GloβKentridge, Tronca annulla conferenza al Campidoglio

L’arrivo di William Kentridge a Roma sta prendendo la piega di una puntata di Montalbano, vi sono tutti gli ingredienti di un giallo.Da oggi parte la Kentridge Week, per dirla scherzosamente, non...

L’arrivo di William Kentridge a Roma sta prendendo la piega di una puntata di Montalbano, vi sono tutti gli ingredienti di un giallo.

Da oggi parte la Kentridge Week, per dirla scherzosamente, non c’è un’istituzione romana che non possa vantare un incontro pubblico con Kentridge: Palazzo Barberini, museo Maxxi, museo Macro, British School e Accademia di Belle Arti, tutti sintonizzati su un unico artista. Il resto dell’anno, la comunicazione e le programmazioni sono piuttosto low profile.

Il punto è che in questa fittissima agenda è saltato l’unico appuntamento ufficiale di Kentridge con la stampa: la conferenza stampa prevista al Campidoglio domani è stata tempestivamente annullata “su richiesta specifica del Commissario Tronca”, mi scrivono dall’ufficio stampa. Tronca riceverà Kentridge a porte chiuse.

Finora non è stata divulgata la scheda tecnica del progetto nei dettagli, cose che l’artista avrebbe rivelato, dicevano, solo alla conferenza stampa, per esempio – un dettaglio non da poco – la lista completa delle figure storiche riesumate da Kentridge su 500 metri di lungotevere, da Cicerone a Pasolini.

Quindi il progetto artistico di Kentridge sul Tevere si inaugurerà senza uno statement, senza l’iter completo che lo distingue ufficialmente da un imbrattamento.

In teoria, ciò che qualifica un’opera come arte è lungo e articolato, lo chiamiamo processo culturale. Culturale, non politico. L’opera d’arte è legittimata con un contesto di ricerca progressiva, obiettivi scientifici prestabiliti. Qual è il contesto culturale che giustifica Kentridge come artista di riferimento a Roma? Perché è Kentridge ad illustrare la Storia di Roma e non un altro artista, magari un artista italiano? E, domanda importante, chi sarà il prossimo artista dopo Kentridge ad usufruire degli stessi privilegi e della stessa visibilità nella capitale?

L’arte in Italia è forse diventata un varco che si apre e si chiude senza preavviso, secondo le convenienze del momento?

Basta guardare la programmazione culturale di Firenze e la nuova destinazione di Piazza della Signoria per capire cosa sta succedendo: dopo Koons nel 2015, sarà tra pochi giorni il turno di Jan Fabre ad essere immortalato fra Michelangelo e Donatello sull’Arengario di Palazzo Vecchio. Fabre è appena stato cacciato dai Greci dalla direzione del Festival di Atene per “colonialismo culturale” come riporta il Guardian, ma Firenze si appresta ad accoglierlo in pompa magna. Viva la coesione europea.

Ma qual è il salto di qualità da Koons a Fabre? Chi verrà dopo Kentridge? Passiamo da un artista ad un altro senza una continuità, senza quindi la possibilità di progredire, di coltivare un progresso culturale. A legittimare queste consacrazioni oggi non sono più perizie scientifiche ma nomine politiche.

Se gli artisti vengono direttamente nominati, se la loro arte viene annoverata a logiche politiche, è arte di Stato, ovvero l’arte scelta dal potere per rappresentarsi e celebrarsi. Quando il Partito Comunista era al governo, l’arte di Stato era guidata da Guttuso, durante il Fascismo da Sironi, ma era sempre affiancata dall’arte delle avanguardie. Oggi l’arte ufficiale italiana è diretta (come in tutti i paesi dell’Occidente) da una successione random di artisti interscambiabili, rigorosamente non italiani. Un sistema liquido, indefinibile, che rende precisamente impossibile accreditarsi come alternativa.

Raja El Fani

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