Buona e mala politicaIl malocchio e’ davvero il tratto distintivo di Napoli?

Le grandi città - in modo scientifico o garibaldino, progettuale o nostalgico, economico o sentimentale - affrontano, ormai con coinvolgimento della politica e della società, il tema del loro brand...

Le grandi città – in modo scientifico o garibaldino, progettuale o nostalgico, economico o sentimentale – affrontano, ormai con coinvolgimento della politica e della società, il tema del loro brand.
Non mi dilungo qui sulla complessità dell’approccio ( a cui ho dedicato qualche tempo fa il saggio ” Citytelling” edito da EGEA) ma colgo, nel panorama dei diversi e comunque interessanti approcci in corso in Italia e nel mondo, la notizia per certi versi più attesa, quella di un progetto di una delle città più palpitanti al mondo in ordine alla propria dinamica identitaria e alla conseguente complessa narrazione : Napoli.
Scrive oggi a pagina piena, nell’area della politica interna, il Corriere della Sera (Marco Demarco, “Un corno sul lungomare. Così l’identità di Napoli diventa solo una merce”, pagina 11) attorno al progetto del sindaco Luigi De Magistris di investire 1 milione di euro per costruire (progetto Italstage, l’azienda che ha curato il palco del megaconcerto di Vasco Rossi a Modena) un immenso “cuorniciello” rosso alto sessanta metri, illuminato e visibile anche da Capri. Il sindaco stesso chiosa la scelta: “il malocchio è un nostro tratto distintivo”.
Il Corriere dà notizia anche che Italia Nostra ha presentato una petizione al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini firmata da intellettuali contro questo monumento destinato a gareggiare con il Vesuvio per il primato della rappresentazione simbolica di Napoli. Finora dal Collegio Romano “fin de non recevoir” e al giornalista del Corriere non resta che registrare il senso politico dell’operazione: “Al sindaco va bene così: agli altri le elite, a lui il popolo”.
Già, perché si dà per scontato che il “popolo napoletano” darebbe il suo maggioritario sostegno a questo progetto di semplificazione simbolica dell’identità napoletana attorno alla scaramanzia, non solo contro gli jettatori ma soprattutto contro tutto ciò che il Destino frammette alla grandezza della Città e del suo solare popolo.

Proverei a non unirmi, in prima battuta, al coro degli indignati per la (evidente) rozzezza culturale del progetto, per registrare piuttosto anche l’evidenza del radicamento del cornetto rosso nel pantheon simbolico che vaga immaterialmente sul cielo di Napoli da qualche secolo. Così da giustificare almeno la presa in esame del noto manufatto che trabocca dalle bancarelle di San Gregorio Armeno.
E tuttavia la trasformazione del sentimento in una calata materiale e permanente nel decoro urbano di Napoli, con una montagna di ferro colorato destinato a confortare i paesani e a stupire i turisti apre un problema di metodo che vale per tutti e quindi anche per Napoli.
Il patrimonio simbolico storico guarda per sua natura indietro. Chi si vuole riferire alla figura del celebrato archeologo ma anche notissimo jettatore, Andrea De Jorio, che a fine ‘700 si recò in visita al sovrano re Ferdinando IV che schiatto’ – si, anziano, ma ancora in buona salute – proprio sul finire di quella visita. Chi va ancora più lontano e cioè alle pratiche popolari contro il malocchio che da immemore tempo trovano ricercatissimi “professionisti” di rituali uguali nella storia: «Aglie, fravaglie e fattura ca nun quaglie, ‘uocchie, maluocchie e frutticiell rind’ all’uocchie, corna, bicorna e la sfortuna nun ritorna, sciò sciò, ciucciuè».
Immaginare la costruzione del supermonumento simbolico di Napoli tutto all’interno del rapporto tra stereotipo e diceria della storia di Napoli, sarebbe come immaginare di raccordare oggi il quadro identitario dei milanesi (mentre la città affronta la sua sfida alla globalizzazione nel terzo millennio) alla nebbia che avvolge le lavandaie del Naviglio, i ladruncoli di Porta Cicca, i martinitt e i stellin e i venditori di castagnaccio davanti alle scuole. Abbiamo tutti il diritto alle nostre nostalgie, ma utilizzandole in una narrativa che le racconti come tali, non monumentalizzandone la simbolicità.
Il progetto di Napoli finirà poi per essere peggiorato dagli spazi sottostanti destinati a ogni forma di inverosimile commercializzazione di cornetti e affini.
Se Napoli – in condivisione tra politica, cultura e società ( imprese comprese) – vuole investire un milione di euro (soldi dei cittadini, si intende) su quello sguardo al passato sotto forma di “diceria strutturale” ( il niente che diventa il tutto), non saranno gli intellettuali di Italia Nostra a fermare il più grande monumento al populismo oggi immaginabile in Italia. La battaglia ( anche dei tanti intellettuali napoletani di oggi, insieme ai tanti spiritosissimi giovani e studenti di quella città) sarebbe, allora, quella di puntare a una narrazione grafico-creativa dell’immenso manufatto in una chiave dichiaratamente ironica e di dedicare i suoi ampi spazi alla base (e all’interno) della stessa costruzione a tutto ciò che di avveniristico, futuribile, intelligente, può essere immaginato e pensato attorno a ciò che una grande città del mondo, che ha conosciuto non solo l’ illuminismo ma anche le prime culture di industrializzazione avanzata in Italia, avrebbe il diritto di diventare.

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