ForzalavoroIn Italia sempre meno persone cercano lavoro

In un anno si contano 106mila inattivi in più, soprattutto tra donne e giovani. Un enorme buco che continua a crescere e che non si può ignorare. Celebrare i record occupazionali non basta. Iscriviti alla newsletter di Lidia Baratta

(Unsplash)

Un bicchiere d’acqua riempito a metà si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma non si può ignorare né l’acqua, né la parte che resta all’asciutto.

Il mercato del lavoro, che viene fuori dai dati Istat, è tutto questo: mezzo pieno e mezzo vuoto. Si può decidere di celebrare il numero più alto di occupati «da quando Giuseppe Garibaldi ha unificato l’Italia», come ha fatto la premier Giorgia Meloni, ignorando il resto. O si può decidere di capire perché c’è una grossa parte del mercato che è ferma, non funziona e si barcamena ancora tra i problemi di sempre.

Anche lo scorso agosto gli occupati sono cresciuti, toccando un nuovo record. Ed è quello che abbiamo letto nei titoli di (quasi) tutti i giornali. Ma se guardiamo l’intero “bicchiere”, non si può non vedere che in un anno ci sono 106mila inattivi in più. Un enorme buco che continua a crescere e che non si può ignorare.

Definizioni. Gli inattivi sono quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano. Al contrario dei disoccupati, che non hanno un lavoro, ma lo stanno cercando o cominceranno a lavorare a breve. Quando la disoccupazione scende, può accadere per due motivi: perché le persone hanno trovato un lavoro o perché hanno smesso di cercarlo, passando quindi tra gli inattivi. Chiamati anche “scoraggiati”, che non fanno parte della forza lavoro “attiva” del Paese.

Cosa dicono i dati. Gli ultimi dati dicono che il tasso di occupazione è al 62,3 per cento, il più alto da quando esistono le serie storiche, ma comunque il più basso d’Europa. Il tasso di disoccupazione è sceso al 6,2 per cento. Ma il tasso di inattività è salito al 33,4 per cento, al secondo posto in Europa.

Gli inattivi crescono ancora soprattutto tra i più giovani. In Italia si contano oltre tre milioni di Neet, i disoccupati under 29 che non studiano, non hanno un lavoro e hanno smesso di cercarlo. In un anno, tra gli under 35 gli inattivi in più sono 166mila, di cui 74mila tra i 25 e i 34 anni, cioè nella fase della vita in cui si entra nel mercato del lavoro dopo gli studi. A fronte di soli 59mila occupati in più.

Sappiamo che l’invecchiamento della popolazione sta incidendo sulla composizione del mercato. Ma anche al netto della componente demografica, l’Istat certifica che l’inattività cresce molto sotto i trentacinque anni, con un +2,9 per cento.

Altra questione è quella femminile. Le donne che in Italia lavorano sono il 53,5 per cento, anche questa percentuale record che resta però pur sempre la più bassa d’Europa. La disoccupazione femminile è ai minimi al 6,6 per cento. Ma il tasso di inattività è al 42,3 per cento. Sui 106mila inattivi in più in un anno, 92mila sono donne.

Come fa notare su X Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt, è vero che il tasso di disoccupazione femminile in Italia non è mai stato così basso. Ma è anche vero che tra aprile e agosto 2024 abbiamo avuto 120mila disoccupate in meno e 117mila inattive in più, a fronte di una crescita occupazionale di sole 50mila.

Eccolo il bicchiere intero del mercato del lavoro, diviso – o meglio polarizzato – tra chi trova una nuova occupazione (ci sarebbe da discutere anche sulla qualità, ma ne abbiamo già parlato tanto) e chi smette di cercarla.

Un mercato drogato. «Nessuna economia sviluppata ha un tasso così alto di inattivi», hanno scritto Alberto Brambilla e Claudio Negro sul Foglio. E molto, dicono, dipende anche dai meccanismi fiscali italiani che «incentivano a evitare il lavoro». Funziona così: «Meno redditi dichiari e maggiori sono le assistenze di Stato». In pratica, spiegano, per una famiglia con un Isee basso è sconveniente cercare un lavoro in più in casa perché dichiarandolo si perdono benefici anche di mille euro al mese circa. Quindi si rinuncia, e molto spesso farlo sono le donne. Secondo Assindatcolf, tra il 2018 e il 2023 la quota di donne che hanno scelto di non lavorare per motivi di carattere familiare è salita a oltre 2,6 milioni.

«Siamo arrivati al “tetto occupazionale” con potenziale riduzione nei versamenti contributivi e fiscali?», si chiedono Brambilla e Negro. «L’unica certezza è l’aumento del debito causato dalle decontribuzioni e agevolazioni che drogano un mercato che vivacchia senza investire e con scarsa produttività».

Insomma, il mercato del lavoro è una cosa complessa. La crescita non è uguale per tutti e i dati vanno visti sempre in prospettiva. E non basta celebrare i record e dire che va tutto bene. O introdurre agevolazioni alle assunzioni, magari per aziende che avrebbero comunque assunto. Così come non basta eliminare il reddito di cittadinanza e dire che le politiche attive e la formazione funzionano perché tutto funzioni. L’aumento degli inattivi è lì a ricordalo.

Il mercato del lavoro è una cosa complessa. Da maneggiare con cura.

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