Buona e mala politicaMigranti: visita al riqualificato Centro di via Corelli all’Ortica in vista di nuove crucialità.

Milano, 11 marzo 2016. E’ per me imminente una missione a Gaziantep, importante città nel sud della Turchia vicina alla frontiera con la Siria, da cui sono giunti e finora accolti 400 mila profug...

Milano, 11 marzo 2016. E’ per me imminente una missione a Gaziantep, importante città nel sud della Turchia vicina alla frontiera con la Siria, da cui sono giunti e finora accolti 400 mila profughi siriani, per un incontro sostenuto dai governi italiano e turco e soprattutto voluto da una sindachessa decisa e reputata a guardare più in là dell’emergenza, la signora Fahtma Șahin già ministro della Famiglia e delle Politiche sociali della Turchia. L’incontro infatti è dedicato ai temi di medio periodo (lavoro, educazione, comunicazione e sistemi relazionali), temi decisivi per passare dal governo dell’emergenza al governo della normalità. Per questa ragione ho fatto visita a scopo di test al Centro di accoglienza emigrati e profughi di via Corelli a Milano – una città che dal 2013 ha gestito l’arrivo di 90 mila profughi siriani – e svolgo qui qualche riflessione a caldo su ciò che ho colto. Questa visita, compiuta con i miei studenti del Master in Comunicazione Pubblica in Iulm, è stata propiziata dagli assessori milanesi Marco Granelli e Pierfrancesco Majorino che integrano le loro competenze (Sicurezza e Assistenza) con un interessante controllo delle fasi emergenziali e con una importante riqualificazione degli ambienti dedicati.

La mediazione degli operatori civili

Il mio focus è su “comunicazione e sistemi relazionali” ma in una occasione di questo genere lo sguardo si posa su tutto. Il Centro di via Corelli ha una reputazione critica. Ex-CIE, era il luogo delle espulsioni. Con una struttura di origine militare e quindi con caratteri di campo ad alta vigilanza (grate, fari, muri, eccetera) e quindi temuto nel passaparola degli immigrati che invece si ritrovano in un ambiente con regole civili destinato ad essere decisivo per la loro vita. Cioè dedicato alle istruttorie “sincere” in cui – nel maremagnum di indefinibilità delle migrazioni (quasi tutti sedicenti, pochi documenti veri, spesso para-verità raccontate per assecondare il proprio piano e in più diffidenza creata dai passeur che li hanno trasportati e che per prima cosa insegnano a non fidarsi né delle polizie e né dei mediatori europei) – la mediazione di operatori civili (cioè italiani ma anche stranieri giunti con precedenti flussi migratori poi incanalati nel lavoro professionale del fronteggiamento e dell’assistenza) è decisiva per trasformare naufraghi con piani mitologici in un “preludio di cittadini” all’interno di un quadro di diritti-doveri in formazione che possono adattarsi e crescere nell’esito della loro tanto coraggiosa quanto improvvisata scelta di vita.

Nicola Skoff dirige il Centro di Via Corelli che è affidato ad una società francese che opera nel campo dell’organizzazione dei servizi ai migranti, con una esperienza precedente che risale ai primi campi organizzati dalla Croce Rossa. Bonariamente scafato o scaltramente ingenuo – la sua efficace narrazione ondeggia al riguardo – gestisce 326 ospiti in questa fase per lo più africani (ora il 10% in più della contenibilità) che, come nel grosso delle strutture cittadine, non hanno provocato nemmeno un graffio alla sensibilità dei milanesi. Da qui, come detto, è passata una valanga di siriani senza turbare il sonno della città. A lui rispondono mediatori culturali e linguistici il cui lavoro dovrebbe essere più conosciuto da coloro che, soprattutto nelle campagne elettorali, parlano di migrazioni e di sicurezza. Per questo ne scrivo.

Mandouk e Moustafà

Incontro i siriani Mandouk e Moustafà (rispettivamente da 45 e da 3 anni a Milano, prevenienti il primo da Aleppo e il secondo da Damasco). Professionisti sociali, con il cuore alla tragedia del loro paese, soprattutto ad Aleppo, città millenaria e bellissima, tappa cruciale delle migrazioni musulmane dal centro Europa alla Mecca, quasi interamente distrutta, con il suo storico Suk e la sua altrettanto storica Grande Moschea, simbolo della vittoria della dinastia islamica selgiuchide contro l’impero bizantino, eretta nel 7° secolo d.C., realtà polverizzate; ma con la testa ai casi umani, uno per uno, di chi deve in breve tempo superare lo shock; abbattere i propri stessi pregiudizi e a un certo punto anche i ben più insidiosi pregiudizi degli altri (dalle rivalità inter-etniche a ovvie diffidenze degli italiani); avere le informazioni necessarie per generare un micro-piano sensato per la propria vita; provvedere prima o poi a se’ e ai familiari e spesso affrontare anche condizioni precarie di salute. Se non ci fossero tanti vincoli burocratici, in questi campi ci sarebbe anche un po’ più di laboriosità. Anche minima, artigianale, come si va organizzando spesso persino in ambienti carcerari. Qui l’ordine dignitoso è garantito, ma in un clima ciondolante che prima o poi andrà rivisto. Potrebbe anche migliorare l’informazione (anche tecnologica) su tante cose che essi possono vedere e sapere nei giorni della loro permanenza (ora poche bacheche, ma ci sono anche le bacheche umane dei mediatori che sono piuttosto efficaci).

Micro-storie

Di strutture così a Milano ne funzionano attualmente altre cinque o sei, con diverse gestioni, laiche e cattoliche, italiane e internazionali. Un rapporto periodico di analisi sarebbe prezioso (e probabilmente già c’è in forme meno note). I media sono specchio frammentario di questa evoluzione, perché come si sa raramente protèsi a descrivere fisiologia e per lo più inclini a raccontare colore e dramma (proprio in questi giorni il Guardian dedica un ampio servizio all’occupazione abusiva degli immigrati delle case costruite a Torino per le Olimpiadi del 2006) e non vicende di normale povertà. Eppure in queste vicende ci sono molte micro-storie di qualche interesse. Per esempio apprendo in Via Corelli che la maggior parte degli ospiti ha diritto di circolare in città durante la giornate (con rientro tassativo entro le 22) e che dispone di 76 euro al mese come sussidio personale. Una piccola cifra, sulla quale proprio la struttura di gestione è riuscita ad operare un convincimento collettivo ad utilizzare 30 dei 76 euro per abbonarsi mensilmente all’ATM. Quasi tutti hanno considerato la cosa “conveniente” pur restando alla fine solo con un euro e mezzo al giorno per fabbisogni oltre a quelli primari assicurati dal Centro. Una preliminare educazione alla legalità.

Investire sulle infrastrutture professionali

I racconti degli immigrati fanno parte di una particolare regola di privacy. Ma queste storie cominciano a corrispondere alla nuova fase della domanda anche mediatica. Per cui, nelle forme possibili, accedervi ha un senso. Seguendo la responsabile valutazione di chi opera nelle nostre infrastrutture tecnico-professionali (“per garantire tutti, è bene comprendere che un’adeguata assistenza ha costi importanti”, dice Skoff) pare inevitabile che su queste infrastrutture si debba debba investire perché, osservando gli andamenti migratori globali e alcuni dati che trapelano nelle discussioni internazionali, il dato dello 0,4% medio rispetto alla popolazione residente in Europa (come ha ricordato l’ex ministro ed ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini ora consigliere del SG dell’ONU) che in Italia sfiora il 7%, è destinato, in entrambi i casi, a balzi in avanti. Prima o poi i blocchi creati tra Turchia e Grecia saranno bypassati dalla ripresa probabilmente del canale albanese-pugliese. Queste infrastrutture saranno decisive per limitare lo stressamento ideologico del fronteggiamento (e noi in Italia adesso abbiamo cento giorni di campagne elettorali nelle grandi città che surriscalderanno il tema) e soprattutto esse servono da realistico laboratorio per applicare nuove metodiche di adeguamento e, per i casi possibili, di integrazione operosa. Torneremo sull’argomento dopo la missione in Turchia.