«Dovete fallire!»: le memorie amare di un’ex hostess di Alitalia

La testimonianza di un'ex dipendente della compagnia aerea, che racconta di regole ben precise, turni inumani all’alba e straordinari oltre la mezzanotte, pressioni su pressioni, continui cambi di procedure e piedi deformati

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FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images

30 Aprile Apr 2017 0722 30 aprile 2017 30 Aprile 2017 - 07:22

“Dovete fallire!” me lo sono sentita ripetere diverse volte nel mio breve, ma intenso, periodo di vita in Alitalia. Occhi fuori dalle orbite e dalla bocca dei passeggeri usciva questa frase sentenziata come una maledizione, per proseguire simile ad un riverbero nella mia testa. Sono stata hostess di terra a tempo determinato nel 2016 (9 mesi di contratto part time) e a queste provocazioni reagivo con un bel respiro e un fintissimo sorriso, mettendo in bella mostra il rossetto rosso, gentilmente offerto dallo sponsor ufficiale del make-up Alitalia, gestione araba.

Da quando Etihad era entrata in Alitalia con il 49% del capitale, aveva imposto delle regole precise. Sorridere era una di queste. Il rossetto rosso obbligatorio, era un’altra. Play your part un’altra ancora. Vale a dire, grazie al tuo lavoro, al tuo sforzo giornaliero quest’azienda che perde circa 1 milione di euro al giorno, potrebbe non fallire. E allora ci credi e oltre quel rossetto rosso, stringi i denti e lavori al meglio delle tue possibilità. Anche quando vedi peggiorare drasticamente le condizioni di lavoro, mese dopo mese.

Era il febbraio del non-lontano 2016, gli arabi erano appena sbarcati a Fiumicino, e ben presto avevano avviato corsi di formazione per centinaia di nuovi addetti di scalo. Le prospettive che venivano illustrate ai colloqui di lavoro erano dorate, e profumavano di dollari e petrolio. Si parlava in inglese di nuove rotte, nuovi aerei, nuove lounge e perché no? Prospettive di carriera fulminante, e corsi di aggiornamento direttamente nella sede centrale di Etihad ad Abu Dhabi, hotel e viaggio in prima classe compresi. Luxury, emiri, dollari e champagne. Allora Play your part! E tornata sui banchi di scuola, imparo un sistema complicatissimo per gestire le procedure di check-in e d’imbarco; e quando dopo pochi mesi, gli arabi decidono di cambiarlo, investendo soldi e risorse per uno molto più semplice, lo imparo in fretta, perché ad Abu Dhabi si decide tutto. A giugno 2016 impongono di cambiare le divise: quella vecchia blu e verde resta a malincuore nell’armadio, per essere sostituita da calze colorate, scarpe scomodissime, vestiti di lana e cappellini di feltro (con la caratteristica forma in memoria delle Cinque Terre). Sembriamo dei folletti, ma gli arabi dettano lo stile. Anche in questo caso investono moltissimo, presentazione scintillante, risonanza su tutti i media.

Turni inumani all’alba e straordinari oltre la mezzanotte, pressioni su pressioni, continui cambi di procedure e piedi deformati. Se un aereo parte in ritardo c’è il maledetto 15, il codice che in gergo segnala che il ritardo è stato causato dal personale di terra. Apriti cielo: scattano segnalazioni, rapporti, spiegazioni ai capoufficio, incubi notturni, gastrite

Ettore Bilotta firma la collezione e crea la figura dello “steward-invitato di matrimoni”, togliendo ai colleghi uomini quel carisma della divisa, che da sempre miete vittime nei cuori delle donne. Vedo colleghi cinquantenni in lacrime il primo giorno della nuova divisa. “Dovete Fallire!” continua ad essermi urlato in faccia da uno sconosciuto qualsiasi, mentre corro per andare al bagno o cerco un nascondiglio per mangiare una banana. Ai corsi ci sono giovani dagli occhi colmi di speranza nella compagnia di bandiera, ed ex dipendenti licenziati e forse riassunti, disillusi e rassegnati, de-mansionati e de-motivati.

Turni inumani all’alba e straordinari oltre la mezzanotte, pressioni su pressioni, continui cambi di procedure e piedi deformati. Se un aereo parte in ritardo c’è il maledetto 15, il codice che in gergo segnala che il ritardo è stato causato dal personale di terra. Apriti cielo: scattano segnalazioni, rapporti, spiegazioni ai capoufficio, incubi notturni, gastrite. Magari il ritardo è dovuto al passeggero (pardon ospite - con gli arabi i passeggeri sono diventati guests) che immerso nello shopping non ha guardato l’orologio. Ma, poco importa. “Dovete fallire!” a bruciapelo, mentre sono al check-in e informo un ospite che non si possono portare 15kg di bagaglio a mano in cabina. Per meno di mille euro, si lavorano 60 mesi e poi si resta a casa, mai più richiamati. Colleghi con 7 anni di esperienza, competenze e professionalità di alto livello. I migliori del mondo, così dicono. Malagestione, così si dice alzando le spalle. “Non è solo colpa degli arabi”, afferma chi da tanti anni lavora in azienda e ha visto avvicendarsi diverse amministrazioni, manager patinati e vane speranze tradite, in un caos che dura da quasi vent’anni. Sono quelli che hanno visto Alitalia fallire e poi rinascere. Fallire e poi rinascere. “Dovete Fallire!”, sempre e comunque. Chi è ancora in servizio oggi su Facebook oltre alla foto propria con la vecchia divisa e l’hashtag #insieme #alitalia #orgoglio, scrive “Bisogna sacrificare un pezzo di montagna per poterne salvare il resto”. Senza dubbio questa volta Maometto è andato alla montagna, ma la montagna era solo un miraggio nel deserto.

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