La Terra continua a scaldarsi sempre di più, ma la nostra attenzione verso il cambiamento climatico non è mai stata così fredda. I dazi di Trump, le guerre di Trump e le altre imprevedibili conseguenze della presidenza Trump ci hanno distratto dalla vera minaccia per noi terrestri: la sopravvivenza della specie umana in un pianeta sempre meno ospitale, per colpa nostra. I numeri orribili e in peggioramento, ormai non ci fanno alcun effetto.
È inutile ricordare che gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati finora e che le emissioni globali di CO₂ nel 2024 hanno raggiunto 37,8 miliardi di tonnellate, il livello più alto di sempre. Né ha molto senso ribadire che il 2025 è stato l’anno in cui l’Antartide ha registrato il suo record di calore, l’Artico il secondo, e il ghiaccio marino globale ai Poli ha raggiunto in febbraio il livello più basso dall’inizio delle osservazioni satellitari. «Più alto», «Il peggiore», «Mai stato così». Possiamo usare tutti i comparativi e superlativi del mondo, ma il dato inquietante è uno solo: il crollo dell’attenzione.
Il cambiamento climatico non fa più notizia. Secondo il Media and Climate Change Observatory, nel 2025 la copertura mediatica sul cambiamento climatico è diminuita del quattordici per cento rispetto al 2024 e del trentotto per cento rispetto al picco registrato nel 2021. Quel picco aveva un volto, un tono di voce e un messaggio preciso: Greta Thunberg. L’adolescente svedese che scioperava il venerdì con il cartello davanti al parlamento di Stoccolma è stata il grimaldello narrativo perfetto per raccontare una crisi troppo vasta, lenta e complessa per stare da sola in prima pagina.
Dal 2018 al 2021, Thunberg ha dato un centro di gravità temporaneo al racconto climatico, ottenendo il privilegio di essere chiamata solo per nome, data la fama. La copertina del Time, i Fridays for Future, e le piazze piene di studenti, le invettive contro i leader mondiali, le ammissioni di colpa dei politici contriti. E soprattutto: l’illusione che una nuova generazione stesse costringendo la politica a pensare al Pianeta. Per almeno due anni si è parlato di clima anche perché si parlava di lei. I giornali avevano trovato un personaggio e, insieme al personaggio, una trama.
La giovane attivista che sfidava i potenti, l’Europa che applaudiva approvando il Green deal, il mondo adulto chiamato a rispondere della propria noncuranza. In quella fase la crisi climatica riusciva a entrare nel ciclo delle notizie perché si lasciava raccontare come un conflitto morale e generazionale. Non era ancora soltanto una sequenza di grafici, rapporti scientifici e proiezioni catastrofiche. Era una storia; oro colato nell’era di distrazione di massa. Poi quella storia è stata soppiantata da una conconcorrenza spietata di policrisi: guerra in Ucraina, Medio Oriente, inflazione, energia, dazi, migrazioni, elezioni, crisi della democrazia liberale, ritorno di Trump.
A poco a poco, Greta ha riacquisito il cognome nella narrazione mediatica e ha smesso di essere la mascotte morale dell’emergenza climatica. Nel 2023 non ha più saltato la scuola il venerdì perché si è diplomata ed è diventata una figura politica intera, divisiva, più difficile da incorporare nel racconto che l’aveva resa spendibile. Ha allargato il proprio campo d’azione legando il clima alla giustizia sociale, al capitalismo, al colonialismo, alla guerra. Ha insistito sul fatto che non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale, imbarcandosi sulla Freedom Flotilla per Gaza.
Sarebbe riduttivo attribuire tutto alla parabola di un simbolo. Il problema è più vasto e più strutturale. Il clima è uscito dal centro della scena non perché sia meno grave di prima, ma perché ogni nuova emergenza si è presentata come più urgente della precedente, più vicina e immediatamente traducibile in linguaggio politico. Il clima è rimasto sullo sfondo come la più grande di tutte le crisi permanenti, che, per definizione, fanno fatica a essere trattate come novità.
Il giornalismo, soprattutto quello generalista, vive di eccezioni. Ha bisogno di un inizio, di uno sviluppo, di un culmine. Ha bisogno di eventi che interrompano la continuità. Il cambiamento climatico è l’opposto di tutto questo. È un processo cumulativo, viscoso, disordinato, fatto di soglie che si superano lentamente e di conseguenze che non si lasciano mai ricondurre a una sola causa. Anche quando produce immagini spettacolari, incendi, alluvioni, tempeste, ondate di calore, tende a essere assorbito dentro il formato del disastro locale e non dentro quello della trasformazione sistemica.
In certi momenti la situazione ricorda in modo inquietante il film “Don’t Look Up”. Leonardo DiCaprio continua a ripetere che sta per cadere un meteorite mentre noi scrolliamo un reel dopo l’altro, alzando la testa solo per il momentaneo scandalo del giorno. Eppure i dati non hanno smesso di accumularsi. Negli ultimi tre anni la temperatura media globale ha superato la soglia simbolica di 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il limite che la diplomazia climatica ha indicato a Parigi nel 2015 come barriera per evitare i danni più gravi. I mari continuano ad assorbire la maggior parte dell’energia in eccesso prodotta dai gas serra, con effetti che si vedono nell’innalzamento del livello del mare, nelle tempeste più intense, nel collasso di ecosistemi marini come le barriere coralline.
Se avete superato in blocco questo paragrafo, non siete i soli. Ma come si può allora parlare di clima, quando il clima non è più una notizia? Uno studio pubblicato sulla rivista Climate (2025), basato su interviste con comunicatori climatici in Australia e Nuova Zelanda, ha quattro elementi ricorrenti nelle strategie considerate più efficaci: semplicità del messaggio, rilevanza locale, storytelling e indicazioni concrete su ciò che si può fare. Tradotto: le persone non chiedono di essere consolate o allarmate. Vogliono capire, collocare, collegare, vedere margini d’azione. Per farlo, serve prima di tutto sgombrare il campo dalla nebbia di mezze verità e narrazioni fuorvianti che continuano a confondere il dibattito pubblico.
Per questo il giornalismo ha il dovere di tornare alle basi e combattere con caparbietà una guerra antipatica, noiosa, e latente: l’ostruzionismo climatico. Un fenomeno leggermente diverso dal negazionismo. Oggi non si nega che il clima cambi; si contesta la rapidità della transizione, il costo delle politiche ambientali, la credibilità degli obiettivi net zero, l’utilità immediata delle rinnovabili, il peso regolatorio dell’Europa, la presunta ipocrisia delle élite verdi. È un modo efficace di depotenziare l’urgenza senza mettersi apertamente contro la scienza.
Ogni volta che si ripresenterà un problema singolare (nevicate, estati torride, alluvioni o maremoti), i media potranno ripetere alcune verità ormai elementari. Che il meteo non è il clima: una giornata fredda o un inverno nevoso non confutano una tendenza calcolata su decenni di osservazioni globali. Che il clima è sempre cambiato, sì, ma mai con la rapidità registrata negli ultimi due secoli, e soprattutto mai in concomitanza con una crescita così precisa e documentata delle emissioni di gas serra prodotte dall’attività umana. Che le emissioni antropiche superano di decine di volte quelle vulcaniche. E che il consenso scientifico sul ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale non è una fragile opinione accade mica, ma il risultato convergente di migliaia di studi pubblicati negli ultimi trent’anni.
A queste falsità strutturali se ne aggiungono altre, più politiche che scientifiche ma non meno influenti. L’idea che la transizione ecologica sia economicamente insostenibile ignora sistematicamente il costo dell’inazione: disastri climatici, perdita di produttività agricola, impatti sanitari e infrastrutture da ricostruire stanno già generando danni economici che superano di gran lunga quelli delle politiche di decarbonizzazione.
Ripetere tutto questo senza risultare pedante è la sfida di questo decennio. Quando una crisi diventa cronica e smette di fare notizia, il compito del giornalismo non è cercare sempre nuove metafore, ma tornare ostinatamente alle basi della realtà. Ancora, ancora e ancora.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.