Calabria, “i mosaici della Magna Grecia sono in rovina”

Gli unici fondi raccolti da una scuola

Scavi Kaulon
9 Agosto Ago 2013 1800 09 agosto 2013 9 Agosto 2013 - 18:00

Kaulon era una piccolissima città della Magna Grecia, schiacciata tra Locri e Crotone. L’antica cittadina, che si trova oggi nel comune di Monasterace, Reggio Calabria, da poco ha attirato l’attenzione degli esperti di tutto il mondo (non molto in Italia, tanto meno in Calabria) dopo il ritrovamento del più grande e articolato mosaico ellenico: un delfino e un drago, dai colori rosso, nero, verde, blu e arancio, che compongono il “pavimento” delle terme di Nannon, dal nome dell’architetto che le ha costruite. Sulla piccola collina affacciata sul mar Ionio, ogni giorno lavorano sotto il sole 20-25 persone tra archeologi, restauratori e studenti. Tutti volontari. Visto che qui, a parte l’investimento della Soprintendenza per il restauro del mosaico appena “affiorato”, di soldi per scavare non se ne vedono.  

 

 

Dopo il ritrovamento del mosaico del 23 luglio, la notizia ha fatto il giro delle principali agenzie di stampa. E anche il ministro dei Beni culturali e del turismo Massimo Bray ha dedicato un tweet entusiastico a quella che è stata già ribattezzata “La sala dei draghi e dei delfini”:

Nella marina di #Monasterace, dov'era l'antica Kaulonia, è stato scoperto il più grande mosaico ellenico della #MagnaGrecia

— Massimo Bray (@massimobray) July 24, 2013

Eppure, anche questo mosaico rischia di essere dimenticato, come già era accaduto lo scorso anno per un altro ritrovamento. «Non abbiamo nessun finanziamento», spiega dal campo Francesco Cuteri, che dal 1998 coordina gli scavi ogni santa estate, «gli unici soldi che ci sono arrivati sono i 3mila euro raccolti dai ragazzini della scuola media “Amerigo Vespucci” di Vibo Marina, che sono gli unici ad aver sovvenzionato la campagna, coprendo le spese di vitto di chi lavora qui. Quello che servono sono grandi contributi per affrontare una campagna di scavo più imponente».

Scavi

Nuovo Mosaico

Delfino

Il vento si fa sentire ogni giorno in questa parte di Calabria, dove nei giorni d’estate al sole si sfiorano anche i 40 gradi. Francesco e i suoi sono entusiasti. Sono le 11 del mattino e dalla terra è appena comparso un nuovo mosaico. Lui, che dopo 12 anni di insegnamento all’Università di Reggio Calabria ora fa il libero professionista, dal 7 luglio arriva su questa collina polverosa ogni mattina alle 5 e 30. «Perché dalle 8 e mezza in poi comincia a far caldo e i mosaici si rovinano al sole. Anche se stamattina sono venuti dei bambini a vedere il drago e per loro l’ho scoperto per un po’», dice sorridendo.

Francesco trascorre tra questa polvere, che conosce come le sue tasche, ogni giornata d’estate. Fin quando arriva il buio. Quest’anno ad affiancarlo, oltre agli studenti italiani, ci sono anche 12 studenti argentini dell’ateneo di Bahìa Blanca, città che ha avuto un console, Pierluigi Ferraro, proprio originario di Kaulonia. I “turni” di scavo durano due settimane, a ogni turno partecipano al massimo 25 persone. E ogni anno si fa il pienone delle prenotazioni.

La campagna di scavi a Kaulon, la cui direzione scientifica è affidata a Maria Teresa Iannelli, della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria, è cominciata nel 1998. «I campi di volontariato non sono ben visti dagli archeologi, che li interpretano come una sottrazione di lavoro. Noi non siamo qui per sfruttare nessuno. Lo diciamo nella locandina che quello che facciamo è volontariato, come si fa in altri settori», spiega Francesco. Già l’anno scorso gli scavi avevano portato alla scoperta di un mosaico raffigurante un drago, un rosone e sei riquadri con motivi floreali. Del mosaico, però, poi non si era preoccupato più nessuno. E Francesco e il suo team, per salvarlo dalle intemperie, avevano preferito ricoprirlo di nuovo della terra che sotto il sole avevano scavato per una intera estate.

Dai nuovi lavori di pulizia della sala termale della cosiddetta Casa Matta, ora sono emersi anche un piccolo delfino, un nuovo drago e un altro grande delfino che fronteggia il drago scoperto lo scorso anno. «È come se ci trovassimo in una sala con tanti tappeti, solo che in questo caso il materiale usato è la pietra», racconta l’archeologo. Una sala che, però, se non si va oltre gli annunci e i tweet entusiastici, rischia di essere nuovamente interrata. Sotto quel velo di noncuranza e indifferenza, come il fango che copre ancora il vicino parco archeologico di Sibari. «In questo momento i mosaici sono tutti scoperti», dice Francesco, «poi dovrò ricoprirli per conservarli al meglio. Per ora è così». Francesco CuteriFrancesco Cuteri

«Quella che stiamo scavando è la città ellenistica costruita dopo l’arrivo dei siracusani», spiega. «La sala termale era un punto di benessere del corpo e i pavimenti mosaicati rappresentano il benessere dell’anima. Il drago è un elemento apotropaico, che dice che il male in quella sala non può entrare. Accanto c’è il delfino, simbolo della salvezza. I pirati che si tuffano in mare vengono trasformati da Dioniso in delfini, che quindi sono portatori di salvezza». È un «messaggio forte, che ci spiega come i greci riconoscessero in ogni elemento la sacralità del mondo. Le persone amavano quello che avevano intorno. Cosa che dovremmo riprendere a fare anche noi». Kaulon, nonostante le sue piccole dimensioni, fu la prima città insieme a Sibari a coniare monete d’argento, grazie allo sfruttamento dei giacimenti minerari di Stilo. Era al centro del mondo di allora, la piccola città, mentre oggi Monasterace «è una città periferica», dice Cuteri. Nota alle cronache per l’ormai ex sindaca antimafia Maria Carmela Lanzetta.

E anche i fasti degli antichi greci sono solo un ricordo in tutta la Calabria. Dove, come ha scritto Il Corriere della Calabria, la Magna Grecia non è certo un sistema attrattivo di turismo culturale ma può tutt’al più dare il nome agli «eventi» teatrali e cinematografici con i quali grandi politici e comparse locali riempiono conferenze, comunicati stampa esultanti (vedi la presentazione della app dei beni culturali della Locride) e convegni. Il tutto, mentre i Bronzi di Riace continuano a fare da testimonial per gli spot in tv pur essendo in quarantena in posizione orizzontale nel palazzo della regione, e gli scavi archeologici di Sibari vengono dimenticati sotto un velo spesso di fango a più di sei mesi dall’esondazione del fiume Crati. «Abbiamo il festival della Magna Grecia di cinema e teatro», dice Francesco, «mentre la Magna Grecia si sta disintegrando». Eppure questi ritrovamenti, ribadisce più volte l’archeologo, «sono il riconoscimento della capacità che hanno gli uomini di questa terra di costruire e fare bene le cose». 

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Twitter@lidiabaratta

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