A Roma, in via Panisperna, ci inventavamo il nucleare

C’è stato un periodo, negli anni Trenta, in cui l’Italia era all’avanguardia mondiale nella fisica nucleare. Poi vennero le leggi razziali e il gruppo di via Panisperna si disperse. Persino il Nobel a Enrico Fermi fu tenuto nascosto dal fascismo perché sua moglie era ebrea. E nessuno può dire cos...

Panisperna
11 Giugno Giu 2011 2230 11 giugno 2011 11 Giugno 2011 - 22:30

Di sicuro al nucleare non erano contrari, i ragazzi di via Panisperna, visto che se lo sono inventati. C’era un tempo in cui l’Italia costituiva la punta di diamante nello studio dell’atomo, ma poi quel patrimonio di cervelli è stato disperso a colpi di leggi razziali, di entrate in guerra; in sostanza, di stupidità umana. Qualcuno di quegli studiosi è finito in America, uno in Russia, un paio sono restati in Italia, uno addirittura è svanito nel nulla, anche se proprio pochi giorni fa i carabinieri del Ris dicono di aver individuato in una foto scattata in Argentina negli anni Cinquanta un volto compatibile con quello di Ettore Majorana, il fisico scomparso senza lasciare tracce il 25 marzo 1938.

Il gruppo viene messo assieme per merito di Orso Maria Corbino, già ministro e direttore dell’Istituto di Fisica di via Panisperna, a Roma. Suo fratello Epicarmo sarà un esponente di punta del Partito liberale alla Costituente e ministro del Tesoro con Alcide De Gasperi. Dal 1926 lui ed Enrico Fermi cercano di trasformare l’Istituto in un centro di ricerca all’avanguardia. Ci riescono. Attorno a loro si raccolgono alcuni giovani che faranno la storia della fisica: Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Emilio Segrè. Nel 1934 si aggiungono Bruno Pontecorvo e Oscar D’Agostino - un chimico - mentre Ettore Majorana si dedica soprattutto alla fisica teorica. All’inizio i ragazzi di via Panisperna compiono ricerche sulla spettroscopia, ma poi capiscono che bombardare varie sostanze con neutroni offre prospettive più promettenti e si danno alla fisica nucleare. Enrico Fermi tra il 1933 e il 1934 pubblica la teoria del decadimento beta che gli varrà il Nobel per la fisica e sarà alla base del suo lavoro, una volta emigrato negli Stati Uniti, con il “progetto Manhattan” che porterà alla realizzazione della bomba atomica. «Da lì deriva gran parte della moderna fisica nucleare della fissione, quel gruppo è tra i suoi protagonisti», sottolinea Piero Martin, docente di fisica all’Università di Padova, uno degli scienziati che segue il progetto del Cnr sull’energia nucleare da fusione. 

Il lavoro di ricerca in via Panisperna continua intensissimo fino al 1935, quando Rasetti va in America, Pontecorvo a Parigi e Segré si trasferisce a insegnare a Palermo. Fermi e Amaldi restano a Roma. Poi cambia tutto. Nel 1938 il regime fascista approva le leggi razziali e non tollera più la presenza in Italia di scienziati ebrei e apertamente antifascisti. Segré, ebreo, se ne va; Rasetti resta in America e Pontecorvo non torna da Parigi. Sarà proprio lui, nel 1950, a passare dall’altra parte della barricata e ad andare a lavorare in Unione Sovietica, all’Istituto nucleare di Dubna, vicino a Mosca, dove morirà nel 1993. Majorana, come detto, svanisce.

Sintomatica la storia di Enrico Fermi. Quando ottiene il Nobel, il regime cerca di far passare la cosa quasi inosservata, eppure è un Accademico d’Italia, la tronfia retorica mussoliniana dovrebbe celebrare l’illustre italiano. Invece il Corriere della Sera dell’11 novembre 1938 relega la notizia del conferimento del’onorificenza, avvenuto il giorno prima, a pagina 6, con un titoletto su una sola colonna: «Il premio Nobel per la fisica assegnato a Enrico Fermi». Il perché la notizia sia tenuta tanto sottotraccia si spiega leggendo il titolo di prima pagina, su otto colonne: «La legge per la difesa della razza approvata dal Consiglio dei ministri». Insomma, le leggi razziali vengono approvate lo stesso giorno in cui si annuncia il Nobel a Fermi. Sua moglie, Laura Capon, è ebrea e lui non ne fa mistero. Anzi, si dichiara fiero di essere sposato a un’israelita.
Quando Fermi e sua moglie prendono il treno per Stoccolma, dove lo scienziato ritirerà il premio, sanno già che non torneranno in Italia. Uno dei ragazzi di via Panisperna, Edoardo Amaldi (che nel dopoguerra sarà uno dei fondatori in Italia dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e a Ginevra del Cern) scrive nelle sue memorie, pubblicate postume: «Quella sera si chiudeva un periodo, brevissimo, della storia della cultura in Italia che avrebbe potuto estendersi e svilupparsi e forse avere un’influenza più ampia sull’ambiente universitario e, con il passare degli anni, magari anche sull’intero Paese. Il nostro piccolo mondo era sconvolto, anzi, quasi certamente distrutto, da forze e circostanze completamente estranee al nostro campo d’azione». 

Le cerimonia di consegna del premio, poi, costituisce un ulteriore schiaffo al regime: Enrico Fermi veste il frac, anziché la divisa da accademico d’Italia, e stringe la mano al re invece di fare il saluto fascista. Gli Stati Uniti gli fanno ponti d’oro e, dopo l’annuncio da parte dei tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann di aver ottenuto per primi la fissione dell’uranio, si dedica completamente a quello studio. Il 2 dicembre 1942 a Chicago comincia a funzionare il primo reattore nucleare a fissione della storia. Nel frattempo Fermi aderisce al “progetto Manhattan”, assieme a un americano di origine tedesca, Robert Oppenheimer, per l’utilizzo bellico dell’energia nucleare. Morirà per un cancro allo stomaco nel 1954.
Nessuno può dire cosa sarebbe accaduto se il regime fascista invece di cacciar via i figli migliori dell’Italia se li fosse tenuti stretti. Ma, per un paradosso della storia, una delle eredità dei ragazzi di via Panisperna, che hanno fornito un contributo essenziale al progresso scientifico mondiale, è quello di contribuire ancor oggi a nutrire le università straniere di linfa vitale. Osserva il professor Martin: «I componenti di quel gruppo sono i capostipiti della scuola di fisica moderna italiana, tuttora una delle migliori al mondo, nonostante tutti i problemi che ci sono. Il primo è che spesso i nostri migliori studenti se ne vanno».
 

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