Novecento a pezzi

Goodbye Freud, la psicologia abbandona il Novecento

Dopo la scuola del sospetto di Marx, Freud e Darwin, è l’ora di sospettare anche di costoro. Si tratta di prendere atto che oggi nessuno crede più nel potere taumaturgico del conoscere: sapere, rendere cosciente ciò che prima era ignoto e perfino inconscio, incide poco sui fatti

Sigmund Freud Auto Seppia

Sigmund Freud (elaborazione su foto AFP/Getty Images)

9 Gennaio Gen 2016 1830 09 gennaio 2016 9 Gennaio 2016 - 18:30
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Osservatorio Non Food 2015

I tempi cambiano, rapidamente. Anche nel campo della psicoterapia. Per qualche anno abbiamo sentito parlare molto di mindfulness, e forse abbiamo già scavalcato la cresta di quell’ondata di meditazione arrivata dall’oriente. Eppure, malgrado la possibile risacca degli esercizi di consapevolezza mentale, diventa sempre più condivisa e seguita una direzione ben precisa, una strategia di evoluzione della psicoterapia che, man mano che lievita, dimostra un interesse sempre più scarso e decrescente per l’esplorazione interiore, per lo scavo teso alla conoscenza del cosiddetto profondo.

Insomma, si è persa fiducia nel potere taumaturgico della conoscenza. L’atto del conoscere, del sapere come è fatta una cosa, è considerato meno curativo e meno capace di mutare l’ordine delle cose per sola virtù propria. È un secolo sempre più incredulo: dopo che il suo predecessore, il ‘900, aveva voltato le spalle alle grandi teologie in nome della conoscenza critica, questo nuovo tempo dissacra anche la conoscenza stessa, svalutandola a gioco intellettualistico. Non basta sapere per cambiare. E perché mai un processo dovrebbe mettersi in moto dopo che la mente umana l’abbia conosciuto? Dopo la scuola del sospetto di Marx, Freud e Darwin, è l’ora di sospettare anche di costoro. Per la verità si sospetta più Marx e Freud (e più Marx di Freud), mentre Darwin appare inattaccabile. In fondo quest’ultimo aveva ben poco a che fare con gli altri due, un britannico contro due mitteleuropei. I quali, con tutto il loro illuminismo, avevano cercato di rivelare un’essenza, una metafisica sia pure materialistica del mondo. Quanto do più lontano dal pragmatismo del “basta che funzioni” anglo-americano. Cercavano una spiegazione definitiva che potesse cambiare il mondo una volta che si fosse rivelata alla mente umana. Mentre Darwin si limitò a descrivere un modello, sia pure di grande respiro. Darwin descrisse delle funzioni, non cercò delle essenze.

È un secolo sempre più incredulo: dopo che il suo predecessore, il ‘900, aveva voltato le spalle alle grandi teologie in nome della conoscenza critica, questo nuovo tempo dissacra anche la conoscenza stessa, svalutandola a gioco intellettualistico

Non si tratta si fare il solito Freud-bashing, di tirare le usuali randellate a Freud. Si tratta di prendere atto che oggi nessuno crede più nel potere taumaturgico del conoscere. Sapere, rendere cosciente ciò che prima era ignoto e perfino inconscio, incide poco sui fatti, o comunque molto meno di quel che si pensi. Sapere che la nostra vulnerabilità di oggi dipende da relazioni familiari difficili di ieri è solo un passetto verso il cambiamento. Nel ‘900 capire la psiche poteva sembrare una grande innovazione, e lo fu. Solo che era solo il primo passo e non portava automaticamente a risultati tangibili. In seguito la psicoterapia ha tardato a sviluppare modelli operativi facilmente descrivibili e di chiara efficacia. Sembra quasi che ci si sia divertiti a diminuire l’efficienza della psicoterapia per un bel po’ di anni, almeno fino agli anni ’50 e ’60. E tutto in nome dello scavo interiore infinito e alla lunga mortificante. Si è arrivati al limite di cinque sedute a settimana per anni, laddove Freud faceva terapie di pochi mesi.

Non si tratta si fare il solito Freud-bashing, di tirare le usuali randellate a Freud. Si tratta di prendere atto che oggi nessuno crede più nel potere taumaturgico del conoscere

Il nocciolo è che al volgere del millennio si è capito che le soluzioni stanno in un altrove rispetto all’esplorazione e alla comprensione. Capire le cose può essere importante, ma occorre farlo solo un po’, in economia. E poi, per trovare una soluzione pratica a ciò che non va si deve volgere il capo altrove. Questo è davvero un pezzo di ‘900 che muore. Se c’è stato un secolo convinto che tutto si risolvesse nel capire, questo è stato il ’900. Eppure anche in esso c’era il pensiero pragmatico, specialmente nei Paesi di lingua inglese. Ma era un pensiero tra i pensieri, sommerso nell’ermeneutica della comprensione continentale.

La svolta è stata doppia. Dapprima il crollo definitivo della cultura europea alla fine del ‘900, quando sono spariti gli ultimi dinosauri che ancor credevano che il francese fosse una lingua internazionale come l’inglese. Con essi è sparita l’ultima generazione di filosofi francesi, ovvero europei, di statura mondiale e da allora la cultura l’hanno fatta solo i Paesi anglosassoni. Puntando non su Marx e Freud, idoli da studenti (specialmente il primo), ma su prodotti popolari e industriali di grande impatto, cinema in prima linea.

La psicoterapia ha tardato a sviluppare modelli operativi facilmente descrivibili e di chiara efficacia. E tutto in nome dello scavo interiore infinito e alla lunga mortificante. Si è arrivati al limite di cinque sedute a settimana per anni, laddove Freud faceva terapie di pochi mesi

E infine l’ultima botta è stata proprio l’emergere del pensiero orientale. Il quale, a onta delle supposte differenze, ha rivelato una insospettata affinità con il pragmatismo anglo-sassone. Non è un mistero che il pensiero cinese sia del tutto allergico alle speculazioni sistematiche e metafisiche di stampo europeo. Confucio era un maestro di morale pratica, insomma un civilizzatore che insegnava le buone maniere al popolo. Ed è poi con il Buddha che si ha il matrimonio tra psicologia e pragmatismo anglo-sassone e orientale. Matrimonio forse d’amore che trasforma la psicoterapia rendendola una pratica meditativa in cui ci si addestra a governare la mente in maniera distaccata svalutando il momento della comprensione. È nato una sorta di paradigma anglo-indiano, o anglo-tibetano, che ripudia definitivamente la passione europea per il speculazione intellettualistica a rischio di essere sempre fine a se stessa. Per questo la mindfulness, malgrado alcuni suoi limiti, rimane l’esempio culturale più vivo di questo cambiamento di stato. In psicoterapia questo movimento corrisponde all’emergere delle terapie di processo, terapie in cui oltre a capire cosa è accaduto ci si dedica molto ad esercitarsi, esercitarsi a cambiare attitudini e abitudini mentali.

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