6 Giugno Giu 2015 1845 06 giugno 2015

Non è la droga che crea la dipendenza dalla droga

Non è la droga che crea la dipendenza dalla droga

Droga

Cosa provoca la dipendenza dalle droghe? La risposta appare ovvia: la droga stessa. È la sostanza stupefacente a indurre l’organismo ad assuefarsi, imporre il bisogno di una nuova assunzione e poi, se la domanda non viene soddisfatta, reagire con scompensi biochimici (la sindrome da astinenza) dolorosi e invalidanti. Questa è una certezza, e ci sono fior di studi scientifici che lo dimostrano.

Ma c’è un dubbio. E se non fosse così? Cosa succede se a provocare la dipendenza non sia la droga stessa, ma qualcos’altro? Se lo è chiesto il giornalista inglese Johann Hari nel suo ultimo libro, Chasing the Scream: The First and Last Days of the War on Drugs, e ritiene di aver trovato anche una risposta. No, sostiene, non è la droga a provocare dipendenza. Tutt’altro. La verità, continua, è diversa e – per molti aspetti – impensabile.

Il libro racconta un’inchiesta durata tre anni e, come dice l’autore, oltre 30mila miglia. Come spesso accade, le conclusioni sono andate in una direzione diversa rispetto a quello che era il proposito iniziale. Hari voleva tracciare l’inizio di quella che definisce “la guerra alla droga”, cioè tutto l’insieme di politiche repressive e proibizioniste che hanno colpito il consumo di stupefacenti nel XX secolo. Oltre a verificarne l’efficacia – sulla questione il libro non ha dubbi: no, non sono efficaci – voleva anche capire quale fosse la mentalità su cui si sono basate le spinte proibizioniste. È arrivato, infine, a stabilire un nuovo paradigma attraverso cui guardare il fenomeno della droga e a riconsiderare la dipendenza.

Secondo Hari, l’archetipo della “guerra alle droghe” è Harry Anslinger, commissario del Federal Bureau of Narcotics dal 1930 al 1962, che ha impostato una linea rigidissima. Sotto la sua guida, la guerra è stata condotta sia contro “gli spacciatori di droga” che contro “i drogati” («sono in primo luogo criminali, e poi persone dipendenti dalla droga»). Tra le vittime degli agenti di Ansligner, e dei loro mezzi brutali, c’è la cantante nera Billie Holiday, che diventa, nel libro, l’archetipo della “drogata”.

«Le persone che prendono droghe lo fanno perché ne ricavano un bene. Non esiste una cosa come l’uso responsabile della droga, perché questo costituisce la norma, non l’eccezione»

Si accenna poi a come “la guerra alla droga” sia diventata, a causa della pressione Usa, un fenomeno globale. Negli anni ’30 il Messico «guardò ai vicini del nord che lanciavano la guerra alle droghe, e pensò che non avrebbe funzionato». Allora «scelse una strada diversa», seguendo le indicazioni di Leopoldo Salazar Viniegra, a capo del Dipartimento per le droghe e gli alcolici, decisero di mantenere legali le droghe e di fornirle attraverso una rete statale. «Mostrava agli Usa che esisteva un’alternativa migliore al proibizionismo» La cosa funzionò poco: Aslinger «cominciò a chiedere che venisse cacciato» e dopo una lunga pressione riuscì nel suo intento. Il Messico adottò le politiche proibizioniste Usa, lasciando che la mafia si impadronisse del controllo delle droghe.

Il quadro, insomma è chiaro: la guerra alle droghe non ha funzionato, non ha sradicato il problema e, al contrario, ha regalato un intero settore nelle mani della criminalità organizzata, che lo gestisce e lo controlla a livello planetario, dal cartello messicano alla baby gang urbana. La soppressione dello spaccio non colpisce lo spaccio, ma solo gli spacciatori, che dopo l’arresto vengono subito sostituiti (in seguito a violenze e regolamenti di conti tra concorrenti di bande rivali). Per cui, non viene nemmeno soppressa la violenza. Ma tutto questo è solo una parte del libro, la prima. È nella seconda, invece, dove Hari presenta la sua teoria.

«Per chi vuole cambiare la legislazione delle droghe ci sono due argomenti da presentare. Il primo è il più semplice». E sostiene, nella sostanza, «che tutti siamo d’accordo che le droghe siano un male, ma che la proibizione delle droghe sia peggio». Non risolve il problema, solo ne aggiunge altri (la criminalità, gli abusi) a uno di base, che è «il consumo stesso». Oppure, si sceglie una visione diversa, e piuttosto azzardata: cioè che «le persone che prendono droghe – e sono la stragrande maggioranza – lo fanno perché ne ricavano un bene (che può essere una serata divertente, una deadline rispettata, la possibilità di dormire bene)». Insomma, «non si stanno facendo del male. Perché “non esiste una cosa come l’uso responsabile della droga, perché questo costituisce la norma, non l’eccezione».

Per capire cosa questo significa, Hari affastella alcuni dati interessanti. In primo luogo, «solo il 10% di chi fa uso di droga ha problemi con la sostanza. Il 90%, cioè la schiacciante maggioranza, no». È un dato fornito dall’Ufficio per il controllo delle droghe dell’Onu. Poi, secondo un report dell’Oms (mai pubblicato, in realtà, ma solo rilasciato attraverso un leak) «l’uso sperimentale e occasionale [della cocaina] e di gran lunga il più comune. Quello compulsivo/disfunzionale è senza dubbio meno comune».

Il rapporto tra l’uomo e gli stupefacenti è una «reazione adattativa» al contesto

Si aggiunga una serie di fenomeni tratti dalla storia, dagli allucinogeni nelle Ande nel 2000 a. C., al rito dei misteri eleusini ad Atene, che consisteva in una sorta di rave religioso istituzionalizzato (tanto che quando il generale Alcibiade sottrae il funghetto allucinogeno dal tempio viene condannato per empietà), alle coltivazioni cinesi di oppio del 700 a. C. La questione è, per dirla con le parle del professor Andrew Weil, citato nel libro, che «l’ubiquià dell’uso di droghe [nella storia] è così notevole che deve rappresentare un appetito umano basilare». Per uso di droghe si intende anche un consumo moderato di alcol.

Queste osservazioni lo portano a formulare una lettura diversa del rapporto tra l’uomo e gli stupefacenti: è una «reazione adattativa» al contesto. L’uso di droghe, insomma, non è un «male in sé», ma lo è nel momento in cui si realizza la condizione di dipendenza. Quando, cioè, all’uso ricreativo, che viene addirittura considerato naturale (avviene anche in altre specie animali, sottolinea), si sostituisce un uso disfunzionale e tossico. E questo succede – si va per gradi – quando «si incrocia una sostanza potenzialmente addictive a una personalità suscettibile di sviluppare dipendenza». E quale personalità sarebbe più suscettibile di altre? Secondo Hari, che si rifà alle tesi di Gabor Maté, medico e inventore di un metodo di trattamento delle dipendenze non convenzionale, sono le persone che hanno subito traumi pesanti durante la propria infanzia.

L’ipotesi è controversa, e lo stesso Hari non la considera completa. Gli studi in questione presentano risultati non costanti. Prendendo comunque per buono il suggerimento, Hari prosegue: e perché le persone che hanno avuto problemi ricorrono alla droga? Anche qui, la risposta non è scientifica (almeno, non ci sono studi esaurienti al riguardo), ma solo intuitiva: perché la droga permette di attenuare un dolore che non si riesce a sopportare. Si tratta di un allargamento della prospettiva, che conduce a conclusioni impreviste. Ma che ridimensiona il ruolo attribuito alla droga, considerato una via di fuga dallo stress (in questo caso, uno stress provocato dal dolore).

Secondo uno studio condotto da uno psicologo canadese, Bruce Alexander, c’è un’altra variabile che spiega la dipendenza da droghe. L’esperimento è piuttosto noto e viene chiamato “Rat Park”, e mette in discussione altre ricerche sugli effetti delle droghe sul cervello, che dimostravano che un ratto, dopo aver assunto uno stupefacente, tornava ad assumerlo in modo continuo fino a disinteressarsi di ogni altra cosa. Nel suo esperimento Alexander crea due ambienti: il primo è il classico topo, in gabbia, a cui viene somministrata della morfina e cui viene lasciata, in un flacone, una quantità giornaliera. Il secondo, invece, è un «paradiso per topi», il Rat Park, provvisto di giochi, cibo, forme di svago e altri topi con cui intrattenere rapporti sociali e sessuali. Anche nel Rat Park c’è un flacone di morfina, anche questa somministrata ai topi.

Il risultato è eloquente: il topo, da solo, si attacca al flacone e lo esaurisce in poco tempo. Sviluppa una dipendenza da stupefacenti, disinteressandosi a ogni altra attività. I topi del Rat Park, dopo un etusiasmo iniziale, abbandonano il flacone. Alcuni ritornano, ogni tanto, ad assumerne piccole quantità. Altri nemmeno quello. In un ambiente “sociale” più ampio e interessante, il topo non prova alcun bisogno di “drogarsi”, conclude lo studio. Se invece rimane chiuso in gabbia, da solo, la droga risulta una via di fuga efficace. Si tratta, appunto, di un adattamento alle circostanze.

 «La dipendenza non sta in ciò che ingerisci o ti inietti. Ma nel dolore che c’è nella tua testa»

Un esperimento del genere, compiuto sugli esseri umani, esiste già. È la Guerra del Vietnam. Durante l’invasione, il 20% dei soldati Usa è diventato dipendente dall’eroina. Un dato incredibile, dal momento che voleva dire che c’erano più drogati in Vietnam che in tutti gli Usa. L’allarme era alto: cosa sarebbe successo al momento del ritorno a casa? Si temevano scenari apocalittici e, invece, non è successo nulla. Il 95%, in un anno, ha smesso. Del restante 5%, molti assumevano eroina anche prima di partire. La conclusione? Che il contesto cambia tutto: se “togli un uomo da una giungla pestilenziale, dove persone che non riesci a vedee cercano tutto il giorno di ucciderti per motivi che non capisci, vedrai che – sorpresa! – il suo bisogno di bucarsi scompare all’improvviso”.

Di fronte a questi fenomeni, Hari trae alcune conclusioni. La dipendenza non è una malattia, ma una risposta adattativa a una situazione di disagio. Può essere provocata da traumi antichi, cioè risalenti all’infanzia, o a situazioni di difficoltà presenti: «la dipendenza non sta in ciò che ingerisci o ti inietti. Ma nel dolore che c’è nella tua testa», e dal quale si cerca rimedio.

Ma quindi? Non esiste alcun effetto chimico? Certo che sì. La reazione è evidente, comprovata, innegabile. Così come lo sono i segni dell’astinenza. «Sarebbe assurdo affermare il contrario», ma «è difficile capire le percentuali: quanto è dovuto alla sostanza? E quanto a ciò che c’è intorno?». L’esempio dei cerotti di nicotina, che pure dovrebbero funzionare perché rilasciano nell’organismo la sostanza di cui sente il bisogno, è eloquente: chi li prende non smette di fumare. La «dipendenza fisica e la dipendenza tout court sono due cose da distinguere. Quando il corpo è attratto da una sostanza particolare e ne sente il bisogno, è un caso di dipendenza fisica. L’altra è uno stato psicologico […] che fa sì che ti convinca di non riuscire ad andare avanti senza». E questo spiega perché, anche quando i sintomi della dipendenza fisica sono esauriti, c’è sempre il rischio di una ricaduta. Sono le condizioni psicologiche di stress (secondo Hari, causato da dolore o disagio) che riattivano l’abitudine a cercare sollievo nelle droghe.

Nonostante sia una posizione difficile, il tentativo di Hari è interessante. L’obiettivo (evidente) del libro è una critica alle politiche proibizionistiche che hanno segnato il XX secolo: suggerisce di rivedere del tutto la concezione di chi assume droga, e i rimedi per farlo smettere. Arrivare a negare la dipendenza come proprietà intrinseca della sostanza – è indubbio – risponde a questa esigenza. Anche se il drogato non viene criminalizzato, ma curato, la proposta è di tener conto della situazione emotiva, sentimentale ed esistenziale che lo ha spinto a rivolgersi alle droghe come soluzione. Ed evitare di strapparlo a un contesto positivo, di stabilità, per obbligarlo a cure che non avranno effetto. Più o meno come avevano fatto con Billie Holiday, provocandone la fine.

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