Buona e mala politicaCantiere Milano. E il civismo dei civil servant?

Da Gobetti a Gramsci, da Pareto a Mosca, da Gentile a Croce, da Dorso a Nitti, da Rosselli a Bobbio, la teoria delle classi dirigenti ha avuto nel '900 italiano una articolazione interpretativa che...

Da Gobetti a Gramsci, da Pareto a Mosca, da Gentile a Croce, da Dorso a Nitti, da Rosselli a Bobbio, la teoria delle classi dirigenti ha avuto nel ‘900 italiano una articolazione interpretativa che è parte moderna dello studio sia delle dottrine politiche che della cultura dell’efficienza e della competitività degli Stati e dei territori. 

Eppure quando il cantiere del cambiamento è attivo si fatica a riconoscere un pensiero, una filosofia, attorno alla costruzione di una nuova classe dirigente. Tutto sembra un po’ casuale. Si adoperano magari vecchie idee. E vecchie abitudini. Come quella che prevedeva che fosse la politica la madre di tutte le classi dirigenti.

Già un pensiero ci viene nel momento stesso in cui vediamo lo stato di reputazione della politica e dei partiti che ne sono l’ espressione più nota. Il 3%, dice Ilvo Diamanti che con i suoi sondaggi annuali (Demos) inquieta non poco la nostra stessa idea di democrazia ( il Parlamento, inteso come luogo cornice del carattere plurale e dialettico di quella politica sta un po’ meglio in fatto di reputazione, ma non supera il 7%).

Così che ormai le burocrazie crescono orfane. I media producono continuità e discontinuità nelle “gerarchie” grazie al prevalere del principio che e’ solo la cattiva notizia a fare notizia. E il sistema degli interessi mette spesso la sua ipoteca lobbistica nella formazione di classi dirigenti così, in realtà, effimere. Si aggiunga che il ruolo un tempo considerato decisivo e strategico della formazione vede le istituzioni spesso sguarnite di un presidio intelligente e per gli enti locali purtroppo anche senza più i budget di una volta almeno per acquistare la copertura di bisogni formativi in modo razionale.

Difficile ormai fare una politica per generare classe dirigenti all’altezza dei cambiamenti prodotti e in larga parte dominati da moltissimi fattori esterni, non solo per fortuna solo subiti ma talvolta anche previsti, incoraggiati, accompagnati. Difficile ma necessario. Altrimenti gli ambiti di responsabilità e di decisione (gli esempi non mancano) si stringono attorno ai loro immediati sottoposti, costruiscono un effimero “potere” di gabinetto o di cerchio magico. E poi al momento dei cambi della guardia – essenziali comunque in democrazia – resta un pugno di mosche. Cioè il vuoto. E senza classi dirigenti quando si ricomincia si scopre che la memoria e’ tagliata, la tradizione non presidiata, l’ esperienza acquisita senza alcun valore cognitivo.

Scrivo questa annotazione in seguito ad un incontro – in se’ uno dei tanti incontri che avvengono nella Milano che sta discutendo il dopo-Pisapia – in cui un assessore della giunta in carica, Franco D’Alfonso, in compagnia di Daniela Benelli (parlante) e Lucia De Cesaris (silenziosa), avrebbe dovuto esserci anche Cristina Tajani, anziché riunire “i suoi” ha cercato di riunire quelli che ha chiamato espressione della classe dirigente della città. Aziende di servizio pubblico restituite al loro ruolo tecnico e non a quello di produttrici di occupazione clientelare (come e’ diffusamente in Italia), strutture intermedie di scopo, sistemi associativi orientati al sociale interessati alla sinergia con l’istituzione.

La proposta e’ di ascoltare i punti considerati qualificanti di un programma che miri a non disperdere idee e energie, magari trovando un modo di consolidare formativamente rapporti ancora un po’ volatili. Ed e’ una proposta che – trattenendo il respiro per la evidente complessità – cerca di immaginare il profilo, oggi ancora vaghissimo, della città metropolitana.

Tra la crisi dei partiti e la debolezza finanziaria delle amministrazioni, forse si è toccato un punto interessante per parlare di una nuova fase – o almeno di un diverso profilo – del “civismo”. Quello che può profilarsi tra volontà individuali e professionali di chi si sente “civil servant” e una amministrazione (con grande tradizione ma ora con fragile organizzazione) che cerca di preoccuparsi di un collante non solo elettorale.

Magari finisce tutto a tarallucci, ma, nell’inventario di ciò che serve a Milano per progettare meglio il suo nuovo ruolo competitivo, questo spunto merita di essere segnalato.

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