negli anni ’70 alcuni vincoli paralizzanti del sentimento collettivo legato in Germania ai sensi di colpa. Da qui Heimat rappresentava “un bisogno maturo della società tedesca”.

Reitz – che ha conosciuto crisi e insuccessi – ha conquistato per coerenza stilistica e di ricerca e per sensibilità narrativa una reputazione di grande autorevolezza nel mondo del cinema. Va detto che l’appuntamento con il nuovo salto di queste trentennali riflessioni non riguarda solo i cinefili. Riguarda anche chi ha oggi a cuore le sorti del dibattito culturale, filosofico e civile dell’Europa rispetto alla trama profonda delle sue diversità identitarie, leggendo qui un approfondimento necessario per togliere superficialità e stereotipi al fragile dibattito sulle “convergenze identitarie” dell’Europa possibile.

Così che anche quel titolo (“Cronaca di un sogno”)  che questa nuova opera riferisce a una Germania povera e contadina che guardava al nuovo mondo – dunque all’America – per tentare la fortuna, ci ricorda che metà degli italiani tra il 1880 e il 1920 cercarono la loro speranza nell’emigrazione e che nel cosmopolitismo generato dagli europei  un secolo fa (italiani e tedeschi insieme, in forma assoluta rispetto a realtà come quella del Brasile, per esempio) stanno legami profondi che connettono storia e ruolo attuale di player mondiale che l’Europa, in nome di quella tradizione, può rilanciare.

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