Il nostro nemico non è l'Islam, è il nichilismo

Lo sostiene da anni Olivier Roy, esperto di geopolitica mediorientale e di Islam di cui Feltrinelli ha appena tradotto in italiano Generazione Isis. La sua tesi? Non è l'islam che si sta radicalizzando, è il nichilismo che si sta islamizzando

Jihad
10 Giugno Giu 2017 0830 10 giugno 2017 10 Giugno 2017 - 08:30

Nelle ultime due settimane qualcosa è cambiato in molti di noi. Dopo l'ennesima strage di civili a Manchester, dopo l'attacco di Londra e dopo il ferimento dei poliziotti di Parigi di fronte a Notre Dame, in molti di noi si è fatta strada per la prima volta una paura vera, tangibile e irrefrenabile. Il primo risultato, almeno qui in Italia, è stata una strage sfiorata per tanto così. È successo a Torino, durante le fasi finali della partita tra Juve e Real, ed è bastato un niente — non è ancora chiaro nemmeno che cosa sia stato quel niente — per scatenare il panico tra la folla e causare più di 1500 feriti.

È stato un panico vero quello che hanno vissuto le migliaia di persone che quella sera erano in piazza San Carlo. Un panico testimoniato dai racconti di chi c'era, dai quali emergono reali autosuggestioni da attentato, gente convinta di essere inseguita da uomini armati, qualcuno che giura di aver sentito il rombo di un camion, qualcun altro che si ricorda nitidamente di una esplosione. Scene di guerra vere e proprie. E poco importa che siano state ambientate solo nella testa di quei tifosi terrorizzati. Come spesso capita con le fake news, delle invenzioni hanno causato dei fatti veri e tangibili, fatti che si possono contare in migliaia di feriti lievi e in decine di feriti gravi.

Viviamo ormai in uno stato di shock. È innegabile. E anche se la responsabilità di questo panico che ci scorre nelle vene ogni secondo e che ci attanaglia il cuore ogni volta che sentiamo un rumore un po' più forte degli altri o un urlo in una lingua che non conosciamo è probabilmente più di chi sta raccontando questi mesi su pagine di giornale e homepage che puntano più alla sensazione che alla comprensione, la realtà dei fatti è questa: siamo spaventati come dei bambini lasciati nel bosco in una notte senza luna.

È difficile mantenere la lucidità quando la notte sta arrivando e ogni suono ci sembra una minaccia. Tanto che siamo rimasti ormai in pochi a ribadire che non ci troviamo in uno stato di guerra e che l'ultima cosa che ci serve è aumentare lo stato di sorveglianza delle nostre metropoli. in molti di noi ormai si è inoculato il virus: siamo in guerra e dobbiamo combatterla, come ormai la quasi totalità degli analisti dice senza mezzi termini su ogni giornale e in ogni trasmissione televisiva.

Non c'è guerra senza nemico. E per tutti questi, che ormai formano un arco che va dai salviniani ai renziani, non ci sono dubbi su chi sia il nemico, giusto un paio di sfumature: c'è chi parla di Islam radicalizzato e chi di Islam tout court. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Olivier Roy, docente ed esperto di Islam e di Medio Oriente, non è della stessa opinione e, da qualche anno, propone una interpretazione un filo più complessa della vulgata leghista dell'Islam cattivo e decisamente molto più interessante. Quello che ci dice Roy, in buona sostanza, è che non siamo di fronte a una radicalizzazione dell'islamismo, bensì di una islamizzazione del radicalismo.

Non si tratta di una supercazzola per mascherare il niente, anzi, tutto il contrario, perché Roy parte dall'analisi dei fatti, delle schede personali delle decine di jihadisti o di presunti tali che negli ultimi anni hanno seminato il terrore in Europa fino al punto da rendere pericolosa una adunata calcistica in una piazza anche senza che alcun piano terroristico prevedesse stragi di sorta, un'analisi da cui emergono alcuni dettagli che non tornano sui terroristi che ci troviamo in casa, alcune contraddizioni che li fanno risultare difficilmente incasellabili del salafismo.

La quasi totalità degli jihadisti che portano il terrore nelle nostre città nelle nostre città ci nasce — quasi sempre sono della cosiddetta seconda generazione o sono europei convertiti — non parla quasi per niente l'arabo, non ha letto le fonti originali delle cose che cita, frequenta più i bar che le moschee, più le discoteche che le scuole coraniche, consuma alcool e droghe, mangia anche cibo non halal, vive una vita promiscua, ascolta hip hop. Insomma, la maggior parte di coloro che hanno portato il cosiddetto “terrore islamico” in Europa non sembrano affatto dei provetti uomini di religione e ci somigliano più di quanto pensiamo.

Il background di questa Generazione Isis, come la definisce già dal titolo Roy, è un grande vuoto. È il nichilismo, non è la religione. E ci serve saperlo perché le guerre — e in tanti pensano che questa lo sia — si vincono soltanto se si conosce il nemico. E, in questo caso, saperlo significa sapere che la nostra modernità culturale non è in guerra con l'Islam più di quanto lo sia con il Vaticano. Il nemico è un altro ed è ancora più pericoloso di una religione. È l'assenza di valori, e l'emarginazione culturale, è il vuoto che abbiamo creato all'interno delle nostre società quando abbiamo accettato la disgregazione del nostro secolare tessuto sociale. E questo nemico, che lo vogliamo o no, non si combatte né con le bombe né con i metal detector.

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